In un mondo in continua evoluzione che non aiuta a creare gli uomini del domani

di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di tematiche sociali)
È vero: i tempi cambiano, e con essi anche le persone — nel modo di pensare, di agire, di relazionarsi. In quest’epoca di consumismo e libertà sfrenata, la mente umana va spesso in tilt, soprattutto quella degli adolescenti, che lamentano solitudine, malinconia, insoddisfazione e persino stress. Quest’ultimo “disturbo”, a mio avviso, è spesso una forzatura: difficile concepire come si possa soffrirne senza aver ancora conosciuto davvero la vita.
Se poi aggiungiamo il contributo del sofferto periodo di lockdown dovuto alla pandemia da Covid-19, è evidente che la vulnerabilità infantile e adolescenziale ha preso il sopravvento. Nei decenni passati, quando adulti e giovani avevano poco o nulla, la mente non era particolarmente turbata e non aveva esigenze complesse, se non quella — fondamentale — di avere il pane sulla tavola ogni giorno. E in quel periodo, indipendentemente dal numero di laureati in Psicologia, la loro consulenza era richiesta solo i casi particolari.
Oggi, invece, basta un litigio con un compagno di scuola, una nota negativa sul diario o — peggio ancora — la privazione del cellulare, per scatenare reazioni sproporzionate, fino a ricatti emotivi verso i genitori o fughe da casa con conseguenze immaginabili. Anche se può sembrare retorico, è il caso di ribadire: più si ha, più si vuole. E non si tratta solo di concessioni familiari, ma anche dello stimolo continuo offerto dal progresso, amplificato dai mass media e dai social.
Ricordo che dal dopoguerra fino ai primi anni ’70, in Italia esistevano collegi e istituti per l’ospitalità di bambini e ragazzi in situazioni difficili. Tra questi, quelli fondati da Don Carlo Gnocchi (1902–1956), destinati inizialmente a orfani e mutilatini di guerra, poi anche a mutilati civili e poliomielitici — tra cui chi scrive — per il recupero fisico, spirituale e sociale. Si viveva lontani dalla famiglia, con rientri solo a Natale, Pasqua e durante le vacanze estive. Nonostante le ristrettezze, assistiti da personale religioso e laico, la maggior parte di noi non ha mai richiesto assistenza psico-pedagogica, nemmeno dopo la morte di Don Carlo. Solo in rari casi si verificava il rientro anticipato in famiglia.
Durante la permanenza, oltre alla scuola interna, i poliomielitici ricevevano quotidianamente cure fisioterapiche e, quando necessario, interventi chirurgico-ortopedici. Le distrazioni erano poche:il cinema il giovedì e la domenica pomeriggio, brevi ricreazioni, qualche attività sportiva per chi aveva minori menomazioni. I più fortunati hanno conosciuto Don Carlo, la cui sensibilità pedagogica alleviava tristezza e scoramento nei momenti più delicati — prima di un intervento, o quando le notizie dalle famiglie erano scarse.
Nonostante la sobrietà di quella realtà, la vita in collegio scorreva serenamente, e nessuno avrebbe mai pensato di invocare un supporto psicologico. Perché questa rievocazione? Per confrontarla con l’attuale condizione adolescenziale, che sembra attanagliare molti giovani incapaci di riconoscere quanto siano fortunati rispetto ai coetanei di allora.
Purtroppo, l’era attuale è insidiosa, traditrice, fuorviante: piena di tentazioni quotidiane — cellulari, tablet, denaro, abbigliamento — e influenze negative da media e social. Le conseguenze si leggono nei fatti di cronaca, in una politica poco attenta, e nel ricorso crescente a psicologi e psicoterapeuti.
Un’ultima osservazione: credo che se gli adolescenti di allora avessero avuto ciò che hanno quelli di oggi, gli effetti sarebbero stati simili. Ma con una differenza: la sofferenza di quei tempi è stata una maestra di vita. Oggi, molti di loro sono genitori e nonni, altri non ci sono più. Ricordare quel confronto tra generazioni dovrebbe far riflettere famiglie, educatori e chi ha la responsabilità di formare gli uomini del domani.
Per questo, Don Carlo — padre dell’infanzia e dell’adolescenza — meriterebbe di essere ricordato più spesso. Anche nelle scuole.
Per chi volesse approfondire, sono personalmente a disposizione in Torino (338.340.38.47).




