L’angolo della poesia: “Igor” di Sara Comuzzo

Sara Comuzzo è nata a Udine il 9 settembre del 1988. Ha frequentato il Liceo classico nella sua città natale ed ora sta per prendere la Laurea triennale in Psicologia all’Università di Padova. Ama la letteratura e la poesia in particolare. I suoi autori preferiti sono Dylan Thomas, William Blake, James Fray e Shakespeare. Scarabocchia i suoi pensieri da quando era una bambina timida di 12 anni; non ama parlare di sé, ma ama scrivere e descrivere. Scrivere per lei è un bisogno, qualcosa di vitale che, quasi sempre, la fa sentire meglio.

La sua “Igor” – più che una poesia, una prosa poetica – nasce senza dubbio da un bisogno, che è quello di sfogare un dolore immenso, e noi le auguriamo che mettere su carta questo sentimento l’abbia aiutata, appunto, a sentirsi meglio. Ma ci auguriamo anche  che i suoi versi, in particolare quelli finali, possano essere di conforto a tutti coloro che – come lei – hanno perso in modo tragico e improvviso una persona speciale.

 

 

Igor

Il rombo del motore risuona. La moto traballa alla vista dell’auto. L’impatto. Lo schianto.

No, non ci sono parole per descrivere la perdita.

Nessuna risposta a quel dolore percepito al momento della notizia.

No, non c’è spiegazione al volere del cielo.

Sei venuto a casa nostra alcune settimane fa. Avevo dei problemi con il computer. L’hai messo a posto. Grazie.

Sei rimasto a cena con noi.

E’ stato forte. Dovremmo farlo più spesso.

Dovresti averlo fatto più spesso.

Arriva la chiamata. L’avviso del tuo non ritorno.

E, in silenzio, arrivano anche loro… Le lacrime.

Lacrime per te. Occhi arrossati, cuori spezzati.

Senza parole. L’incredulità genera stupore: no, non può essere vero.

Ci mancherai. Mi mancherai.

Penso a te. Il tuo volto.

Quell’accenno di fossette che sbuccavano quando sorridevi.

Il tuo sorriso, la tua voce.

La tua anima è pulita e risalta in mezzo ad un branco di coyote.

No, non sei qua. Ma le tracce di te rivivono in ogni persona che ti conosceva e ti conosce ancora. Si ti conosciamo ancora. Perché quello che sei non cambia a contatto con l’altro mondo.

Tu rimani lo stesso, la stessa persona. La stessa anima pulita.

La purezza non scompare all’interno delle fotografie,

così come l’idea di te continua ad albergare nella stanza di cristallo delle nostre menti.

La moto arriva. E tu scompari.

Non c’è agonia che possa risparmiare i presenti

o bugia che possa esonerare i tuoi cari dalla sofferenza che permane all’interno delle loro ossa.

La moto arriva ed in qualche modo arrivi anche tu.

E’ vero non sei più qua, ma ora la grande porta si apre.

Quella porta a cui forse non tutti siamo destinati ma di cui tu sicuramente varcherai la soglia.

Quella porta a cui infondo, tutti aspiriamo.

La porta lassù. Lassù nel regno celeste. Lassù nel mondo migliore.

Ora, io non so dire con certezza se credo all’esistenza di questa porta,

ma so che voglio crederci e so che se esiste tu sei là e sorridi. E sorridi.

Le lacrime col tempo se ne andranno.

Eppure, qualcosa cambierà nelle pareti del costato di ognuno di noi.

In quella parte dove risiede il cuore. Il centro delle sensazioni.

E domani, svegliarsi con la consapevolezza della tua assenza ma il desiderio della tua presenza,

sarà più doloroso di una lama rigirata nello stomaco.

Ma qui il labirinto va avanti e le soluzioni sono o piangere

o reagire al flusso di avvenimenti spiacevoli e così spiacevolmente reali.

Amavi vivere, andare in moto, il computer.

La sigaretta galleggia sulle tue labbra di cera. Non si scioglie.

Amavi la vita e so che non vorresti lacrime, rimpianti e rimorsi.

Ma a volte il dolore è più forte della logica e per quanto si tenti, trattenerlo o nasconderlo risulta impossibile.

Impossibile dimenticare quegl’occhi stanchi per il poco sonno. Facevano parte di te, erano te.

Impossibile dimenticare che forse non c’è speranza di un dono futuro,

di una redenzione tanto attesa eppure così sensibilmente distante.

La moto sbanda.

Non c’è ragione o risposta. Non si tratta di destino, no neppure di fortuna.

E’ qualcosa che va al di là delle nostre capacità umane.

E’ qualcosa che non possiamo controllare o capire o comprendere o spiegare.

E’ qualcosa che ci impone di urlare, di piangere, di soffrire e odiare.

Eppure l’odio e la negatività non cancelleranno l’amore per te.

Né il bisogno di sentirti volare lassù tra gli angeli e gli spiriti felici.

Già è tutto così strano, così privo di luce. Così insensato e sbagliato. Sbagliato. Sbagliato.

Forse un giorno ci rivedremo. Ne sono sicura, ma finché sono qua mi limiterò a ricordare la persona che eri, che sei.

Quel ragazzo altruista e di buon cuore e calmo ed agitato allo stesso tempo, come l’oceano nelle sue diverse stagioni.

So che un giorno ci rivedremo. Ma tu lasciami sognare ancora un po’.

Lasciami volere qualcosa di diverso per annullare il marcio di questo pianeta.

Lascia che la fiamma della tua anima continui ad illuminare i nostri cuori impauriti.

Un giorno ci rivedremo. Quando, non è dato saperlo.

E mangeremo la griglia e fumeremo sigarette e ti verserò un bicchiere e faremo un giro in moto e…………

mi sentirò proprio come ora: orgogliosa, di averti conosciuto.

La fiaccola si spegne ma i colori non sbiadiscono. La tua immagine è ben scolpita all’interno delle nostre menti.

Gli angeli ci rassicurano che sei in buone mani.

Già lassù esistono gli angeli.

E tu, tu eri uno di loro anche qui.

Ciao Igor. Ciao.

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