I TEMI DELLA SETTIMANA: IL MAL DI SCHIENA E LA DIETA PER L’INTESTINO

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

 

Di prevenzione delle malattie, qualunque esse siano, non se ne parla mai abbastanza ed è anche per questa ragione che l’associazione torinese “Più Vita in Salute” continua con il programma di conferenze, sempre ospitate nella aula magna del Molecular Biotetchnology Center dell’università di Torino. Altrettanto utili i contributi del neurochirurgo Francesco Zenga (nella foto) che ha trattato il tema “La popolazione invecchia curiamo il mal di schiena”, e della specialista in Scienza dell’Alimentazione, Etta Finocchiaro (entrambi dell’A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino (ospedale Molinette), che ha ripreso in modo approfondito il tema “La dieta e la sua influenza sulla salute dell’intestino”. È ormai noto che l’80% degli italiani almeno una volta nella vita ha sofferto del mal di schiena, un disturbo molto diffuso ma spesso trascurato per superficialità; mentre in non poche occasioni è da considerarsi un campanello d’allarme che può anticipare una patologia più seria, che non è necessariamente legata all’invecchiamento. Per capire meglio questa manifestazione patologica, sia nell’uomo che nella donna, il dottor Zenga ha rammentato che quasi sempre dipende da una difficoltà di funzionamento di un muscolo, di un legamento o del disco vertebrale. «La colonna vertebrale – ha spiegato – è una struttura che deve supportare la stabilità del tronco e degli arti, tale da consentire i vari movimenti del tronco e della testa… La perdita dell’equilibrio causa la comparsa del dolore, ed è proprio da quando l’uomo ha superato la posizione di quadrupede, la parte inferiore della colonna ha subìto una serie di adattamenti e, da qui, quasi sicuramente ne è derivata la comparsa del mal di schiena, ancorché aggravata dal fatto che l’uomo “d’oggi” è incline alla posizione seduta». Ma quali le cause del mal di schiena? In effetti sono molteplici, rarissime quelle gravi (circa 1 su 300) e, per individuarle, inizialmente il ricorso è alla visita medica e, se il caso, la consulenza dello specialista. «Nello specifico – ha sottolineato il relatore – per mal di schiena si intende un dolore più o meno intenso e continuo, solitamente localizzato in regione lombare, da qui il nome lombalgia, che può estendersi in zona sacrale, quindi si parla di lombosacralgia; e sé interessato il nervo sciatico (nervo in corrispondenza delle prime vertebre lombari, con estensione dolorifica ai glutei e agli arti inferiori) la condizione prende il nome di lombosciatalgia». Il clinico ha poi proseguito spiegando che il dolore può manifestarsi (in forma acuta o cronica) anche in una limitata zona della nuca che, a seconda dell’intensità, può impedire la rotazione del corpo in ambo i lati e in questo caso si parla di cervicalgia. Tale condizione talora può estendersi alle radici nervose della nuca e del braccio (monolaterale o bilaterale) e sin’ anche alla mano, per cui il disturbo prende il nome di nevralgia cervico-brachiale. Ma in cosa consiste, invece, il cosiddetto “colpo della strega”? «È relativamente raro che dopo un sforzo, specie se intenso –, ha spiegato il clinico – chi ne è colpito resti bloccato con la schiena, accusando un dolore intenso nella parte inferiore della schiena che a volte può manifestarsi anche da un colpo di freddo. In questi casi restano compressi i nervi spinali che fuoriescono nella parte inferiore della spina dorsale provocando appunto l’intenso dolore che può durare due-tre giorni; ma se si protrae per più tempo è bene ricorrere allo specialista. Il trattamento si basa sull’uso di antinfiammatori, ed è consigliabile muoversi senza fare eccessivi sforzi. Resta comunque saggia la prevenzione evitando particolari e “maldestri” sforzi, e nel trasportare pesi bilanciare il carico bilateralmente, come pure alzando gli stessi è consigliabile flettere le ginocchia e non piegare la schiena». Il neurochirurgo ha poi fatto riferimento alla nota ernia del disco, una patologia che si manifesta per il cedimento dei legamenti tale da far scivolare i dischi vertebrali fuori dalla loro sede. Generalmente l’ernia discale dà segni di sé soprattutto a livello lombare, più raramente a livello dorsale e cervicale. Tale condizione è la causa più comune di lombosciatalgia e di nevralgia cervico-brachiale. Più in generale il mal di schiena interessa centralinisti, stiratrici, commesse, camionisti, addetti alle postazione di un PC e tutti quei lavoratori che sono “costretti o condizionati” ad assumere posizioni statiche, o soggetti a compiere movimenti del tutto inadeguati. «Per combattere il mal di schiena, o meglio per evitarlo – ha concluso il dottor Zenga –, il rimedio è la prevenzione ponendo maggiore attenzione ai movimenti quotidiani e modificando “vizi” ed abitudini di vita scorrette. Altrettanto utile è fare esercizi fisici con lo scopo di rinforzare la muscolatura addominale e paravertebrale; accorgimenti che andrebbero considerati sin dall’età scolare, la cui popolazione interessata nella maggior parte dei casi è peraltro a rischio di scoliosi per l’eccessivo carico di zaini sulla schiena. E pare anche che la cosiddetta scoliosi idiopatica (di eziologia sconosciuta) non sia in diminuzione».

Ma si continua anche a parlare di alimentazione, con particolare riguardo per l’intestino, e in questo caso, una determinata funzione è quella del microbiota intestinale, un insieme di microrganismi che occupano la lunghezza e la larghezza dell’intero tratto gastrointestinale. «Ha funzioni di difesa contro gli agenti patogeni – ha spiegato la dottoressa Finocchiaro (nella foto) – in competizione per i ricettori sulle cellule ospite, in concorrenza per le sostanze nutritive, per la produzione di batteriocine e sostanze antibiotiche e riduzione del pH. È inoltre di stimolo del sistema immunitario intestinale e, per quanto riguarda il mantenimento dell’integrità della barriera intestinale, provvede alla regolazione della proliferazione cellulare e delle funzioni intestinali». Oltre alle attività metaboliche come la fermentazione dei carboidrati con produzione di acidi grassi, stimolo al metabolismo lipidico, potenziamento del metabolismo proteico, produzione di gas, etc., tra i fattori che influenzano il microbioma la dieta rappresenta il principale contributo alla “diversità” della flora intestinale. E va detto che i cambiamenti nella dieta possono rappresentare il 57% delle variazioni del microbiota rispetto alle variazioni genetiche dell’ospite che possono spiegare solo il 12%. Il clinico ha poi introdotto la funzione della disbiosi (conosciuta anche come disbacteriosi) ossia lo squilibrio microbico sulla superficie o all’interno del corpo; in questo caso inerente al tratto digestivo. In tale funzione sono coinvolti la dieta (zuccheri, farine, alcol), farmaci (antibiotici, lassativi, ormoni), inquinanti (pesticidi, coloranti, conservanti), patologie come parassitosi, infezioni, intolleranze alimentari; stress, sedentarietà e igiene. Ma quale il ruolo della dieta rispetto al microbiota? «La dieta – ha spiegato la specialista – ha un ruolo centrale nella regolazione del microbiota intestinale e sulla presenza della disbiosi come, ad esempio, l’eccesso di grassi saturi determina un aumento della permeabilità di membrana e alla suscettibilità degli antigeni microbici, carenza di acidi grassi polinsaturi alterano la composizione del microbioma, l’eccesso di zuccheri a rapido assorbimento si correla con una endotossiemia ed insulino resistenza; mentre la presenza di composti fitochimici protegge il microbioma».

 

Ha poi ricordato le caratteristiche del probiotico ossia l’origine umana (ospite abituale), che non è patogeno per l’ospite, aderisce all’epitelio enterico, stimola la produzione di muco, produce le batteriocidine, modula l’attività motoria intestinale, come pure le risposte immuni locali; interagisce con le attività metaboliche dell’ospite, e resiste al pH gastrico, ai sali biliari ed alle tecniche di preparazione. I probiotici migliorano l’omeostasi del microbiota intestinale, modula l’asse immuno-intestino mediato, rinforzano l’attività immunosistemica, hanno un effetto positivo sulla translocazione batterica, come pure un effetto protettivo sul DNA dell’epitelio intestinale; mentre l’effetto anticarcinogenetico è dato dall’insieme delle varie azioni. È vidente che la dieta ha un ruolo centrale nella regolazione del microbiota intestinale regolando l’attività metabolica dei batteri. Ma quale il futuro? «La ricerca e l’aumento delle conoscenze – ha concluso Finocchiaro – servirà per capire meglio l’impatto della dieta e delle integrazioni con pre e probiotici che potrebbero rivelare nuove strade per la cura e la prevenzione. Il ritorno ad una dieta con cibi meno manipolati può essere utile per rimodellare i batteri dell’intestino. Nuove tecniche di studio come la metagenomica, la metabolomica, la transcriptonomica e la proteonomica sono necessarie per validare l’utilizzo di futuri protocolli per la prescrizione di terapie personalizzate sia in ambito preventivo che terapeutico».
Foto di Giovanni Bresciani

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