Giornalismo professionale all’insegna di notevoli e meritati compensi?

Quale il valore economico di chi ben esercita senza essere noto al pubblico?

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Giornalismo italiano all’insegna dello “strapotere” economico. Potrebbe essere, questa, una affermazione retorica o addirittura provocatoria; ma in realtà non è né l’una né l’altra in quanto sappiamo che le “grandi” (?) firme hanno sempre goduto di notevoli appannaggi contrattuali e quindi di notevoli stipendi.

L’ultimo caso riguarda, come pubblicato in questi giorni dall’ANSA, il prossimo congedo del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, al quale viene riconosciuta dal Consiglio di Amministrazione una “buona uscita” di 2,5 milioni di euro, dopo dodici anni di “onorevole” direzione della pregevole testata. A parte le personali intese tra il giornalista e il suo editore, non si può sottacere il diritto di manifestare un certo sdegno se non altro per il rispetto nei confronti dei giornalisti precari (da sempre), dei giornalisti disoccupati (lo storico “L’Unità” ha chiuso proprio oggi) e dei cosiddetti freelance a tempo pieno che ogni giorno si arrabattano per farsi pubblicare un “pezzo”, talvolta non firmato o con lo pseudonimo…

Per non parlare poi di quei giornalisti, non meno professionali, che da anni scrivono a titolo totalmente gratuito per associazioni di volontariato, con la relativa responsabilità non tanto dell’editore (rappresentante legale dell’Associazione) ma unicamente della propria, e soprattutto del direttore responsabile perché nell’ambito del non profit, ad esempio, il ruolo di quest’ultimo è spesso non opportunamente considerato, non economicamente (ovviamente e bene inteso) ma professionalmente…  A questo riguardo va precisato che in qualunque contesto del giornalismo (italiano e non) l’etica e la deontologia professionale investono in egual misura sia l’esercizio professionale profit che non-profit, come è giusto che sia.

Lascio quindi ai colleghi precari, disoccupati e freelance (ed un pensiero anche ai colleghi che lavorano in zone di guerra, spesso a rischio della propria vita) il diritto di contribuire ad ulteriori considerazioni, magari richiamando l’attenzione dal punto di vista moralistico nei confronti di chi fa della propria penna (o mouse) uno strumento sì professionale e di diritto-dovere (e magari di merito), ma purtroppo anche finalizzato allo straguadagno: si può ben informare (e vivere) anche senza avere un cospicuo conto in banca. In caso contrario, non sarebbe male “condividerlo” con i professionisti meno favoriti dai lauti appannaggi editoriali, a parte ovviamente chi per scelta lavora per il non-profit.

2 thoughts on “Giornalismo professionale all’insegna di notevoli e meritati compensi?

  1. Ernesto hai davvero toccato un tasto dolente: i compensi! Se penso a quanto pagano le testate giornalistiche locali o regionali, ma anche nazionali per un servizio, mi viene uno di quei rigurgiti di vomito che lascerei il mouse subito. Se penso, poi, che obbligatoriamente i giornalisti devono aggiornarsi nell’arco di 3 anni, altrimenti sono fuori dall’Ordine, la voglia di scrivere, di informare, va via. Poi prende il sopravvento la passione, il desiderio di esserci, di vivere questa professione, malgrado tutto. Malgrado la “buona uscita”offerta ad un collega, dopo 12 anni di lavoro. Una buona uscita a tanti zeri che non riusciamo a comprendere, perché ci sembra davvero esagerata!

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