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Il gioco lecito e non lecito: un “conflitto” che solo in Italia sembra non aver fine

Anche se il settore è regolamentato il buon senso imprenditoriale vuole un tavolo di confronto con la politica per garantire al meglio la legalità del gioco d’azzardo.

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di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

convegno sul gioco d'azzardoIl problema nel nostro Paese è ormai annoso: il gioco d’azzardo alle prese con legalità e non legalità, con tutte le implicazioni che tale “fenomeno sociale” comporta. È una realtà vissuta in primis dagli imprenditori del settore e al seguito i dipendenti, tutto l’indotto e, a ricaduta, gli stessi giocatori. E la volontà di far chiarezza su ogni fronte proviene da ogni parte (un po’ meno dalla politica) tanto che nei giorni scorsi si è tenuto a Torino un incontro pubblico sul tema “30 settembre 2017. La fine del gioco lecito?”, organizzato da AS.TRO Assotrattamento 2007 (presieduto da Alessio Crisantemi), che ha visto la partecipazione di un folto pubblico (oltre 400 persone)  e diversi esponenti che, a vario titolo, hanno esposto perplessità, timori, considerazioni, commenti e proposte. Il terreno è estremamente delicato tanto da richiamare l’attenzione su leggi e regolamentazioni come quella istituita sul Territorio di Trento e, zoppicando, in quasi tutte le altre Regioni ma in modo quasi sempre non univoco. Ecco quindi il primo scalino da superare: capire quali sono le “reali” necessità dell’Imprenditoria e cosa la stessa chiede alla politica, quindi allo Stato, e di conseguenza quali risposte ottenere.

Un inizio di “buona volontà” parte con la nascita nel 2004 dell’Associazione AS.TRO, il cui obiettivo era quello di sollecitare una vera e propria legge che facesse chiarezza in relazione alle vincite in denaro. Oggi, in Italia sono circa 4.000 le aziende che si occupano di intrattenimento, un vero e proprio arcipelago in cui districarsi, o quanto meno poter “calmierare” il fenomeno, e ciò diventa impegnativo anche a fronte delle numerose discordanze in fatto di cifre, episodi e proposte risolutive. La legge regionale Piemonte, ad esempio, in materia di apparecchi di gioco lecito, si propone di cancellare la “legalità” di una parte considerevole del gioco, definendo “disciplina” una norma che in realtà espelle un fenomeno che in Italia ha richiesto sei lustri di dibattito. Nella rete distributiva di questi apparecchi la regione subalpina consta di quasi 6.500 punti vendita, collocati in gran parte all’interno di siti che la legge regionale definisce “aree sensibili”, e che intenderà “de-slotizzare” dal prossimo autunno. «Non ho mai preteso di far accettare l’apparecchio lecito come se fosse un congegno salutare – ha precisato Mario Negro, presidente onorario AS.TRO –, ma non ho mai sopportato che tramite la disinformazione sul gioco si trasformasse una forma di intrattenimento, che in altri Paesi non suscita alcuna problematica socio-sanitaria, in una piaga nazionale da espellere, ovvero, a giorni alterni, da tassare sempre più aspramente».

Nel corso di questi anni non sono mancate sentenze, tra queste le due di Bergamo e Firenze contro le Ordinanze sindacali da parte delle Associazioni Tabaccai. In una è stato evidenziato che in nessun caso si è tenuto in considerazione la presenza dei lavoratori commerciali impegnati in questo settore, e questo può essere ritenuto un passo avanti… A parte questi due casi, i problemi si riconducono alla eccessiva offerta, e alla ludopatia per la quale pare che nessuno abbia trovato la panacea. «Molti Comuni – ha spiegato Lorenzo Verona, vice presidente AS.TRO e responsabile per il Territorio – sostengono che l’offerta sul territorio è eccessiva, e questo nel suo complesso; ma si fa fatica a pensare che con la riduzione dell’utente al gioco si possa passare ad un unico prodotto… La nostra associazione ha sempre cercato di proporre soluzioni alternative ascoltando anche la voce degli Amministratori, al fine di individuare un compromesso tra la tutela della salute pubblica e la tutela degli interessi dell’industria che, come è noto, vanta molti addetti nel settore, diretti e indiretti. Ma soprattutto è ancora carente sia la formazione che l’informazione». Secondo il relatore i circa 100 mila punti vendita dovranno essere il  baluardo della legalità, ossia il primo punto con il quale viene scoraggiato l’atteggiamento compulsivo del giocatore nei confronti dell’offerta del gioco. «Le nostre aziende – ha aggiunto – si sono ri-strutturate con notevoli investimenti dimostrando serietà nel rispetto delle regole; e se l’offerta appare davvero eccessiva, si potrebbe fare tutti un passo indietro, vale a dire che una riduzione orizzontale sul territorio potrebbe essere un buon compromesso».

Secondo Alberto Alberetto, vice presidente nazionale Associazione Tabaccai, i diritti dell’imprenditore di fare impresa sono stati calpestati tanto da rasentare un atteggiamento proibizionista; ossia, da una parte c’è lo Stato che continua a rendere legale il gioco anche attraverso il sistema online, dall’altra i Comuni e le Asl che continuano a denunciare l’aumento del gioco d’azzardo patologico (GAP), con un incremento dei costi sociali per la cura della dipendenza. Di questo passo l’intero comparto potrebbe essere messo a rischio: il posto di lavoro dei dipendenti e le imprese stesse. «La nostra associazione – ha sottolineato Alberetto – ha più volte rivolto un invito agli Amministratori locali cercando un dialogo, e alla Regione Piemonte chiediamo di modificare il contenuto delle norme transitorie della legge del 2016 sul gioco: non si possono cancellare i diritti acquisiti di tanti operatori che hanno intrapreso il percorso di un’attività lecita… in tempi certi». Gli ha fatto eco il presidente AssoRicevitori, Michele Giovenco, rimarcando il fatto che la propria categoria opera come “esattore” per conto dello Stato, con la consapevolezza di agire nella legalità, consapevolezza che però sta venendo meno se non si creano sicure basi per un rapporto di collaborazione reciproco. Ha “rincarato” la dose Mauro Barisone, vice presidente Anci Piemonte, ricordando che i sindaci e le Asl esercitano più forme di controllo che di assistenza e che i Centri per la ludopatia non sono molti; pertanto secondo il relatore si tratterebbe di fondere le esigenze del mercato con quelle dei cittadini e degli Amministratori, e ciò non potrebbe funzionare se non vengono imposte delle regole modificando quello che non si è fatto…  In effetti il comparto a livello nazionale ha una regolamentazione che si è stratificata per determinate tipologie di giochi dal 2004, seguita da una miriade di norme. Secondo l’avvocato Geronimo Cardia del Centro Studi AS.TRO, il settore è fortemente regolamentato a livello nazionale e, ciò nonostante, le soluzioni che vengono proposte a livello territoriale sono in contrasto con quelle a livello nazionale. Dal punto di vista cultural-giuridico pare esserci qualche chiarimento se si fa riferimento al Decreto Balduzzi e all’attuale legge di stabilità, i cui intenti prevedevano nel marzo 2016 un tavolo di lavoro fra Stato, Regioni e Comuni per trovare una soluzione univoca; ma a tutt’oggi l’atteso provvedimento non è ancora in dirittura d’arrivo.

pubblico a un covnegnoVa ribadito che il gioco, in tutte le sue manifestazioni, è sempre esistito e quindi il problema è prevalentemente culturale, e da non ritenersi necessariamente burocratico; questo almeno secondo il pensiero di Paolo Tesi, ex consigliere Cnel e responsabile per la Ricerca sul Gioco. «In questi anni – ha spiegato – è stato abolito il confronto con le associazioni e ciò è un mero atteggiamento della politica; pertanto si tratta di una mancanza di ”coraggio” per delle scelte che vanno fatte, e se l’orientamento è “punire” chi gioca è sbagliato; quindi non proibizionismo tout court, ma un confronto tra le associazioni di rappresentanza e la politica». Secondo l’europarlamentare Alberto Cirio la materia in Italia è stata regolamentata troppo e male da persone diverse, con un continuum di contraddizioni. Il relatore ha fatto il “classico” esempio della vendita da parte dello Stato delle sigarette (prodotto notoriamente nocivo per la salute), con il conseguente notevole ricavo da parte dell’Erario, e come anche per il gioco (slot machine, gratta e vinci, enalotto ed altro ancora) gli esercenti sono esattori dello Stato. «In questa materia specifica – ha spiegato – essere europei è una garanzia, in quanto la normativa sul gioco va vista con i parametri di Bruxelles in quanto più garantista, sia nei confronti delle libertà individuali che nel rispetto della libertà delle Imprese le quali, ricordo, possono rivolgersi all’Organismo della Commissione Petizioni del Parlamento Europeo, chiedendo che le Aziende italiane del gioco vengano trattate al pari delle altre in Europa».

Particolarmente incisivo il Deputato della Repubblica Mariano Rabino, nel sostenere che oggi in Italia per qualunque problema ci sono troppe persone che parlano di tutto e non sanno niente di niente… «È molto utile, invece – ha suggerito –, aprire dei tavoli nel merito, e avere la pazienza di studiare la materia in tutti i suoi aspetti per giungere ad un punto di vista comune, in caso contrario per la politica tutto ciò può diventare complicato… Il pendolarismo del gioco non fa che incrementare ulteriore disagio sociale, tanto da incrementare l’effetto negativo collaterale della ludopatia». In chiusura non è mancata la voce del lavoratore-dipendente rimarcando il fatto che in realtà svolge un lavoro lecito, quindi un lavoro con lo Stato e per lo Stato, ma che di questo passo il rischio di perdere il posto di lavoro non è poi così lontano come conseguenza della chiusura di locali, od ancor peggio, l’abolizione dei giochi perché non regolamentati in modo adeguato e univoco… «Questi timori, che ovviamente riguardano una moltitudine di persone impegnate in questo settore – ha precisato F.B. –, sono oltremodo giustificati da quella che si può definire una sorta di anòmia, ossia una carenza legislativa e, a parte i vari movimenti associativi, finora i mass media hanno scritto “di tutto e di più”, compresi gli aspetti relativi a determinati disagi sociali…; ma, in sostanza, non si riesce a capire quale orizzonte ci si aspetta di vedere e, date queste prolungate incertezze, io credo che noi tutti vorremmo essere confortati da una ben definita regolamentazione, che assicuri il prosieguo della imprenditorialità, il mantenimento dei posti di lavoro e, ovviamente, una maggior tutela degli avventori con le opportune modalità che non spetta certo a me definire».

 

La foto in alto è di E. Bodini (il tavolo dei relatori); in basso (a cura dell’organizzazione) uno scorcio della platea.

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