

di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto in tematiche sociali)
Noi, fortunati delle ultime generazioni, che non abbiamo conosciuto né la Prima né la Seconda guerra mondiale, abbiamo il dovere di sapere, conoscere e approfondire ciò che è stato attraverso le ultime testimonianze dei superstiti, che ancora portano sul volto e sul corpo i segni di tanta sofferenza e disumanità. Ma non solo: articoli, reportage, fotografie e filmati rappresentano ulteriori prove di un genocidio che non ha risparmiato etnie e ceti socio‑culturali diversi. Molti, prima di essere uccisi, hanno subìto torture e umiliazioni tra le più brutali, un accanimento sul corpo e sull’animo che costituisce un ulteriore oltraggio alla Persona e, per molti, anche al loro Dio.
In questi decenni si sono visitati i luoghi della perdizione umana generata da menti contorte (non per patologia), si sono scritti libri e prodotti documenti originali di indiscutibile valore storico, si sono ascoltate le testimonianze degli ultimi sopravvissuti. Tutto ciò è servito a far conoscere — o a ricordare — affinché non si ripetano esperienze analoghe. Eppure, purtroppo, in molte parti d’Europa, in alcuni Paesi orientali e in diverse regioni dell’Africa, scenari di violenza e persecuzione continuano a ripresentarsi.
Ma oltre a prendere atto di queste testimonianze, quale effetto emotivo possono produrre in noi, risparmiati da tali esperienze, anche solo dopo aver letto il Diario di Anna Frank? La risposta risiede nella sensibilità individuale e nella capacità di “recepire e sopportare” il peso di quelle memorie, fatte di nomi, date ed eventi che forse nemmeno Dante Alighieri saprebbe collocare nei suoi Gironi.
Dal punto di vista della comunicazione, è giusto portare alla luce ciò che è doveroso sapere, farne tesoro e riflettere sul valore dell’esistenza. Una riflessione che filosofi come Sören Kierkegaard (1813‑1855) e Arthur Schopenhauer (1788‑1860) hanno dedicato alla loro vita. Con quale risultato? Personalmente ritengo che “rispolverare” il loro pensiero e trasmetterlo ai posteri rappresenti il più alto dei significati: il dovere di apprezzare la vita proprio perché è un mistero da vivere. E non sondare tale mistero è un’azione che Dio ci renderà merito, tant’è che Egli disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».
È certamente una questione di fede, ma non possiamo sapere se tutti coloro che sono periti durante i conflitti e la prigionia abbiano creduto in un Dio o abbiano ceduto di fronte al loro destino. E questo vale ancora oggi per le popolazioni coinvolte negli attuali conflitti: la storia sembra non aver insegnato nulla ai despoti, il cui “credo” continua a tradursi nell’imbracciare le armi per sopprimere i propri simili. Definire tutto ciò “irresponsabilità” è un eufemismo, perché queste azioni offendono i più deboli.
In sostanza, il genocidio degli ebrei — popolo che non conosco ma che ammiro per intelligenza e dignità — e di altre popolazioni si ripete e si ripeterà finché l’uomo abiterà la Terra, con la differenza che forse non avremo più filosofi capaci di insegnarci il valore dell’esistenza. Eventi simili, o peggiori, non sono mai mancati nei secoli. Se potessimo far “resuscitare” Socrate (470‑399 a.C.), potremmo avvalerci della sua saggezza, di cui avrebbero grande bisogno i despoti contemporanei… anche se i loro neuroni non sarebbero in grado di distinguere ciò che è sacro da ciò che è profano. Per costoro, come per i loro predecessori, la vita umana è qualcosa di astratto. Ed è per questo che chi ricopre ruoli sociali elevati dovrebbe invitare i soldati a posare le armi, ricordando loro che chi va al fronte — per difesa o per offesa — inevitabilmente va per uccidere.
Un’ultima osservazione: chi è reduce dell’Olocausto non dovrebbe essere chiamato ovunque. La testimonianza non va taciuta, anzi, ma un’eccessiva esposizione rischia paradossalmente di produrre l’effetto contrario, quello che i negazionisti desiderano. Parliamone sempre, ma senza ostentare: la sobrietà e una presenza più misurata possono rivelarsi più incisive. Provare per credere.




