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ESPERTI IN PREVENZIONE CON DOTTE RELAZIONI ED ESEMPI PRATICI

A Torino gli appuntamenti del lunedì con la Cultura coinvolgono sempre più cittadini di ogni età. Si è parlato della prevenzione della morte improvvisa e dell’uso del defibrillatore, ma anche delle molteplici malattie reumatologiche

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di Ernesto Bodini (giornalista scientifico)

Le iniziative culturali dedicate alla prevenzione in tema di salute, a cura della Associazione “Più Vita in Salute” presieduta dal dott. Roberto Rey con il coordinamento e l’organizzazione di Giovanni Bresciani, si sono concluse con le due ultime relazioni. Alla prima è intervenuto il dott. Paolo Angelino (nella foto), cardiologo negli ospedali di Rivoli e Susa (To), sul tema “La prevenzione della morte improvvisa attraverso l’uso del defibrillatore”. Il Defibrillatore Semiautomatico Esterno (DAE) è un apparecchio che riconosce la fibrillazione ventricolare e con uno “shock elettrico lo interrompe, e ciò senza possibilità di errore. «Questa disponibilità tecnologica – ha esordito il clinico, che è anche fondatore e presidente dell’Associazione Pier Federico Angelino, onlus – è un passo ulteriore nella prevenzione dell’arresto cardiaco perché sino al 2001 il defibrillatore era usato soltanto dal personale sanitario e, solo in seguito, anche dal comune cittadino preventivamente istruito. Con il Decreto Balduzzi 158/2012 (obbligo dal 30/06/2017) le società sportive professionistiche e dilettantistiche hanno l’obbligo di dotarsi del DAE, ma sono escluse le società dilettantistiche che svolgono attività a ridotto impegno cardiocircolatorio. Tale decreto contiene linee guida dettagliate sulla dotazione e l’utilizzo dei defibrillatori. Dovrà essere presente personale formato BLS-D pronto a intervenire, il defibrillatore deve essere facilmente accessibile, adeguatamente segnalato e sempre perfettamente funzionante. I corsi di formazione BLS-D sono effettuati dai Centri di formazione accreditati dalle singole Regioni». Altri riferimenti normativi sono la Legge 120/2001 e il D.M. 388 del 15/7/2003 del Ministero della Salute. Per la Regione Piemonte il DGR 49-2905 del 14/11/2011 riguarda la regolamentazione dell’attività formativa per la gestione dei DAE in ambito extra ospedaliero con accreditamento dei Centri di formazione abilitati. E dal 2003, come dispone l’Inps, è obbligatoria la disponibilità dei DAE anche nei luoghi di lavoro.Ma cosa si intende per fibrillazione ventricolare? «La fibrillazione ventricolare – ha spiegato il clinico – è un’aritmia caratterizzata da un’attivazione rapidissima ed irregolare delle camere inferiori del cuore (ventricoli) che diventa quindi incapace di generare una contrazione valida (arresto cardiaco). Questa aritmia è la più frequente causa di morte improvvisa nella popolazione». Evento che richiama alla memoria il decesso improvviso dei calciatori Davide Astori e Piermario Morosini e del nuotatore Mattia dell’Aglio, rispettivamente di 31, 26 e 24 anni. «Per l’utilizzo di tale apparecchio – ha precisato il cardiologo – occorre saperlo usare e, per istruire la popolazione, dal 2011 sono state avviate numerose campagne di informazione e sensibilizzazione, dando adito alla cosiddetta “Catena della sopravvivenza” che consiste in sequenza nel riconoscimento precoce dell’evento e chiamata d’aiuto al numero unico di soccorso 112 (prevenzione dell’arresto cardiaco), riabilitazione cardiopolmonare (RCP) per guadagnare tempo, defibrillazione precoce per far ripartire l’attività cardiaca, trattamento post-rianimatorio per ripristinare la qualità di vita». Il relatore ha anche fatto cenno al “Progetto Piacenza”, primo progetto europeo di defibrillazione precoce sul territorio con la disponibilità di 39 DAE e la formazione di 1.285 laici nel periodo 1999/2001, intervenendo su 354 casi di arresto cardiaco, di cui l’86,7% a casa e il 73,7% testimoniata. Dopo 15 anni si sono ottenuti i seguenti dati: su 100 mila abitanti la collocazione di 480 defibrillatori, 89 persone salvate, la sopravvivenza è passata dall’11,6% al 29,7%, il tempo di disponibilità del DAE è passato da 7,30 a 5,20 minuti, e le rianimazioni sui campi sportivi sono state del 90% con DAE e del 25% senza. Altra iniziativa riguarda “Il Progetto Viva”, una campagna di sensibilizzazione che ha lo scopo di diffondere in Italia la conoscenza delle manovre di Rianimazione Cardiopolmonare (RCP). È nata nel 2013 grazie ad Italian Resuscitation Council (IRC) che ha raccolto l’invito dell’Unione Europea e di European Resuscitation Council (ERC).

In Piemonte tale iniziativa è in corso da alcuni anni, particolarmente curata dall’Asl To/3, e uno dei principali animatori (e istruttori) è il dottor Angelino, coadiuvato da colleghi medici, e infermieri come Silvia Moschini e Sandro Marro (del reparto di rianimazione all’ospedale di Rivoli), che durante la conferenza con l’ausilio di un manichino hanno simulato la procedura per l’utilizzo del DAE (vedi foto). Ma dove collocare questo prezioso strumento? «In realtà – ha detto il medico – non c’è una regola specifica, ma si tratta di individuare le sedi maggiormente “a rischio” come i supermercati, gli aeroporti, le metropolitane, le scuole, le sale cinematografiche e le sedi di competizioni e manifestazioni pubbliche come quelle sportive e di intrattenimento». Significative le statistiche. In Europa oltre 400 mila persone (in Italia 60 mila) ogni anno sono colpite da un arresto cardiaco; e ogni anno in Europa circa mille persone muoiono per arresto cardiaco, e la RCP viene iniziata da qualcuno dei presenti soltanto nel 15% dei casi di arresto cardiaco, il 70% degli arresti cardiaci avviene in presenza di qualcuno che potrebbe iniziare la RCP, e ogni 90 secondi un tentativo di RCP non ha successo perché iniziato tardi, ma se si riuscisse ad aumentare la percentuale di RCP immediata dall’attuale 15% al 50-60% dei casi, si potrebbero salvare circa 100 mila persone all’anno in Europa.

In merito al tema “Le malattie reumatiche: prevenzione e nuove terapie” è intervenuto il dott. Simone Parisi (nella foto), dirigente medico all’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino. La Reumatologia è una branca della Medicina Interna che si occupa delle patologie che colpiscono l’apparato osteoarticolare, ma anche gli organi interni. Le malattie reumatologiche comprendono in particolare le artriti (a carattere infiammatorio) e le artrosi (a carattere degenerativo) la cui età di insorgenza nel primo caso riguarda anche l’eta giovanile e pediatrica. In Italia occupano il secondo posto dopo le malattie dell’apparato circolatorio e colpiscono oltre 6 milioni di persone; tra queste l’artrosi, i reumatismi extrarticolari e quelli infiammatori cronici come l’artrite reumatoide la cui evoluzione della cronicità è dell’80% dei casi. Ma nello specifico cos’è l’artrite reumatoide (AR)? «È una malattia sistemica di cui non si conosce la causa – ha spiegato il relatore – in quanto il nostro sistema immunitario aggredisce le articolazioni tanto da comprometterne la struttura ossea, e il cui processo infiammatorio interessa anche gli organi interni, come ad esempio il cuore. Anche le piccole articolazioni sono interessate dall’AR soprattutto nella fase precoce della malattia con progressione della stessa. La prevalenza è del 2% e ogni medico di famiglia ha almeno 4-6 pazienti (soprattutto donne per fattori ormonali) affetti da tale patologia, la cui età media è tra i 25 e i 40 anni». Il 75% di questi pazienti va incontro ad una erosione articolare la cui evoluzione ne impedisce la naturale articolazione, parte dei quali dopo 5 anni sono costretti ad interrompere la propria attività lavorativa, ed entro i primi due anni il 10% va incontro ad una invalidità grave… nonostante il controllo terapeutico. «La forma reumatoide – ha precisato – colpisce soprattutto gli arti superiori, e per la diagnosi è importante impostare una corretta anamnesi, ossia stabilire se c’è un “set genetico” che può favorire l’insorgenza della malattia, anche se non c’è alcuna correlazione diretta con un familiare che abbia avuto questa patologia… Da parte del reumatologo è importante rilevare i sintomi dall’esame obiettivo e da alcuni esami di laboratorio come le indagini strumentali. Per quanto riguarda la terapia utili sono gli antinfiammatori, gli antidolorifici e i farmaci di fondo per controllare il decorso della patologia, tra questi il cortisone in adeguati dosaggi; come pure il methotrexate la cui azione immunomodulante produce migliori effetti per il controllo dell’artrite. Sono pure da considera i farmaci biologici (prodotti dalle biotecnologie, ndr) per ridurre o annullare l’infiammazione: azione bersaglio in quanto mirata e con ottimi risultati». Quindi, secondo il clinico, si tratta di avviare una terapia precoce che può mutare notevolmente la prognosi, ma al tempo stesso è importante la valutazione anche del medico di famiglia il quale ne predispone l’invio allo specialista. Il clinico ha poi evidenziato l’artrosi, ossia un reumatismo non infiammatorio ma il cui danno è ad evoluzione più lenta e progressiva. «Questa patologia – ha spiegato – prima consuma le cartilagini e poi il tessuto osseo, oltre alla formazione di successive calcificazioni (osteofiti). I sintomi sono il dolore, la limitazione funzionale e la deformità delle articolazioni. L’artrosi primaria (localizzata) interessa le mani, i piedi, le ginocchia e la colonna vertebrale; l’artrosi secondaria comprende la displasia dell’anca, le malattie metaboliche, l’obesità, il diabete, l’ipotiroidismo e l’ipercolesterolemia che facilitano i processi degenerativi. La terapia per il trattamento dell’artrosi è mirata a ridurre il dolore, al mantenimento della mobilità, al contenimento della disabilità e al rallentamento della progressione della malattia stessa e, in tal senso, si somministrano antinfiammatori, analgesici per le forme acute, e il cortisone per le forme localizzate; come pure sono indicati gli integratori come l’acido ialuronico». Poiché il processo artrosico può ridurre la densità del liquido sinoviale (“lubrificante” naturale delle articolazioni, ndr), un certo beneficio è dato dalle infiltrazioni eco-guidate di acido ialuronico soprattutto in determinate articolazioni come quella del ginocchio; ma altre sostanze possono essere infiltrate come cortisonici, anestetici locali, ozono, cellule staminali, etc. Ma come prevenire le malattie reumatiche? «È opportuno – ha suggerito il dott. Parisi – ridurre i fattori di rischio, agire tempestivamente quando vi è il sospetto diagnostico di malattia reumatica, ridurre il dolore e migliorare lo stile di vita (corretta alimentazione e abolizione del fumo), prevenire o ridurre la disabilità e ritardare il peggioramento della condizione in atto, migliorare l’interazione tra medicina primaria e quella specialistica che consiste nel riconoscimento precoce dell’evento morboso». A conclusione delle due relazioni è stata presentata la pubblicazione “Invecchiare senza invecchiare” (Pacini editore) del geriatra ed esperto di patologie metaboliche come l’osteoporosi, prof. Giancarlo Isaia, una pubblicazione dal linguaggio semplice e divulgativo rivolta al grande pubblico (soprattutto anziani), per meglio comprendere come prevenire numerose malattie tipiche dell’età avanzata, o come ridurne le conseguenze. «Tutti sanno che il patrimonio genetico che abbiamo ricevuto dai nostri progenitori – ha sintetizzato il cattedratico – è in linea generale immutabile e contiene al suo interno anche il nostro destino di salute; ciò che invece molti non sanno è che ne possiamo limitare gli effetti negativi adottando stili di vita adeguati, sottoponendoci a procedure di prevenzione scientificamente validate e seguendo appropriati schemi di trattamento farmacologico».

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