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IL “BON TON” DELLA COMUNICAZIONE È SEMPRE PIU’…DI POCHI

Le “performance” televisive non di rado sono spregiudicate a discapito dell’etica, della professionalità e del rispetto altrui

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di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Nell’era della comunicazione tutti si arrogano il diritto, se di diritto si può parlare, di esternare pensieri, opinioni, considerazioni, critiche e magari anche… sentenze. Cosa diversa, invece, è diffondere notizie: da quelle di generale utilità a quelle mirate ad un pubblico di questo o quel settore. Di questi tempi la libertà di comunicare si è estesa all’inverosimile, e questo per via della disponibilità di internet e dei vari social network attraverso i quali è sempre più difficile (se non impossibile) un controllo delle notizie, che non di rado rasentano le cosiddette fake news. Mentre sulla carta stampata ciò che viene scritto resta, e quindi visibilmente deducibile e al tempo stesso non modificabile, con la comunicazione verbale attraverso incontri come tribune e talk show televisivi si è più inclini ad “aggredire”, spesso anche in diretta, i cui protagonisti invitati ad esporre solitamente sono moderati da un conduttore, giornalista o non necessariamente giornalista… talvolta “asservito” al sistema! Ma c’è da rilevare, ormai da troppo tempo, che nel nostro Paese (e forse anche in altri) l’eccessiva libertà nel comunicare è “favorita” dal troppo libero arbitrio, ossia non solo ognuno può dire ciò che vuole senza alcuna remora, ma soprattutto in non pochi casi il modo di comunicare verbale diventa una “performance” che va al di là dell’etica e del rispetto fra le parti, pubblico fruitore incluso. Sono ben note a tutti le aggressive performance e gli insulti che ledono la dignità dell’essere umano da parte del noto critico d’arte Vittorio Sgarbi, invitatissimo ospite in diversi programmi televisivi e talk show in emittenti a diffusione nazionale. Avvalersi di questa “autorevolezza” identificata in notorietà e permissivismo sino a trascendere nella più estrema volgarità, non solo è indice di dispotismo ma anche di disprezzo verso gli stessi suoi interlocutori.

Queste mie osservazioni non vanno intese come propensione al mero pudore, bensì come esigenza di quel “gentil tatto” che rende più signorile e rispettoso il rapporto umano; del resto non è detto che esprimersi con turpiloquio renda meglio l’idea di quello che si vuol trasmettere od intendere. Diversamente, dove sta scritto? Per non parlare poi dell’abbigliamento e della non compostezza di chi appare in pubblico. Ma gli stessi produttori ed organizzatori di questi incontri con quale razionale motivazione lasciano esprimere (ed esibire) pubblicamente i loro ospiti in modo così plateale tanto da sconfinare nella volgarità con ogni parola pronunciata? Non credo che chi insegna giornalismo, e più estensivamente comunicazione, condivida questo modo di esprimersi. Personalmente mi occupo di informazione scientifica e socio-culturale da oltre sette lustri e non ho mai sfiorato un lessico poco liceale, poiché il rispetto dell’etica e della deontologia deve essere un dovere che ci rende più professionali e più garantisti verso i nostri destinatari. Purtroppo, il dispostismo del noto professionista d’arte non è unico, perché altri “imitatori” si contendono questa “palma al merito”, inclusi politici, attori e commentatori vari. La nostra, purtroppo, è un’era tendente al declino la cui estensione si va sempre più allargando perché, come è noto, l’esempio viene dall’alto e, in questo caso, l’eccesso di tale potere non può che creare proseliti e di conseguenza una prole plurigemellare in assenza di una sana patria potestà. Un verità che richiama la considerazione del concetto che la grandezza dell’uomo sta nell’essere cosciente della sua miseria, e riconoscere con onestà intellettuale di essere miserabili è un segno di grandezza.

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