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IL COSTANTE PRECARIATO DEI MEDICI… NONOSTANTE LA PENURIA NEGLI OSPEDALI

Un fenomeno incrementato dalle incertezze politico-decisionali che mette a repentaglio determinati diritti tanto dei lavoratori non confermati quanto quelli dei cittadini-pazienti

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di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

Alcuni anni fa nel recepire dai mass media il problema del precariato dei mestieri in genere, e dei medici in particolare, ne prendevo spunto soprattutto dalla realtà del dottor “Massimiliano”, a quell’epoca primario-precario con contratti di un mese. Forse oggi la sua posizione si sarà consolidata, ma qual è la situazione attuale a fronte della carenza di almeno ottomila medici in tutto il Paese? In 10 anni, nel nostro Paese, come riporta il periodico online Quotidiano Sanità del 25/2/2017, a firma di Piero di Silverio, il numero dei camici bianchi con contratti di lavoro a termine è più che raddoppiato: da 3.527 a 7.177. Praticamente una crescita del 100%. Una percentuale, tra l’altro, che per quanto riguarda le donne medico va moltiplicata per tre. Se nel 2001 i camici rosa precari erano 1.700, alla fine del 2010 se ne contavano già oltre 4 mila. Ad oggi i precari della sanità sono più di 10 mila. È quanto emerge dall’analisi elaborata dall’Adnkronos Salute, che tiene conto delle tabelle della Ragioneria dello Stato sul personale del Servizio sanitario nazionale con rapporto di lavoro flessibile. Quindi il problema è ricorrente e l’opinione pubblica pare non avvedersene, una non conoscenza (per la verità non del tutto colpevole) che per certi versi intensifica il problema tanto che le Istituzioni preposte (ossia i cosiddetti decisori) si stanno perdendo nei meandri della “conflittualità” politica, ancorché aggravata dall’assenza di provvedimenti per compensare gli ottomila medici che mancano. Tutto ciò rientra senza dubbio nella violazione della dignità umana e del diritto al lavoro. La figura del medico, oggi, è vista dai più, se non “obsoleta” almeno troppo comune per essere considerata anche quando non si è nella veste di cittadino-paziente; una sorta di opportunismo collettivo (o quasi) che richiederebbe una approfondita “revisione” del ruolo sociale e istituzionale del medico che, per antonomasia, è preposto alla tutela della nostra salute. Ma come intervenire? Personalmente, non facendo parte della categoria non sono certo in grado di dare suggerimenti operativi; tuttavia, a mio modesto avviso, è bene richiamare alcuni articoli della Costituzione che, seppur intesi come princìpi ispiratori, devono essere interpretati quale possibile applicazione nelle sedi ed opportune forme contrattuali e, se il caso, anche giurisprudenziali; inoltre, mi permetto di rilevare che la precarietà contrattuale delle migliaia di questi professionisti della salute può costituire una sorta di insicurezza nella tutela dei pazienti che vi si rivolgono, oltre ad incrementare il rischio di denunce a loro carico da parte dei cittadini e/o associazioni che li rappresentano.

 

Verosimilmente è una sorta di conseguenza paradossale che di questo passo non vedrà mai la fine…, o comunque non certo in tempi brevi, e perciò credo sia utile (oltre che doveroso da parte mia) far conoscere meglio e di più questa realtà alla pubblica opinione. Tali osservazioni ritengo possano essere prese in considerazione coinvolgendo i cittadini potenziali pazienti che vedono venir meno la loro sicurezza in tema di tutela della salute. In caso di mancato riscontro da parte delle Istituzioni preposte, ogni medico precario sa che potrebbe avvalersi del diritto di demandare determinate responsabilità a chi di dovere con le immaginabili conseguenze per i cosiddetti decisori. Come cittadino-paziente e divulgatore-opinionista ho forse fatto osservazioni “retoriche” se non decisamente scontate, ma ritengo altrettanto doveroso rammentare a chi di dovere che non tutti i precari possono essere dei “dottor Schweitzer”, ma tutti possono essere dei bravi medici se messi in condizione di esercitare la Medicina e la Chirurgia con il “conforto” della sicurezza di un posto di lavoro.

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