Guy Parmelin Keystone / Alessandro Della Valle
Un’intesa è stata raggiunta venerdì tra Berna e Washington sui dazi doganali. I prodotti svizzeri importati negli Stati Uniti saranno tassati al 15% e non più al 39%. I media salutano il raggiungimento dell’accordo, ma non si mostrano entusiasti, come La Liberté, che parla di “vittoria di Pirro”. Stesso tono anche in alcune testate straniere, ad esempio Le Monde, che ritiene che la Svizzera abbia firmato “una pace dal sapore amaro”.
In generale, la prima impressione è di sollievo. La riduzione dei dazi doganali consentirà infatti all’industria svizzera esportatrice di tirare il fiato. Il tasso del 39%, uno dei più elevati applicati da Washington, costituiva chiaramente un grosso handicap per i prodotti svizzeri. Portandolo al 15%, l’industria rossocrociata sarà ora trattata allo stesso livello di quella europea. Non è ideale, ma è comunque un passo avanti.
Tuttavia, passato l’effetto dell’annuncio, i media di questo lunedì si soffermano sui dettagli dell’accordo e si constata il prevalere di una certa diffidenza. Il Tages-Anzeiger riassume bene il sentimento generale scrivendo: “L’accordo con gli Stati Uniti contiene punti delicati che il Governo minimizza”. La stampasottolinea in particolare che la Svizzera dovrà riconoscere le norme americane in materia di automobili, impegnarsi a non tassare in modo specifico i giganti tecnologici statunitensi, importare più prodotti agricoli controversi (come il pollo trattato con il cloro) e allinearsi eventualmente alle sanzioni decise da Washington.
I media rilevano infine che l’intesa non è scolpita nella pietra. Si tratta per il momento solo di una dichiarazione d’intenti e le trattative potrebbero essere ancora lunghe, tenuto conto delle esigenze di Washington. E soprattutto, bisogna fare i conti con l’umore piuttosto mutevole dell’inquilino della Casa Bianca.
Peraltro, UBS starebbe attualmente discutendo con le autorità statunitensi un possibile trasferimento della propria sede negli USA, in reazione alle nuove esigenze di fondi propri imposte dalla Confederazione (23 miliardi di dollari supplementari). Il Financial Times riporta che il presidente del consiglio di amministrazione di UBS, Colm Kelleher, è in contatto da diversi mesi con il segretario al Tesoro Scott Bessent e che il governo Trump non sarebbe contrario a questa opzione. UBS smentisce ufficialmente qualsiasi progetto di partenza e afferma di voler restare una banca mondiale con sede in Svizzera.
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Più informazioni sul tema:
- L’analisi del Tages-Anzeiger
Il riassunto delle richieste più delicate in questo articolo di Watson
I dubbi della stampa riassunti in questo articolo di SRF
Su RSI: L’accordo sui dazi USA e l’incertezza per l’economia ticinese
L’articolo del Financial Times sul possibile trasferimento di UBS (in inglese, a pagamento) e il riassunto di Watson