
di Ernesto Bodini (giornalista e critico letterario)
Quando ci capita tra le mani un libro di poesie, solitamente viene istintivo conoscere prima l’autore per il quale, se è storicamente noto e soprattutto d’altri tempi, si tende ad avere una “maggiore considerazione”. Ma questo atteggiamento, a mio avviso, non sarebbe corretto: non deve essere l’autorevolezza dell’autore a determinare il valore letterario delle sue opere, bensì la profondità dei suoi sentimenti, dai quali è scaturito l’estro che ha germogliato quei pensieri in rima, o meno, fino a comporre un prodotto letterario.
Ma ciò non basta. Il poeta è l’umano interprete del suo vissuto, della sua esperienza, e nulla chiede se non comprensione. Leggere invece i versi di un amico — poeta non famoso ma dotato di prolifico estro — richiede un ulteriore impegno per non lasciarsi “condizionare”, poiché l’obiettività è garanzia di una “sana” immedesimazione.
È il caso di Pietro Pesare, un veterano della solidarietà umana e della ricca esperienza di vita affettivo‑familiare, dalla quale emergono, in quasi tutti i suoi versi, le più semplici e profonde riflessioni di dedizione. Anche quest’anno ha voluto regalarci un’ennesima opera letteraria (edita in proprio) dal titolo “Le rondini con il garrito triste invocano la Pace”.
Oltre ottanta poesie, dai cui versi — talvolta anche brevi — si colgono le più intense espressioni dell’amore familiare e fraterno nelle sue diverse manifestazioni; così come la vita e la morte, la luce, il buio e lo smarrimento; ma anche l’amicizia che, insieme al dialogo con il Supremo, sembra coronare quest’opera semplice ma ricca di quella purezza d’animo che appartiene alle sue origini del Sud. Origini che ci ha fatto conoscere venendo al Nord, dove per decenni si è dedicato con nobile animo al volontariato, soprattutto a sostegno dei più sofferenti.
Nel libro, il garrito delle rondini non è solo metafora del ritorno della primavera: è anche costante rievocazione dei tempi andati e richiamo all’amore della sua famiglia, in particolare dei suoi figli. Pietro Pesare è un poeta genuino che pare non voler invecchiare mai, tanto che la prima poesia si intitola “Ricomincio da…”. Ma ricominciare da dove, e da chi? Una sorta di prosecuzione dei versi precedenti che ho avuto modo di recensire, accomunati da coerenza, costanza e determinazione: qualità che solitamente ai poeti non mancano.
Un’affermazione che si evince, ad esempio, dalla poesia La mano calda, quella della sua infanzia che oggi ritorna matura, segnata dal tempo. Vorrei aggiungere che i versi di questo amico‑poeta di vecchia data sembrano voler abbracciare l’universo, citando più volte la vita; e pur non ricercando la rima, ogni espressione contempla i semi che hanno germogliato amore, serenità, pace e fratellanza.
Sentimenti che, se il garrito delle sue rondini potesse tramutarsi in parole, ci direbbero quanto bisogno ci sia della pace. Quella universale, senza tempo.





