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servizio di Erika Bastogi*
ECOSTRAGI E INTRECCI FINANZIARI
Nelle ultime quarantotto ore la trappola geopolitica ordita dalla Casa Bianca per ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente si è definitivamente inceppata. Quello che era stato presentato come un ultimatum infallibile per blindare la regione si è scontrato con una resistenza diplomatica inaspettata.
Per capire la portata di questo stallo e superare la superficie della propaganda, è necessario ricostruire l’intero iter cronologico di questa complessa partita a scacchi, unendo i puntini macroeconomici e le dinamiche sul campo.
La telefonata del ventiquattro maggio: l’ultimatum e il silenzio gelido
Tutto ha inizio domenica ventiquattro maggio. Con una mossa d’azzardo, Donald Trump convoca una conference call collettiva con i leader di otto Paesi musulmani chiave della regione, tra cui Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania. Sul tavolo c’è la bozza di un accordo transitorio transatlantico con l’Iran, che prevede una tregua di sessanta giorni e la riapertura del corridoio petrolifero dello Stretto di Hormuz.
Trump, tuttavia, prova a fare il colpaccio e pone una condizione definita esplicitamente obbligatoria: se l’intesa con Teheran verrà siglata, tutti i Paesi arabi non ancora allineati dovranno normalizzare immediatamente i rapporti con Israele, aderendo in blocco agli Accordi di Abramo. Niente sconti, niente alternative.
La risposta dall’altra parte del filo gela la Casa Bianca. Secondo i retroscena diplomatici emersi nelle ore successive, cala un silenzio così lungo e imbarazzato che lo stesso Trump si trova costretto a chiedere scherzosamente se i leader regionali siano ancora in linea. Non si tratta di timidezza, ma di un preciso posizionamento geopolitico: i Paesi arabi spingono per la distensione con l’Iran, ma rifiutano categoricamente che la stabilità economica globale sia utilizzata come pegno negoziale per Israele.
Che cosa sono gli Accordi di Abramo
Siglati per la prima volta nel settembre 2020 durante la prima amministrazione Trump, gli Accordi di Abramo rappresentano una svolta radicale nella diplomazia mediorientale. Si tratta di trattati commerciali e diplomatici bilaterali attraverso i quali alcuni Paesi arabi, inizialmente Emirati Arabi Uniti e Bahrain, a cui si sono aggiunti poi Marocco e Sudan, hanno formalmente riconosciuto lo Stato di Israele, normalizzando i rapporti politici ed economici.
La caratteristica fondamentale degli Accordi di Abramo è il superamento della storica Iniziativa di pace araba del duemiladue: per la prima volta, i governi firmatari hanno accettato di fare la pace con Tel Aviv prima e indipendentemente dalla risoluzione della questione palestinese e dalla fine dell’occupazione. Per questa ragione, il rilancio forzato di questo asse diplomatico da parte di Washington viene vissuto dai palestinesi come un tentativo definitivo di isolamento geopolitico, volto a normalizzare la presenza di Israele nella regione cancellando, nei fatti, il diritto all’autodeterminazione della Palestina.
Il paradosso di Wall Street: la favola del ricatto finanziario
Molti analisti internazionali sono fortemente preoccupati che il fronte arabo possa cedere nel lungo periodo sotto il peso dei ricatti e delle minacce economiche della Casa Bianca, capitolando davanti alla paura di ritorsioni sui propri asset globali. C’è chi paventa l’ipotesi di un congelamento totale dei patrimoni dei sovrani mediorientali da parte degli Stati Uniti come arma di coercizione definitiva per costringerli a firmare la normalizzazione con Israele.
Tuttavia, l’idea che la Casa Bianca possa semplicemente congelare i beni del Golfo per piegare questo blocco ignora le regole fondamentali della finanza globale.
C’è chi obietta che l’hanno già fatto con la Russia. È vero, ma il caso russo riguardava riserve valutarie detenute presso banche centrali occidentali, un meccanismo molto diverso. I patrimoni del Golfo sono invece capillarmente integrati nei mercati privati americani: fondi pensione, real estate, partecipazioni azionarie in grandi corporations. Congelarli significherebbe colpire l’intero ecosistema finanziario di Wall Street, innescando una fuga di capitali esteri catastrofica.
L’esempio più emblematico di questa interdipendenza è l’operazione Skydance-Paramount: i fondi sovrani del Golfo stanno partecipando attivamente al finanziamento della nuova major cinematografica guidata da David Ellison, storicamente vicino a Netanyahu, con una quota miliardaria che li rende azionisti di peso nell’industria culturale americana. La finanza dei regimi non ha morale: nei consigli d’amministrazione, al buio, i leader del Golfo fanno affari miliardari con chiunque. Ma è proprio questo legame simbiotico che rende il ricatto di Washington strutturalmente inattuabile: colpire quei capitali significherebbe autoinfliggersi una ferita economica.
La realtà dei fatti, tuttavia, ribalta completamente i rapporti di forza di questo negoziato. In questa partita non sono i leader arabi a muoversi sotto scacco, ma è lo stesso Donald Trump ad anelare disperatamente a una risoluzione immediata. Il Presidente statunitense ha un bisogno politico vitale di chiudere la partita mediorientale per mostrare al proprio elettorato e alla storia il volto del risolutore e del grande pacificatore globale, capace di ottenere ciò che nessuno prima di lui ha mai realizzato. Questa urgenza sposta il baricentro del ricatto: l’idea che la Casa Bianca possa semplicemente congelare i beni del Golfo per piegare il blocco ignora non solo le regole della finanza, ma anche questa profonda asimmetria politica.
Gli emissari tornano a mani vuote e la Situation Room si blocca
Vista la rigidità dei tavoli negoziali, la Casa Bianca ha tentato il tutto per tutto inviando nella regione il delegato speciale Steve Witkoff per forzare la mano. L’obiettivo disperato era legare la proposta di tregua con l’Iran all’adesione obbligatoria dei Paesi musulmani agli Accordi di Abramo.
Il risultato è stato un binario morto: fonti diplomatiche confermano che il diktat di Trump non viene nemmeno preso sul serio. L’Arabia Saudita è rimasta irremovibile sul no senza un percorso irreversibile verso uno Stato palestinese; il Pakistan, che insieme all’Oman sta mediando segretamente i colloqui USA-Iran, mantiene un rifiuto totale; il resto del blocco congela ogni trattativa.
Ieri Trump è entrato trionfalmente nella Situation Room annunciando una firma imminente con Teheran, ma è dovuto uscire a mani vuote rinviando la decisione.
La forza bruta della superpotenza militare e il ricatto sistematico del veto al Consiglio di Sicurezza ONU stavolta non sono bastati. Ci si lamenta spesso del veto americano al Palazzo di Vetro, ma il vero blocco è politico: finché Washington non ha il consenso delle potenze locali, l’intera macchina multilaterale resta paralizzata. La risoluzione Uniting for Peace, infatti, è naufragata proprio perché nessun Paese vuole esporsi apertamente contro gli USA senza una massa critica di consenso regionale.
Il terrore di Netanyahu e il geno-ecocidio in Palestina e Libano
La prova regina del fallimento di questo domino arriva proprio da Tel Aviv. Benjamin Netanyahu vede i colloqui USA-Iran come una minaccia esistenziale per Israele e e per se stesso. Non potendo colpire direttamente Trump, i media israeliani vicini al Premier hanno iniziato a bombardare pubblicamente i negoziatori americani, Jared Kushner e lo stesso Witkoff, accusandoli di aver scelto il mondo degli affari rispetto alla sicurezza di Israele.
Ma guardiamo la realtà: Netanyahu non teme l’isolamento strategico astratto, teme di essere lasciato solo nella mattanza che ha pianificato per il Libano e se si chiude la guerra si chiuderà anche la sua carriera. Ma quella verso il Libano è un’aggressione feroce che colpisce i civili come in Palestina ma che avviene contro uno Stato sovrano, dotato di istituzioni diverse da Gaza.
In queste ore, la Ministra dell’Ambiente e della Ricerca libanese, Tamara El Zein, ha diffuso un dossier governativo drammatico che accusa esplicitamente Israele di ecocidio: l’esercito sta usando armi incendiarie, tra cui fosforo bianco, il cui impiego in aree civili è vietato dal diritto internazionale, per avvelenare il suolo e bruciare migliaia di ettari di uliveti e foreste su tutto il territorio libanese. L’obiettivo strategico è criminale: distruggere l’intero ecosistema affinché su quella terra non cresca mai più nulla, privando la popolazione di ogni mezzo di sostentamento futuro.
Chi fornisce le armi dell’ecocidio: USA in prima linea, Italia nell’ombra
Le munizioni al fosforo bianco documentate da Amnesty International nel territorio libanese portano i codici identificativi del Dipartimento della Difesa americano, rendendo inequivocabile la provenienza statunitense. La catena produttiva è altrettanto chiara: la Bayer controlla l’unico impianto di estrazione di fosforo bianco sul suolo americano, a Soda Springs, da cui una parte rilevante viene girata alle industrie militari statunitensi e israeliane. Trump ha formalizzato questa filiera includendo il fosforo bianco nella lista dei minerali critici per la sicurezza nazionale con un ordine esecutivo di febbraio, facilitando finanziamenti e autorizzazioni per la sua produzione. Il cerchio si chiude.
L’Italia? Ufficialmente fuori. Ma la Procura di Ravenna ha aperto un’indagine su triangolazioni societarie usate per aggirare il blocco delle licenze vigente dal sette ottobre duemilaventitré: ingenti quantitativi di cordoni detonanti, componenti chiave per innescare esplosivi, sarebbero stati spediti a Israele da aziende lombarde, rimpiazzando di fatto Spagna e Turchia dopo le loro sospensioni. È stato denunciato anche l’export di migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio classificato come fertilizzante.
Il nitrato di ammonio non è un fertilizzante innocuo: è il componente esplosivo primario di molte munizioni, incluse quelle a frammentazione. Senza di esso, buona parte dell’arsenale israeliano non esploderebbe. Chiamarlo fertilizzante è il modo più elegante per esportare morte aggirando la legge.
Nell’ultimo anno l’Italia ha esportato in Israele armi e munizioni per milioni di euro, di cui solo una minima parte è esplicitata nelle sottocategorie: il restante volume resta non meglio specificato. Un buco di trasparenza che vale cifre enormi e, potenzialmente, molte vite umane.
I “no” che fanno crescere e la radice della resistenza
Se i leader arabi hanno eretto questo muro diplomatico, non è certo per buon cuore o improvviso idealismo nei confronti del martoriato popolo palestinese. Se fosse per la loro etica, la Palestina sarebbe già stata liquidata nei mercati finanziari. Lo hanno fatto per puro terrore della propria opinione pubblica.
C’è chi obietta, giustamente, che la piazza araba era in fermento anche nel duemilaventi, eppure Emirati e Bahrain firmarono gli Accordi di Abramo. È vero. Ma quella era un’altra epoca geopolitica: la questione palestinese era un conflitto gestibile, lontano dagli occhi, filtrato dai media di regime. Negli ultimi anni tutto è cambiato. Il genocidio in corso è stato trasmesso in tempo reale su ogni smartphone, ogni giorno, per anni, con i volti dei bambini, le case rase al suolo, gli ospedali bombardati. Nessuna narrativa di palazzo riesce più a contenere quella pressione. La soglia di tolleranza delle piazze arabe si è spostata in modo strutturale e probabilmente irreversibile, e con essa il calcolo politico di ogni leader che vuole sopravvivere al proprio trono.
Non scordiamoci mai che questa immane catastrofe umanitaria e al contempo economia globale, non esisterebbe se non fosse per i continui strappi di un governo israeliano completamente fuori controllo, costantemente assecondati da una viziata e complice diplomazia americana, altrettanto supportata dalla complicità di Stati senza spina dorsale!
Impossibile ormai nascondersi dietro la lotta al terrorismo! La storia dimostra che le guerre e le punizioni collettive non ripuliscono il mondo dal fenomeno, al contrario lo alimentano: esso non è altro che la risposta disperata alla devastazione, alla fame e all’ingiustizia calata dall’alto.
In un Medio Oriente cinico, la pressione della piazza si sta dimostrando l’unico vero contrappeso capace di legare le mani ai palazzi del potere. Proprio come succede in Occidente, dove i governi sono costretti a fare i conti con la mobilitazione costante delle piazze e le azioni concrete di solidarietà, come quella della Flottilla. Non è la bontà dei leader a tenere aperto lo spiraglio per la Palestina, ma la forza di chi non smette di pretendere dignità e giustizia.
Ricordatevelo alla prossima manifestazione. La pressione dal basso è l’unica arma che funziona davvero.
* Erika Bastogi (fondatrice di @spin___killer)




