IL CALEIDOSCOPIO DELLA MISERIA

IL CALEIDOSCOPIO DELLA MISERIA

Sempre più in aumento il popolo della povertà a fatica sostenuto da molti volontari. Tutti meritevoli, ma quanti i cavalieri seguaci di San Martino?

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Quanto pesa il fenomeno della povertà in un Paese che, ricco di storia, tecnologia, illustri esperti nelle più svariate discipline: economisti, antropologi, epidemiologi, sociologi e benefattori magari con altrettanti Santi in Paradiso? La domanda non né retorica e né provocatoria perché il problema in Italia (come pure in altri Paesi del mondo) si trascina da sempre e, oggi, sembra di maggiore portata a causa (anche della pandemia) con oltre 6 milioni di persone indigenti. Nuovi poveri che si aggiungono ai poveri, una tragedia sociale sempre più dilagante cui sembra impossibile farvi fronte se non fosse, è il caso di sottolinearlo, per la concreta presenza di varie associazioni di volontariato, peraltro in aumento. Ecco che il dramma, oltre che pratico, è anche di coscienza perché non passa giorno che noi tutti veniamo invitati ad aprire il proprio borsellino, imponendoci l’importo dell’obolo: «con soli 9,00 euro contribuirai a…», oppure, «bastano 2,00 euro per contribuire a…», etc. È pur vero che la solidarietà umana non dovrebbe mai venir meno se si vuole essere considerati un popolo civile e in crescita e dare più valore alla propria esistenza, ma è altrettanto vero che a ciascuno deve essere lasciata la libertà di fare una determinata scelta e di decidere per un verso o per un altro. Su questo argomento mi verrebbe di andare indietro di molti secoli, ossia quando non esisteva il denaro ma il cosiddetto baratto che consisteva nel puro scambio di merci, ma forse a quei tempi non esisteva il concetto del volontariato, e probabilmente in nessun Paese, ma qualche esempio di carità cristiana; eppure la povertà ha sempre coinvolto gli esseri umani, come del resto esistevano le classi agiate e quindi i possidenti. Ho voluto fare questa “rievocazione” per cercare di capire se è la moneta sonante che oggi condiziona i popoli, oppure se è il mero concetto dell’egoismo che la fa da padrone, od ancora se sono determinanti ambedue i casi. Un vecchio adagio a firma del poeta e scrittore spagnolo Francisco de Quevedo (1580-1645), recita: «Il ricco mangia, il povero si nutre»; una affermazione tanto lapidaria quanto concreta e, che oggi, si potrebbe aggiornare in «La pancia piena non pensa a quella vuota», proprio perché se così non fosse, l’intero caleidoscopio della miseria si ridurrebbe al minimo… nonostante la generosità del piccolo esercito di volontari, sia di area cristiana che laica. Chi legge questa mia breve analisi come voce di un opinionista, mi potrebbe tacciare di ipocrisia, di dietrologia, o peggio ancora di gratuito moralismo; ma in realtà non potrei essere identificato in tutto ciò in quanto personalmente non sono venale e quindi non abbiente, poiché mi guadagno da vivere con quello che ricevo (un modesto emolumento) e continuo a costruirmi una vita con quello che riesco a dare al mio prossimo. Ma cosa dare al prossimo? Si dice, da sempre, che l’uomo non vive di solo pane perché il rispetto della sua dignità talvolta può sostituire il piatto di minestra, e quando la dignità di qualunque Essere umano trova la sua giusta collocazione, allora significa che la Persona è considerata nella sua interezza e nella sua unicità. Si dice anche che il popolo italiano è sempre stato ed è generoso, ma questa sua generosità da dove parte? Dal più profondo del suo animo o più “sottilmente” da una sorta di crisi di coscienza, oppure per meritare un posticino nel Giardino dell’Eden accanto al Maestro della bontà?

Non ho certo io (in realtà nessuno) il diritto indagare nell’intimo degli altri nel rispetto del loro animo avvolto da quei veli a tutela dello stesso, ma credo che ogni libera scelta volta al bene del prossimo assume un reale valore proprio quando non sollecitata da forze esterne. A questo riguardo ritengo che vi siano stati e vi sono ancora molti benefattori che hanno dato e danno il meglio di sé non perché sollecitati, ma semplicemente per l’umano e coscienzioso dovere di condividere una fetta di pane, un bicchiere d’acqua, una parola di conforto e magari un concreto aiuto contribuendo a tutelare la salute dei più deboli e soli, o più “semplicemente” per donare una parte del proprio mantello come fece San Martino (nell’immagine iconografica) che lo donò ad un mendicante intirizzito dal freddo. A quell’epoca non esistevano movimenti associativi ma soltanto il dettato della pura spontaneità e carità cristiana. Indubbiamente oggi esistono altri cavalieri un po’ ovunque ma, dal mio punto di vista, non sono la stessa cosa…

L’arcipelago dei “figli del cielo”

Poveri senza patria? Forse, ma certamente con più dignità quelli che popolano l’arcipelago della povertà, ossia i cosiddetti clochard (dal francese) o altrimenti detti homeless (dall’inglese), ovvero meglio noti come le persone senza tetto, senza  casa o senza fissa dimora; e più popolarmente detti anche barboni. In Italia costituiscono un esercito di circa 50 mila disperati (sia uomini che donne) il cui tetto è il cielo, stellato o meno; sono Esseri umani che al pari di altri e, sia pur a modo loro, intendono dare un valore alla propria esistenza. Sono molteplici le ragioni che portano queste persone a tale condizione, spesso evitate e se non addirittura a torto estraniate dalla vita moderna. Basterebbe citarne alcune: convincimenti spirituali personali e rifiuto di ogni forma di materialismo e benessere, problemi di salute mentale, perdita del lavoro e spesso anche degli affetti famigliari, fuoriusciti dal carcere e abbandonati a sé stessi, vittime dell’ingiustizia umana (e non Divina, sic!) in quanto privati dei possibili risarcimenti, motivi di sfratto, tossicodipendenza, come pure l’essere ragazzi padre e ragazze madri, talvolta anche di minore età. Un breve elenco, ma già basterebbe, per mettere in luce una realtà che si trascina ovunque sin dalla notte dei tempi, e che purtroppo anche nel nostro Paese non ha mai suscitato particolari attenzione e “rispetto” da parte delle Istituzioni, se non intervenendo accusandoli di accattonaggio e di impropria occupazione del suolo pubblico; mentre vi sono associazioni laiche e religiose (o anche singoli) che si occupano di loro offrendo un pasto caldo e una coperta. Indipendentemente dalla loro età queste persone, che nulla fanno e nulla chiedono, con il loro silenzio ci trasmettono la vera essenza della vita e, per certi versi, il valore della spiritualità intesa come saggezza e libertà di essere sé stessi; e ora che siamo tutti coinvolti in una sorta di metamorfosi esistenziale a causa della pandemia, è ancora minore l’attenzione per i più poveri e i più diseredati, in particolare questi sfortunati “figli del cielo”.

E non è raro, ancora oggi, “inciampare” per le vie cittadine in questi poveri seduti o sdraiati sui marciapiedi accanto al loro misero giaciglio, qualche residuo di cibo e senza un bicchiere per dissetarsi, mentre una misera ciotola di plastica o di metallo è l’unico contenitore per “ospitare” non un po’ d’acqua ma una misera moneta che qualche passante vi lascia cadere. Un gesto ben accolto soprattutto se non procura quel tintinnio quale valore di anonimato, che pure dimostra di apprezzare anche il cane fedele amico del clochard. Due esseri in simbiosi con la stessa dignità e lo stesso diritto di esistere, protagonisti loro malgrado di scene metropolitane e che spesso tendiamo a superare distanziandoci di qualche metro… e passare oltre, senza aver lasciato non la misera monetina ma nemmeno quel breve saluto od un cenno di sorriso, come se la vergogna ci potesse in qualche modo giustificare. I casi più fortunati trovano riparo nei dormitori pubblici, ma qui si tende a non varcare la soglia nascondendoci dietro a quel falso pudore o, peggio ancora, per non essere… contaminati. Ma da che cosa? Coronavirus a parte, la peggiore infezione è forse la nostra che trasmettiamo loro con l’indifferenza… Ma dormitori o marciapiedi la città è di tutti, anche dei clochard, che certamente non la disprezzano e magari la amano di più… forse perché si sentono tollerati.Vere e proprie anime silenziose che non sanno piangere!

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