Fine mandato del Presidente della Repubblica, una scadenza che invita alla riflessione

Un “azzardo” di chi scrive ma con l’intento di analizzare un ruolo istituzionale, in parte discutibile per le ragioni espresse: in sette anni si poteva fare di più e con maggiore “incisività” per il bene comue

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

A breve  scadrà il settennato del Presidente della Repubblica Italiana, e con esso tutta una serie di quesiti senza risposta. Ma pur non volendo paragonarmi ad una così illustre figura istituzionale, mi permetto comunque di idealizzarmi in quello che è stato il suo ruolo e la posizione accademica, cui è seguita una carriera di tutto rispetto. Come cittadino (ieri italiano, oggi un po’ meno) desidero cimentarmi in quel “… se io fossi stato al suo posto…”. In merito agli impegni istituzionali (ad eccezione quelli privati), anzitutto salendo al Quirinale avrei cercato di conoscere più da vicino le molteplici realtà che compongono il nostro Paese, soprattutto prendendo in visione diretta le molte inefficienze: carenze in ambito sanitario e socio-assistenziale, dell’istruzione, dell’area geofisica-ambientale, i vari sistemi di sicurezza, le precarie condizioni di vita dei disabili (in particolare quelli affetti da malattie rare), degli anziani e i loro caregiver; un ulteriore sguardo più ravvicinato ai cittadini disoccupati e precari, ai lavoratori particolarmente a rischio per il tipo di professione; una ulteriore estensione di interesse l’avrei dedicata ai deficit delle carceri, con particolare riguardo al “fenomeno” dei detenuti innocenti; ma anche alla eccessiva libertà di informazione, gravemente “disturbata” dalle fake news; come pure ai problemi dei trasporti locali e nazionali; e più estensivamente avrei seguito in modo più fattivo e costante il flusso migratorio in entrata. Recentemente Egli ha dedicato una certa attenzione ricevendo i campioni olimpici e paralimpici, elargendo loro riconoscimenti ed attributi identificandoli con l’espressione “Orgoglio della Nazione”. Ma non solo. Durante il Suo settennato a vario titolo ha riconosciuto meriti a molti cittadini italiani (e non) residenti, alcuni di essi definendoli “eroi”; come pure diversi gli inviti di scolaresche in Sede istituzionale per rammentare loro il valore della Costituzione, senza però fare cenno al perpetuo tarlo della burocrazia che condiziona quotidianamente non poco la vita dei cittadini… ma non la Sua (sic!). Ma chi sono io per azzardare cotanto “disquisire” sul Suo operato, con “l’aggravante” della in Lui mia immedesimazione? Sono forse uno dei quei pochi convinti (da sempre) che considera necessari e doverosi i ruoli isitituzionali senza però elargire loro più del dovuto, e questo personale modus di concepire, non è anarchia, bensì il contrario perché nonostante tutto le leggi vanno rispettate sempre e comunque e personalmente, detto per inciso, non sono mai venuto meno a tale dovere. In buona sostanza nella nostra cultura politico-istituzionale non si è mai favorito il dialogo tra i Cittadini e le Istituzioni, tant’è che da anni è sempre più difficile raggiungere gli addetti ai lavori della P.A.: la privacy, l’incolumità (loro) e lo sviluppo della tecnologia della comunicazione, fanno sempre più da barriera fra le parti; e questo, ancora prima dell’evento pandemico. Ecco che la trasparenza, che tanto si invoca da tutte le parti, è pressoché inesistente e, guarda caso, il primo ostacolo è proprio la burocrazia. L’attuale Presidente, ormai agli sgoccioli del suo mandato, sicuramente si sentirà appagato per aver svolto (come meglio ha potuto) un compito arduo ma non certo privo di soddisfazioni. A mio modesto avviso, però, insoddisfacente per la collettività, in quanto ritengo essere stato poco “incisivo” nel seguire le diatribe e i mutamenti comportamentali dei partiti (sia pur nel rispetto delle limitate interferenze),  e ciò a differenza dei Suoi predecessori, ad eccezione (per ragioni storiche e temporali) dei primi quattro Presidenti.

Tuttavia, il prof. Sergio Mattarella, tra gli aspetti più significativi che più volte ha “invocato”, quello della libertà di pensiero, di espressione e di stampa, e con questo articolo ho inteso avvalermene, non solo per motivi costituzionali e democratici, ma anche perchè il mio animo si ispira a quell’aforisma che dice: “Ubi libertas, ibi Patria”. Una invocazione che peraltro, non a caso, negli ultimi anni ha visto espatriare un milione e 600 mila italiani (soprattutto giovani, e in parte dotati di un curriculum accademico). Un segnale di non poco conto perché anche se i suddetti sono più o meno distanti dai miei ideali e dalle mie convinzioni, il senso del cosiddetto “amor patrio” (oltre alla crisi occupazionale) va sempre più depauperandosi… lasciando il posto (a torto o a ragione) a quei popoli che cercano rifiugio in un Paese (il nostro) sì democratico, ma al tempo stesso troppo garantista soprattutto in situazioni in cui è bene esserlo meno. Tornando alla parte iniziale dell’articolo sono ben cosciente di aver azzardato, e non per mera provocazione, ma per sottolineare, infine, che un Paese democratico che si rispetti non ha bisogno di “eroi”, e tanto meno dell’eccessivo volontariato (periodo pandemico a parte) che, nel nostro caso, in diversi ambiti si “sostituisce” al ruolo delle Istituzioni facendo risparmiare ingenti somme grazie al buon cuore di molti, i quali credono che compiere una buona azione (individualmente o collettivamente in ragione del fatto che le Istituzioni sono assenti o deficitarie) appaghi l’animo proprio, e che soprattutto risani situazioni che sono di competenza dello Stato. A questo riguardo non può venir meno l’esempio di nobili figure come quella del dott. Albert Schweitzer (1875-1965) che, seppur non in linea con la nostra realtà politica e temporale, quanto meno dovrebbe far riflettere tutti (politici in primis) sul concetto di etica, il cui rispetto elude a priori tutto ciò che è politica e ambizione  per appagare il proprio Ego.

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