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Il futuro delle province

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Uno dei dati più allarmanti forniti dall’ultima tornata elettorale in Sardegna (le amministrative del 30-31 maggio 2010) è l’alto tasso di astensionismo: nonostante gli abitanti di diversi comuni fossero chiamati a scegliere il proprio Sindaco, infatti, la percentuale di votanti è stata solo del 52,44% al primo turno e del 30,39% al secondo turno. Nel capoluogo regionale l’affluenza è stata ancora più bassa: 47,29% al primo turno, 24,90% al secondo. E come attenuante neppure un precoce avvio della stagione balneare, viste le avverse condizioni meteorologiche!

Sicuramente, una delle ragioni del fenomeno sta nell’ormai nota sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e della classe dirigente, ma poiché stiamo parlando di scelte che interessano un Ente prossimo agli elettori, retto da logiche solo in parte riconducibili alla politica, è evidente che in gioco devono esserci pure altri fattori.

Con la legge regionale n. 9/2001 le province sarde sono passate da quattro a otto, una scelta che – in teoria – avrebbe dovuto avvicinare questi enti intermedi ai cittadini. Vari elementi – da ultimo, le cifre elettorali – danno, però, l’impressione che, paradossalmente, le province – in particolare le nuove – siano paradossalmente percepite come più lontane.

I cittadini faticano a capire quale sia il loro ruolo e ne considerano le funzioni abbastanza residuali: per l’uomo medio il Comune si occupa delle questioni che più lo toccano da vicino, la Regione stanzia fondi (quasi) per qualunque cosa e controlla tutto ciò che succede nel suo territorio, lo Stato stanzia (pochi) fondi e impone le tasse, mentre la Provincia … Non sa rispondere. Per cui, perché mai dovrebbe preoccuparsi di sceglierne gli amministratori? E come potrebbe convincersi che i nuovi enti siano necessarie o perlomeno utili? Per quanto si diano da fare, buona parte della cittadinanza resterà scettica.

Emblematica, in proposito, una vecchia puntata di Report dedicata proprio alle nuove province italiane da cui sembrava emergere, ad esempio, che la micro-provincia del Medio Campidano fondi la sua esistenza sulla cospicua produzione di carciofi e di melone coltivato in asciutto (prodotto che, peraltro, ha di recente ottenuto il marchio di qualità). Rimanendo sempre nel contesto sardo (con la consapevolezza, tuttavia, che il fenomeno varca i confini isolani), per capire la crisi d’identità di questi enti può essere utile gettare uno sguardo sul processo di trasferimento di funzioni dalla Regione alle province, avviato con la legge regionale n. 9/2006: un cammino lento, travagliato e tempestato di frequenti dietrofront in ragione del fatto che questi enti non hanno le dimensioni ottimali per svolgere i compiti che si voleva loro affidare.

Su questo scenario indefinito, s’innestano ora le proposte di ridurre il numero degli enti intermedi, avanzate nel corso dei lavori parlamentari per la stesura della Carta delle autonomie. I tagli sono stati proposti, non sempre con convinzione e coerenza, sia da esponenti della maggioranza che dall’opposizione. Il testo della Carta è attualmente in discussione alla Camera per cui le piccole province – quelle più a rischio – ancora non possiedono certezze sul proprio futuro. A prescindere da quello che sarà – in proposito – l’esito dei lavori, non si può negare che il problema del ruolo delle province esista e che sia anche piuttosto rilevante. Dal lato opposto, però, occorre considerare che la scelta di sopprimere degli enti ha comunque dei costi, diretti ed indiretti, che gravano innanzitutto sulla popolazione.

Marcella Onnis

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