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Eve Ensler, “I monologhi della vagina” e il V-day

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Il nostro giornale, ve lo ricordiamo di continuo, si propone di dare voce a chi non ne ha: ciò significa anche continuare a parlare di un argomento scottante nel momento in cui i riflettori se ne sono già allontanati. Per questo,  un mese dopo l’8 marzo, noi torniamo a parlare di donne, dei loro diritti tuttora negati e delle vittorie ancora lontane a venire. Lo facciamo parlandovi del V-day (da non confondersi con l’omonimo evento voluto da Beppe Grillo, sicuramente più noto in Italia) e dell’opera teatrale a cui si deve la sua nascita: I monologhi della vagina, frutto di numerosissime interviste e chiacchierate che la drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e regista Eve Ensler ha condotto con donne di tutto il mondo.

Il V-day è un movimento globale, oltre che un evento annuale, fondato il 14 febbraio 1998 dalla Ensler con l’obiettivo di fermare ogni tipo di violenza contro donne e bambine. Come? Innanzitutto, rompendo il silenzio omertoso che permette a questo squallido fenomeno di restare ancora troppo in sordina; quel silenzio che, spesso, è alimentato dalle stesse vittime, le quali in tal modo si rendono, di fatto, complici dei propri carnefici. Altro strumento di lotta  è aiutare il cosiddetto sesso debole ad emanciparsi non solo dagli uomini e da società che più o meno apertamente gli riservano un ruolo secondario, ma anche dai pregiudizi che noi stesse, anche se inconsapevolmente, spesso contribuiamo a far sopravvivere, a partire dall’idea che “vagina” sia un parola pornografica. Come evidenzia la fondatrice del V-day, nonché suo direttore artistico, questo è un movimento fatto di «donne che si battono contro […] le voci dentro di loro che giudicano e censurano». Con una logica autenticamente democratica, le donne vengono quindi incoraggiate a diventare leader delle proprie comunità per guidarle in questo faticoso cammino di trasformazione.

Dunque V come vittoria, (San) Valentino e, naturalmente, vagina. A proposito della data di nascita del movimento, la stessa in cui si svolgono la maggior parte delle sue edizioni annuali, c’è stato chi (la scrittrice e critica letteraria Camille Paglia) ha ritenuto negativo il fatto di celebrare il V-day il giorno di S. Valentino in quanto ciò renderebbe questa romantica ricorrenza un momento di evocazione della violenza contro le donne. Un’opinione piuttosto discutibile, posto che, trattandosi di un movimento che vuole insegnare alle donne ad amare se stesse e agli uomini ad amare l’altra metà del cielo, con questa sceltasi è ottenuto, piuttosto, il bel risultato di restituire un po’ di dignità e decoro ad una festività ormai svuotata del suo significato profondo e sempre più ostaggio del consumismo.

Attraverso una struttura decentrata – che permette, peraltro, di ridurre al minimo i costi di gestione – molto attiva anche sul web (www.vday.org) e grazie al generoso apporto tanto di artisti (Eve Ensler non riceve alcun compenso per il suo lavoro) quanto di persone comuni, il V-day raccoglie annualmente dai quattro ai sei milioni di euro (il costo di dieci minuti di guerra in Iraq), molto di più di qualsiasi altra organizzazione al mondo. Ma per chi muove questa straordinaria macchina non è ancora abbastanza perché le statistiche dicono che, al mondo, ancora una donna su tre viene percossa o stuprata. Una donna su tre.

In Italia, la conoscenza e la diffusione del V-day sono ancora, vergognosamente scarse. Giusto per farsi un’idea: ci sono stati due V-day a Trieste, uno nel 2006 e l’altro nel 2007; due a Modena, nel 2007 e nel mese scorso; sempre a marzo di quest’anno, altri eventi a Firenze, Siena, Padova e Savignano sul Panaro. Inutile dire che queste manifestazioni hanno avuto una risonanza inferiore alla loro importanza (pensate che il 27 marzo, data dell’evento padovano, mi trovavo in quella città e, pur avendola girato un po’, non ho visto locandine).

Forse non è azzardato ipotizzare che questa poca consapevolezza del V-power, fenomeno praticamente ignoto nel Centro-Sud, sia in parte ricollegabile alla forte influenza della cultura cattolica nella nostra società, una cultura tendenzialmente ostile a tutto ciò che si ricollega al piacere sessuale e storicamente poco favorevole ad ammettere le donne nei ruoli di comando, anche nei meno influenti (pensiamo al rifiuto di aprire il sacerdozio al gentil sesso).

Per capire il V-day occorre, però, conoscere e, naturalmente, aver letto l’opera che ha dato vita al movimento. I monologhi della vagina sono stati scritti nel 1994 e contano ormai traduzioni in quasi 50 lingue. Furono portati per la prima volta in scena nel 1996 dalla sua stessa autrice e fu subito un successo. Ad oggi sono stati rappresentati in più di cento Paesi sparsi nei vari continenti (in Italia, ad esempio, nel 2001 sono stati interpretati a Bologna da Syusy Blady), nei luoghi più disparati (piccoli e grandi teatri, campus universitari, radio …) e ad opera di attrici professioniste e non, tra le quali si annoverano persino parlamentari e ministri!

Attraverso le parole di Eve Ensler, ogni donna può prendere coscienza di se stessa e ogni lettore, a prescindere dal sesso, può scoprire che i drammi individuali (in primis, la violenza domestica) sono molto diffusi anche nelle società occidentali e avanzate. Illuminante, a questo proposito, è quanto racconta la Ensler in una recente intervista: «Non so se le musulmane stiano peggio delle altre donne. Quando vado in giro per l’Europa, sia nelle cittadine come Montpellier, in Francia, sia nelle metropoli come Roma, incontro sempre tante donne che vengono da me per raccontarmi di aver subito una qualche forma di violenza. Succede anche nelle famiglie normali perché, in questa società patriarcale, le donne non hanno ancora valore. Se ci pensiamo bene, le ragazze occidentali hanno un problema più difficile delle altre…».

Questa raccolta di monologhi permette, inoltre, di  comprendere con immediatezza che gli episodi di violenza collettiva contro donne non sono solo quelli ben noti, quali la situazione delle donne afgane  o gli stupri di massa in Bosnia, ma anche – tanto per fare alcuni esempi –  il femminicidio avvenuto a Juárez in Messico, la mutilazione genitale di donne e bambine praticata perlopiù nei Paesi africani ed ancora diffusa persino in uno Stato abbastanza evoluto come l’Egitto o la tragedia delle “donne di conforto” ossia delle migliaia di giovani provenienti perlopiù dai Paesi asiatici che, durante la seconda guerra mondiale, furono rapite e ridotte in schiavitù affinché fornissero prestazioni sessuali ai militari giapponesi.

I monologhi della vagina sono una lettura non utile ma necessaria per le donne quanto per gli uomini che vogliano veramente lottare contro i pregiudizi, perché, come ha scritto la giornalista e scrittrice Gloria Steinem, quest’opera è in grado di offrire «alcune alternative al vecchio dualismo patriarcale di femminile/maschile, corpo/mente e sessuale/spirituale, dualismo radicato nella divisione delle nostre identità in “la parte che non si vede” e “la parte di cui non si parla”».

Marcella Onnis

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