GIORNALISTI CON HANDICAP: UNA FAMIGLIA SCONOSCIUTA

Una “forza” numericamente minore ma non per questo meno professionale. La realtà, piuttosto, è che i datori di lavoro solitamente sono restii ad assumere disabili per legge, men che meno in ambito giornalistico

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Vogliamo parlare di giornalismo, quello un po’ meno “occulto”, ossia quello esercitato da quei pochi che, nonostante la loro disabilità fisica o psico-fisica, riescono a dare il meglio di sé per i propri lettori… tutti? Ma quanti sono i giornalisti handicappati, dipendenti di un Editore, collaboratori occasionali o dei veri e propri freelance? Per quanto abbia fatto ricerche non mi sembra esistano statistiche in merito, sia perché nessuno si è preso la briga di far conoscere questo minuscolo popolo dell’informazione sia perché probabilmente sono un numero esiguo; o forse anche perché gli interessati non intendono evidenziarsi. Ma sta di fatto che esistono e, a parer mio, non vedo perché non si debba “mettere in luce” l’esistenza di pubblicisti o professionisti che, del resto, fanno parte anch’essi di una categoria professionale come tante altre. Per quanto riguarda le assunzioni di giornalisti (disabili o non) da parte di un Editore, è bene che si sappia che in nessun annuncio economico sotto la voce “Cercasi lavoro”, solitamente non compare la voce “Cercasi giornalisti”; ciò mi porta a dedurre che gli Editori assumono i giornalisti prevalentemente per nepotismo e clientelismo. Diversi anni fa c’è stata una eccezione, se così vogliamo chiamarla, in quanto sul Giornale Milano Finanza del 21 febbraio 1998 compariva il titolo di un breve articolo: “Rai obbligata ad assumere cronisti con handicap”, il cui testo riporto integralmente. «L’unico settore dove non ha mai funzionato la politica di incentivazione agli esodi avviata da tre anni in Rai è stato quello dei giornalisti che, come ha notato la Corte dei Conti nella sua recente relazione, sono notevolmente cresciuti nei tre anni. Ora per l’azienda di viale Mazzini arriva un problema in più: dalla prossima estate nelle nuove assunzioni dovrà essere riservata  una quota qualificata a giornalisti portatori di handicap. Lo ha stabilito il governo, accettando in commissione affari sociali un ordine del giorno firmato congiuntamente da maggioranza e opposizione. Il governo si è impegnato a far riservare una quota protetta delle assunzioni “nelle testate giornalistiche della Rai” a portatori di handicap “iscritti all’Albo dei giornalisti, visto che la Rai quale ente di Stato è tenuta a una funzione di salvaguardia sociale e di promozione culturale”. Ma il problema, ovviamente in maniera meno vincolante, potrebbe toccare anche i big della carta stampata come Repubblica e Corriere della Sera. Il governo si è impegnato a “sollecitare l’introduzione di una quota protetta di giornalisti con handicap presso le testate giornalistiche nazionali». Evidentemente tale decisione si riferiva alla Legge n. 482 del 2 aprile 1968, quale “Disciplina generale delle assunzioni obbligatorie presso le pubbliche amministrazioni e le aziende private“; una legge “ad hoc”, si direbbe, ma in realtà determinati datori di lavoro la recepivano come una sorta di coercizione e pertanto tendevano a non assumere…, e chi scrive ne sa qualcosa in più… Ma al di là del fatto che di quell’obbligo da parte della Rai non si è saputo se c’é stato un seguito, quello che invece è più tangibile è il fatto che la stragrande maggioranza dei giornalisti disabili si sono “formati” e scrivono per testate di Associazioni (ovviamente non profit, rare eccezioni a parte), non solo per divulgare notizie e opinioni relative al mondo delle disabilità, ma anche per seguire tutti quegli argomenti che sono comuni a tutti i giornalisti in genere.

Franco Bomprezzi

Tra le figure più signficative, una per tutte, Franco Bomprezzi (Firenze 1952 – Milano 2014, nella foto), era affetto da osteogenesi imperfetta e in carrozzina, ed è stato un giornalista, scrittore e blogger che si è speso per diffondere i problemi dell’handicap e tanto altro, dotato non solo di estrema competenza ma anche di quella capacità divulgativa che ha fatto del giornalismo “sociale”, una professione di tutto rispetto. Un’altra iniziativa risale al maggio 1995 quando, dal palcoscenico milanese dell’informazione, nasceva “Hpress”, la prima agenzia giornalistica internazionale formata da redattori disabili, di cui anch’io sono stato un collaboratore. È stato un evento editoriale che ha subito trovato riscontri in fatto di collaborazione, il cui spirito propositivo verteva sul fatto che se per scrivere servivano soprattutto intelligenza e curiosità, capacità di sintesi e di espressione per raccontare problemi e storie vere, sarebbero stati ben accolti professionisti (sia pur in erba) come i “diversamente capaci”, in grado di raccontarle proprio con la professionalità e la trasparenza che li avrebbe contraddistinti. Questa bella vetrina in versione online è durata qualche anno poi “trasformata” in versione cartacea con la denominazione “Vento Sociale”, e in seguito anch’essa in versione online. Personalmente ricordo di aver dedicato ampi spazi alle barriere architettoniche, ai lavori per la 41° Assemblea dell’Atlantico del Nord (tenutasi a Torino), agli importanti aspetti psicologici della Sclerosi Multipla, al diritto al lavoro e collocamento obbligatorio per le persone disabili, ai problemi dell’umanizzazione nelle carceri; una inchiesta sul tema amianto; ma anche ai profili biografici dedicati alle nobili figure ed opere di Don Carlo Gnocchi, e del dottor Albert Schweitzer. Altri colleghi hanno preso in considerazione temi quali l’usura, lo sport nelle varie discipline, l’informatica “pro disabili”, l’alimentazione, solidarietà e beneficienza, un particolare approfondimento sul rispetto della diversità, arte e musicoterapia, il lavoro minorile e l’universo della senilità. Altri autori hanno invece affrontato temi “scottanti” come quello dei falsi invalidi, del volontariato e dell’associazionismo tout court, il linguaggio dei segni con chiaro riferimento ai sordi e ipoudenti, al più “sottile” concetto della diversità, e più in generale i vari aspetti di salute e benessere, la gioventù con le loro implicazioni esistenziali, la riforma delle pensioni, l’eterno ed intricato capitolo delle tasse, come pure le problematiche della vita in condominio, il rapporto con la televisione come mezzo di “svago” e di comunicazione, la scuola e l’istruzione, e i non meno delicati temi delle adozioni e della sessualità. Più recentemente, assai lodevole è il sito di PaperBoy attivo dal 4 novembre 2019, periodico edito dalla cooperativa sociale Il Villaggio di Esteban e realizzato quasi interamente da redattori con disabilità. Si tratta di una testata regolarmente registrata che permette di conseguire il tesserino e l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti. Vi lavorano venti redattori disabili in tutto, di cui quattro già pubblicisti e due lo diventeranno a metà mese. Gli ideatori del progetto affermano che «si tratta dell’unica esperienza di questo tipo nel Sud Italia». Insomma, un panorama giornalistico di grande respiro che aveva (e non ha) nulla da invidiare a quello seguito dai giornalisti “non disabili”. Tutte queste iniziative e relative esperienze, non solo rientrano a pieno titolo nel giornalismo professionale italiano, ma vogliono significare che un’attività intellettuale non è mai “condizionata” da un arto amputato o atrofizzato, e tanto meno da una carrozzina su cui muoversi e, questa ovvietà, dovrebbe essere ben impressa nella mente (e nell’animo) prevenuta di taluni datori di lavoro pubblici e privati, editori compresi!

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