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FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA: VIRTU’ E DEBOLEZZE NELL’ATTIVITÀ LUDICA

Ancora scarsa e dispersiva è la cultura del gioco libero. Una carenza che non facilita alcun provvedimento legislativo che ne regoli in modo razionale il controllo come quello di ogni forma di gioco d’azzardo lecito.

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di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

 

Quanti sono i Paesi in Europa che “primeggiano” in fatto di esasperazioni, incongruenze e soprattutto di mancato buon senso e concreto raziocinio nel valutare una realtà sociale come il gioco, specie se considerato d’azzardo e non normato universalmente? E quali le carenze culturali in merito ancor prima delle regolamentazioni? Io credo che come ogni evento socio-comportamentale, all’interno di un contesto professionale e quindi occupazionale particolarmente diffuso, richieda anzitutto un minimo di conoscenze sulle origini, al fine di comprendere appieno la sua evoluzione sia in positivo che in negativo. Probabilmente un po’ tutti i Paesi sono interessati, a seconda della propria storia, e fra questi anche l’Italia che, in fatto di gioco d’azzardo più o meno lecito, è probabilmente ai primi posti considerando ad esempio che ufficialmente operano 265 mila slot machine. Ma non deve essere questa cifra ad orientare, bensì la presa d’atto che il gioco d’azzardo risale agli inizi dell’umanità (probabilmente per scopi divini) ed estendersi nel tempo in Paesi come la Cina, l’Egitto, l’India e il Giappone; un susseguirsi ed un estendersi tra i popoli sempre più attratti da quella coinvolgente vena del rischio e dell’imprevedibile contro natura, sino a “mettere in gioco” il proprio destino e quindi il proprio avvenire. Varie le forme di gioco praticate come ad esempio l’utilizzo dei dadi e delle carte che, nel tempo hanno sempre caratterizzato e scandito la vita quotidiana dei giocatori. Questo “osare” in realtà non ha mai scandalizzato nessuno, poiché il mettersi in gioco… giocando rientrava e rientra nella cultura di ognuno. Ma quale la realtà italiana in questi ultimi cento anni?

 

Per oltre un secolo il gioco d’azzardo è stato catalogato tra i rischi rilevanti dell’ordine sociale e, tra questi, per citare alcuni esempi, nel 1946 nasceva il Totocalcio (per i primi due anni denominato Sisal) le cui puntate concorsero a finanziare le attività del Coni; in seguito si sono affiancati il Totogol, il Totosei e il Totobingol (gli ultimi due soppressi nel 2003). Negli anni a venire comparvero il Totip, l’Enalotto (e SuperEnalotto), il Gioco del Bingo, il Gratta&Vinci e, con internet, una serie di giochi-scommesse online (Videolotteri). Ma è solo dal 1992 che, con i governi Amato e Ciampi, si ribaltò la logica in quanto divenne leva fiscale per tamponare il deficit finanziario pubblico. A questa ormai lunga filiera fanno parte da decenni i quattro casinò di Sanremo, Campione d’italia, Venezia e Saint Vincent. Ed è così che nel tempo il gioco pubblico d’azzardo, proprio dal 1992 in poi, divenne una leva fiscale, ossia un vero e proprio strumento per fagocitare le entrate erariali dello Stato. Un obiettivo che ha colpito nel segno se si considera, ad esempio, che tra il 1999 e il 2000 gli italiani hanno speso annualmente circa 10 miliardi di euro in giochi, con un prelievo netto per lo Stato fino a 32 punti percentuali sul totale delle somme consumate. Negli anni successivi è mutato l’obiettivo che consisteva nel “creare valore aziendale”, in quanto spettava allo Stato porre le condizioni della crescita esponenziale del valore azionario delle grandi società concessionarie dei giochi d’azzardo. In seguito all’immersione dell’illegale, il ministro Visco stimava in circa 800 mila il numero dei videopoker (illegali) sul territorio nazionale.

 

 

Ma al di là delle cifre, in parte condizionate da ulteriori evoluzioni di gestione politico-finanziaria, non bisogna perdere di vista il fatto che non meno significativo é l’aspetto della regolamentazione e, in Italia, il controllo dell’azzardo legale è riservato allo Stato, che lo esercita tramite privati concessionari. Un ruolo che continua a essere più diversificato con interventi disomogenei, ovviamente in base alla rispettiva autonomia delle Regioni e all’aria politica del momento… E forse, proprio per questo, in più realtà persiste una sorta di accanimento contro il gioco d’azzardo e, come afferma Vittorio Pelligra sul periodico Vita del marzo 2017: «Fin tanto che ci sarà qualcuno che vorrà giocare i suoi soldi nell’azzardo, sarà inevitabile trovare qualcun altro disposto a vendergli questa esperienza, legalmente o, al limite, anche illegalmente. Tanto vale quindi legalizzare il settore, almeno così si sottraggono i giocatori ai tentacoli delle mafie. E poi stiamo parlando di persone adulte, maggiorenni, libere, in grado di fare le loro scelte, giuste e sbagliate che siano, e nessuno dovrebbe dire loro, paternalisticamente, cosa fare». Ma cosa si intende per gioco d’azzardo? Secondo il codice penale sono tali quelli nei quali, ricorrendo il fine di lucro, la vincita o la perdita è esclusivamente (o quasi) rimessa a fattori di aleatorietà, e un gioco può definirsi aleatorio quando è rischioso, imprevedibile, dall’esito incerto, quindi d’azzardo. Tra questi sono tutti quelli che si basano sulla fortuna: lotterie, scommesse, roulette, slot machine, dadi, poker, etc. L’azzardo è quindi proibito, a meno che non sia autorizzato dallo Stato. Ma va anche precisato che il gioco d’azzardo non sempre è illegale proprio perché riservato esclusivamemte allo Stato, gestito dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), che è un organo dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli di Stato che ha il compito di controllare i giochi più praticati come il Lotto, il Superenalotto, il Gratta&Vinci e i giochi online. Ma il gioco è gestito anche da privati (società imprenditoriali) autorizzati dallo Stato. Infatti, la legge precisa che l’organizzazione e l’esercizio di giochi di abilità che prevedono una vincita di qualsiasi tipo e per la partecipazione sia richiesto un pagamento in denaro sono riservati allo Stato. Lo scopo è quello di impedire l’infiltrazione, all’interno dell’esercizio dei giochi aleatori, di associazioni criminali; ma anche di tutelare la dignità e la salute dei giocatori di un possibile abuso di queste attività.

 

PERENNE DISOMOGENEITÀ LEGISLATIVA… A DISCAPITO DI TUTTI

 

Riguardo la regolamentazione in questi anni molte sono state le proposte e gli emendamenti, spesso disomogenei, a seconda dell’area politica (del momento) di questa o quella Regione: alcune si sono dimostrate più o meno tolleranti (come la Liguria), ossia meno restrittive nella regolamentazione del gioco, in particolare per quanto riguarda le slot machine installate nei bar e nelle tabaccherie; altre, invece, decisamente più intransigenti come la Regione Piemonte, decretando consistenti penalizzazioni pecuniarie e di sequestro delle apparecchiature. È evidente che caos e disorientamento stanno destabilizzando il sistema, compromettendo sia i significativi investimenti delle società imprenditrici del settore che la sicurezza del posto di lavoro dei loro dipendenti che, sul territorio nazionale, incluso l’indotto, sono oltre 150 mila; mentre in Piemonte sono 5-6 mila. A mio avviso, quello che manca nel nostro Paese è anche il concetto di saggezza, ancor più necessaria quando si tratta di agevolare e mantenere l’imprenditoria e tutelare i posti di lavoro; e nel caso dei dubbli amletici non deve imporsi l’egemonia del potere politico, ma la saggezza salomonica i cui passi storico-biblici evidentemente non fanno parte della cultura e del buon senso civico degli attuali governanti, come pure, in gran parte, dei precedenti. Si tratta quindi di una costante situazione di “status quo”, mentre il suo stravolgimento potrebbe non essere in linea coi tempi, ma costituire i presupposti per una politica più razionale a beneficio della collettività, attraverso azioni concrete ed obiettive per la crescita delle imprese e dell’occupazione. Anche questo è un altro modo per dimostrare che la Repubblica è fondata sul lavoro… e non sui soliti miti ideologici ai quali i Padri della Costituente non hanno mai creduto.

 

LA REALTÀ PIEMONTESE

 

 

Forte preoccupazione è quella che riguarda i lavoratori in questo settore soprattutto del Piemonte, la Regione più “restrittiva e penalizzante” (come si evince dalla legge del novembre 2017) che proprio in merito alla quale vede profilarsi all’orizzonte l’imminente rischio della perdita di numerosi posti di lavoro. Per questa ragione martedì 24 luglio una delegazione di questi lavoratori appartenenti a diverse aziende del settore è stata ricevuta in audizione da un gruppo del Consiglio Regionale (nella foto l’ingresso della sede), con a capo il presidente Nino Boeti. Diversi gli interventi per spiegare come l’attuale legge abbia messo in ginocchio l’intero settore: negli ultimi sette-otto mesi 90 persone sono state licenziate, ed altre probabilmente le seguiranno se non si corre presto ai ripari con un provvedimento “ad hoc”, che tuteli l’imprenditoria che ha investito consistenti capitali in risorse tecnologiche ed umane, e di conseguenza i loro dipendenti. In sede di audizione non si può dire che la voce dei lavoratori non sia stata ascoltata e recepita, come pure le loro preoccupazioni. In particolare quella di una mamma con un minore disabile grave a carico, che ha detto e lasciato per iscritto: «Perdere un lavoro per una mamma nella mia situazione comporta una compromettente perdita di vitali e basilari diritti per il proprio figlio. Poter pagare le terapie che consentono al figlio di guardare a sentire il suo mondo laddove non può arrivarci da solo». La mamma di Samuele ha poi proseguito nel suo breve intervento spiegando che «leggi che parlano di dignità impediranno al suo bambino di vivere e sorridere nel suo quotidiano, reiterando un mondo in bianco e nero». Altrettanto puntuale l’intervento di F.B., dipendente di una delle Aziende a rischio chiusura, che ha riferito: «Nella mia esperienza di tecnico-esattore ho verificato nei locali la presenza di diversi apparecchi illeciti, dannosi non solo per le mancate entrate per l’erario (in quanto non collegati alla rete Adm), ma anche per i giocatori in quanto spesso contraffatti a livello di software». E in chiusura di intervento ha chiesto ai consiglieri chi si assumerà la responsabilità nei confronti degli imprenditori e dei loro dipendenti, nel caso in cui non si addivenisse ad una soluzione tempestiva del problema; ottenendo come risposta che i suddetti avrebbero esaminato la questione, ma senza far cenno alla tempistica. Ma non è mancato il (promettente) sostegno del consigliere Luca Cassiani (PD) che ha affermato: «Sono determinato a fare un emendamento che non vuole sconvolgere la legge, ma mettere un punto fermo, ossia fare una fotografia degli apparecchi in funzione a novembre 2017 per giungere ad impedire che si verifichino nuove installazioni; quindi, da un lato si blocca il numero degli apparecchi secondo lo schema di accordo per il riordino siglato in Conferenza Stato-Regioni, e dall’altro si consente alle aziende di riconvertirsi o agli esercizi pubblici di pensare che non possono gestire una quantità di macchine pari a quella attuale». Un intervento puntuale anche per rammentare che la normativa attauale della Regione Piemonte, sia pur con l’intento positivo, in realtà si è trasformata in un obiettivo non raggiunto né nei numeri né nelle azioni a contrasto del Gap (gioco d’azzardo patologico) che, ad esempio, dovevano essere fatte nelle scuole. E per dirla in sintesi, di fatto si è realizzato solo un effetto espulsivo a causa del distanziometro, distruggendo un settore importante come quello del gioco legale che in Piemonte dà lavoro a circa 51 mila persone nella sua intera filiera. Nell’ambito della stessa audizione ha preso parola anche una delegazione di Italia Nord Giochi, che ha chiesto di dare piena applicazione alla legge regionale sul Gap, ad esempio, come ha suggerito il delegato G.G. , con la sostituzione delle slot machine e altre forme di gioco d’azzardo con giochi di puro divertimento: giochi liberi, leciti e capaci di coinvolgere e stimolare le reali abilità dei giocatori nel rispetto delle leggi dello Stato e del codice penale.

 

 

 

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