
Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€
C’è un’intenzione radicale che muove le pagine di “Lo Stato Pontificio” di Ivan Pozzoni: quella di trasformare il testo in un ordigno concettuale, programmato per far implodere la struttura lirico-elegiaca dell’editoria contemporanea. Lungi dal proporsi come un manufatto poetico da consumare, il volume si configura non come una semplice provocazione formale, ma come un dispositivo d’assalto che esamina e respinge i canoni tradizionali, liquidati dall’autore come espressione di una seduzione di matrice puramente mercantile. L’autore stesso, attraverso un denso saggio introduttivo, traccia i confini del proprio raggio d’azione: superare le secche del post-modernismo sequestrando i codici della società dei consumi per volgerli contro il sistema stesso. La lettura rivela una mappa di destabilizzazione permanente. Vi è il rifiuto radicale della figura retorica e della metafora, intese come pilastri di un conformismo consolatorio, e l’uso di un linguaggio scabro, a tratti violentemente prosaico, innestato su un denso ipercitazionismo sociologico e filosofico. Spesso il testo infligge programmaticamente uno shock e uno spaesamento all’orizzonte d’attesa del lettore, scalzando la centralità del sentimento privato e operando un sabotaggio impersonale della forma. Inoltre, Pozzoni espropria alla critica tradizionale il suo potere giudicante e la costringe a un bagno di umiltà, decretando l’inadeguatezza dei vecchi canoni interpretativi. Sul piano teorico, tale operazione possiede una cogenza speculativa indiscutibile. Essa evoca la linea più radicale della neoavanguardia novecentesca – da Sanguineti alle tensioni del Gruppo 63- e l’assunto secondo cui, di fronte al totale disfacimento dei linguaggi mercantili, l’unica postura autentica sia il sabotaggio dall’interno dell’istituzione letteraria, assumendo in sé la ferita e la frammentazione della parola ed espellendo ogni funzione di anestetico sociale. È precisamente in questa dinamica che il volume elegge il «troppo» e l’esagerazione strutturale a propria legge costitutiva. L’autore non subisce il caos della contemporaneità, ma lo cavalca attraverso una deliberata mimesi dell’eccesso. Come evidenziano i modelli matematici ed economici applicati ai sistemi chiusi, l’immissione continua di elementi conduce inevitabilmente alla saturazione e al conseguente stallo della ricezione. Questa medesima legge viene applicata da Pozzoni alla pagina scritta, spingendo volutamente il linguaggio oltre la soglia critica della tollerabilità comunicativa. Sul piano filosofico, questa esasperazione evoca l’Osceno teorizzato da Baudrillard: la distruzione del segreto e dell’illusione attraverso una visibilità cruda e refrattaria alle lusinghe liriche. Sul piano sociologico, riflette perfettamente la saturazione da stimoli in cui l’individuo contemporaneo è sommerso: un assedio multiforme che spazia dal bombardamento iper-informativo dei flussi digitali alla sollecitazione feticistica del mercato, fino alla reattività emotiva coatta imposta dalle reti sociali. È precisamente in questa dinamica che risiede il nucleo più profondo del volume e il suo valore testimoniale. Questa ipertrofia, infatti, non va letta alla stregua di un limite formale, bensì come l’essenza stessa dell’avvertimento lanciato consapevolmente da Pozzoni al lettore: «L’ingorgo di questa scrittura non è un errore, ma un ordigno speculare: “Vi costringo all’asfissia sulla pagina per strapparvi all’apatia della realtà, per mostrarvi il collasso del mondo che state passivamente subendo”». Dunque l’esagerazione della scrittura si fa riflesso speculare della mostruosa ipertrofia del mondo esterno. È il segnale d’allarme di una coscienza collettiva satura di feticci. L’opera si sacrifica così sull’altare dell’eccesso per mostrare, in tutta la sua cruda evidenza, dove possa condurre la deriva di senso della società contemporanea. Eppure, è proprio nel riconoscimento del valore testimoniale e profetico di questo sabotaggio che la critica rivendica la propria necessaria e rigorosa autonomia di giudizio, ridefinendo i confini del fatto letterario. Se il grido esasperato e urticante dell’autore ha una sua legittimità storica e politica, la letteratura, per sua stessa natura e dinamica profonda, non può arrestarsi alla pura detonazione che rischia di irrigidirsi in una nuova, altrettanto severa ortodossia formale: dopo il trauma del grido, sorge l’esigenza ineludibile di ristabilire un equilibrio. È la lezione di Nietzsche: l’urto dionisiaco della negazione non può fare a meno dell’istanza apollinea della forma, pena l’autodistruzione della parola stessa. Anche in senso junghiano, l’arte non può abdicare alla sua funzione compensatrice: se l’opera riflette la frattura del proprio tempo, essa ha al contempo il dovere psicologico di indicare la via per una sua integrazione armonica. Perciò, se l’onestà intellettuale impone di valorizzare la coerenza ideologica di questa tabula rasa, l’adesione incondizionata a un paradigma della negazione non può considerarsi l’unico approdo possibile della parola. La scomposizione del mondo operata da Pozzoni può conservare un senso solo se prelude a uno sforzo di ricostruzione. La pura cancellazione della dimensione estetica, per quanto magistralmente orchestrata come strumento di rottura e come monito, non può esaurire il destino della parola. La letteratura vive storicamente della tensione dialettica tra la scomposizione e la ricomposizione. È in questo esatto punto di faglia che si innesta la necessità del Bello. L’arte ha il dovere scientifico e psicologico di riconquistare l’armonia. Sopra le ceneri dello Stato Pontificio abbattuto dall’autore, la Poesia non può e non deve rinunciare alla ricerca di un nuovo e indomito principio di Bellezza: un territorio in cui la forma non sia anestetico alienante definitivo, ma la rifondazione di un autentico, integrato significato dell’umano.
Antonella Corna
Antonella Corna coniuga da anni il rigore del diritto con una sensibile cura per la parola poetica e musicale. Laureata in Giurisprudenza, abilitata alla professione forense e attualmente Funzionario UNEP presso il Tribunale di Foggia, muove la sua voce autoriale tra versi e musica attraverso un linguaggio capace di superare i confini geografici e linguistici. La sua produzione letteraria conta sei raccolte poetiche e un’importante plaquette bilingue. Il suo percorso editoriale, avviato con Voci da un cielo anteriore (2013) e proseguito con Bagagli al seguito (2017) e Cadrà l’inverno (2019), si è consolidato con il ciclo Harmattan, pubblicato da Artelogy in doppia edizione italiana e portoghese tra il 2021 e il 2022, e con il volume Il sole non ricorda le foreste, uscito nel 2023 per R.P. Libri. Nel 2025 ha pubblicato la plaquette bilingue italo-rumena Intenzioni di felicità, edita da Cosmopoli, con la traduzione di Eliza Macadan.




