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Forza e genio nella letteratura al femminile – 2^ parte

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(segue)

Per EDITH  STEIN  la mia è più che ammirazione.

Personalità affascinante. Radicalmente ebrea, profondamente cristiana ed appassionata della croce.

La sua intera esistenza vibra in un crescendo di esperienze tutte segnate dalla tensione verso la verità: non credente, psicologa, pedagogista, filosofa, fenomenologa, carmelitana e martire perché cristiana ebrea.

Nata a Breslavia (allora città tedesca)nel giorno dello Yom Kippur del 12 ottobre 1891. Ultima di dieci figli cresce in un contesto comunemente religioso di ebrei operosi e discreti, all’interno di una famiglia la cui madre, rigorosamente praticante, porta avanti da sola, con risolutezza ed energia, l’attività commerciale iniziata dal marito.

In questa città frequenta l’università per poi proseguire a Gottinga e Friburgo.

Filosofa aderente alla corrente fenomenologica, allieva di Husserl e poi sua assistente, è conosciuta soprattutto per la sua opera fondamentale: Essere finito e Essere eterno.

Si professa atea dall’adolescenza fino termine di una notte del 1921 quando, in casa di amici, dopo aver casualmente scelto e poi aver avidamente ed ininterrottamente letto la biografia di Teresa d’Avila, al termine si ritrova ad esclamare con risolutezza: “Questa è la verità!”.

Che cosa accade alla donna razionale e colta, alla filosofa che si macera per intuire e tematizzare ciò che giustifica il senso del mondo e dell’umana esistenza?

Che cosa hanno da dirsi due personalità così eterogenee Teresa ed Edith: l’una pragmatica e mistica, l’altra filosofa neoscolastica esigente e rigorosa?

Che cosa le ha fatte incontrare?

Una sorta di complicità interiore!

Una complicità che fiorisce all’apice dell’inquietudine interrogante, della prima, cui corrisponde la folgorazione, tanto inattesa quanto disarmante, della seconda.

La pragmatica e mistica Teresa d’Avila suggerisce all’inesausta intellettuale fenomenologa, quale sia la radice, la traccia ed il termine verso il quale l’ardore speculativo tende come a suo respiro congeniale: l’amore!

È questo che presumibilmente Edith legge nell’esperienza della mistica spagnola: la verità è nell’amore!

L’amore come sigillo alla conoscenza. L’amore come traduzione, visibilità, approdo della tensione umana e spirituale alla verità. Amore come luce e svelamento dell’infinita preziosità e significatività dell’esistenza umana.

La vocazione umana alla conoscenza è, in definitiva, un essere appellati da un Tu che si rivela come amore.

E, nel caso, è un essere raggiunti dall’amore autorivelante di Dio, in Cristo. La Croce ne è fascino e rivelazione. E sarà il fulcro della sua riflessione filosofica e mistica al Carmelo.

È su questa illuminazione che Edith gioca, da allora, tutta la sua esistenza di studiosa e docente fino alla fine. Ed è timbro al suo impegno pedagogico ed educativo con le ragazze negli istituti dove fu accolta ad insegnare, fino a proibizione delle leggi razziali.

Chiede ed ottiene il battesimo dopo aver maturato un percorso dall’irreligiosità alla fede e, anni dopo, veste l’abito delle carmelitane con il nome di Teresa Benedetta della Croce.

Per salvarla dalla furia nazista, il suo ordine la trasferì dal monastero di Colonia ad Echt, in Olanda, ma questo non bastò. Fu prelevata ed imprigionata insieme alla sorella Rosa e entrambe uccise ad Auschwitz  il  9 agosto 1942.

Fu canonizzata da Giovanni Paolo II,  l’11 ottobre 1998.

 

MARIA DI NAZARETH.

È noto il suo magnificat!  Una pagina bellissima. Un canto del cuore che straripa di benedizione e di lode. Uno sguardo stupito dinanzi alle gesta del Dio della promessa che, al di là ed oltre le umane aspettative, si china per raccogliere ed innalzare i semplici ed i miti della terra, come segno di benevolenza e predilezione per tutte le creature e per sempre.

È l’inno di esultanza e di gioia di chi scorge ed annuncia la presenza attiva e misericordiosa del Dio Salvatore all’interno del suo popolo e che ne fa fiorire, in un modo incredibile e stupendo, la sua vigilante attesa…

Un canto dal respiro universale. Un abbraccio tra cielo e terra che riconcilia e rinnova.

L’esultanza è davvero l’orizzonte nuovo spalancato nel cuore delle creature dall’infinita condiscendenza di Dio.

E d’altronde, quando parlano i santi, e Maria nel caso, non possono che lodare e cantare e ringraziare … ringraziare e lodare!

Sembra che tutto l’indicibile mistero che ci accoglie e ci benedice e ci ricolma di ogni gratuità e vita non possa essere altrimenti detto che in gratitudine e lode.

È una pagina ardita, il Magnificat, scritta con cuore grato e confidente.

E quale coraggio!  Per una sorta di mistica esperienza è svelato a Maria che lei  “ è piena di grazia”. Non solo!  Le è detto che “è benedetto il frutto del seno …” poiché in lei, Dio si fa carne e sangue. Diventa uomo.

Ed è inaudito. Anche solo semplicemente impensabile per la cultura religiosa di Israele.

E che cosa obietta questa oscura giovane di un villaggio sperduto?

Osa dire: “ … sono l’ancella … sia fatto secondo la tua parola!”

È vero. Maria custodisce parole ed eventi nel suo cuore nella certezza che Dio è fedele e, tuttavia, non deve essere stato facile dal momento che lo stesso Giuseppe, che pure è chiamato giusto, pensa di ripudiarla in segreto. Secondo i canoni sociali e religiosi del tempo, questo gesto significa esporre una donna al disonore, alla precarietà, all’incertezza per la vita.

Maria impara quotidianamente, attraverso gli eventi che la riguardano, a camminare alla presenza del suo Signore, tra i piccoli di Israele, in una obbedienza che è benedizione e grazia per tutti i popoli. Dio cammina nel mondo con le gambe dei suoi poveri e ne accompagna le incertezze, le paure, le perplessità, i dubbi, le oscurità. È un Dio che ama stare con le sue creature.

E Maria si fida.

La grandezza di Maria è scoperta e svelata da un’altra donna la quale, accogliendola gioiosamente nella sua casa, esclama: “Te beata perché hai creduto!”   (Luca 1, 26-56)

È con questo tratteggio di bellezza e di forza che Elisabetta ci consegna la personalità di Maria.

E ne è l’icona perfetta.

Maria di Nazareth. Figlia di Sion. Donna dell’inizio. Donna Nuova di un mondo che sta per essere ricreato: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3, 15)

Maria!

 

Emanuela Verderosa

Latina, febbraio 2013

 

          
Fonti per Edith Stein
Stein Edith, La donna, Città Nuova, luglio 1998, pgg. 304
Stein Edith, Vie della conoscenza di Dio, “Classici dello spirito n.13”, Padova, Edizioni Messaggero, 1983, pgg.223
Stein Edith, Essere finito e essere eterno-per una elevazione al senso dell’essere, Roma, Città Nuova, 1998, pgg. 560

 

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