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“Due risini e un caffè” di Patrizia Sabatini: una bella colazione letteraria

Il romanzo d’esordio dell’autrice romana è un giallo che conquista con un’accurata ricostruzione della Mantova dell’epoca fascista e con una storia avvincente in cui la carica umana è temperata da uno stile sobrio.

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di Marcella Onnis

Due risini e un caffé di Patrizia SabatiniA “Due risini e un caffè” di Patrizia Sabatini non sono approdata per caso: la sua casa editrice, ChiPiùNeArt, è per me garanzia di qualità. E non lo dico perché conosco personalmente l’editrice Adele Costanzo, ma perché ho letto diversi volumi che ha pubblicato e nessuno ha mai deluso le mie aspettative. Sono opere valide e curate in tutti gli aspetti, compresa la grafica: condizioni che dovrebbero essere scontate per una casa editrice, ma che non lo sono affatto, come tutti sappiamo, soprattutto quando si ha a che fare con piccole realtà.

A invogliarmi a leggere il romanzo d’esordio di Patrizia Sabatini, però, sono stati anche altri elementi: il fatto che si tratti di un giallo (genere che amo e che in estate non può mancare tra le mie letture) e il fatto che sia ambientato a Mantova (città che adoro) all’epoca del fascismo (periodo detestabile ma – inutile negarlo – avvincente).

La lettura mi ha subito riservato una bella sorpresa, ossia trovare come epigrafe un pensiero di Bachume, il personaggio più affascinante de “Il Grand Tour” di Adele Costanzo, con cui io avevo scelto di chiudere la mia recensione: «Sapete qual è la cosa che maggiormente ci distingue dalle altre creature? […] Il bisogno di inventare delle storie e la voglia di starle ad ascoltare».  Una citazione appropriata per introdurre qualsiasi storia … e quindi in grado di sgombrare il campo dall’idea che si tratti di un atto di piaggeria verso l’editrice (anche perché certamente aveva già dato la disponibilità a pubblicare il romanzo).

Ritrovare le tracce della Mantova che conosco, poi, è stato un altro grande piacere: i risini, lo stracotto e la sbrisolona (o, meglio, sbrisulona); piazza Sordello, piazza Mantegna e, in generale, le piazze del Festivaletteratura (di cui quest’anno si festeggerà il ventennale)… E nei ringraziamenti finali ho pure trovato la celebre Biblioteca teresiana, che ho avuto modo di visitare lo scorso anno.

L’unica mia iniziale perplessità riguardava il personaggio principale: il commissario Alvaro Santibene. Temevo, infatti, che ricordasse troppo il “mio” adorato commissario Luigi Alfredo Ricciardi, creato dall’altrettanto “mio” adorato Maurizio De Giovanni. Fortunatamente mi sbagliavo: proseguendo nella lettura, mi si è delineato davanti agli occhi un uomo altrettanto sensibile e solitario ma differente per tanti altri motivi. Anzi, una delle tante inaspettate pieghe di questa storia – che mi guardo bene dal rivelarvi – riguarda proprio lui e la sua vita privata. Va da sé, per quanto premesso, che sia appropriata anche la scelta dell’opera in copertina: un disegno del 2007 di Ugo Sferra intitolato “L’uomo solo”.

Allargando lo sguardo al romanzo nel complesso, Due risini e un caffè” si presenta ben costruito e “a carburazione lenta”, caratteristica che potrebbe sembrare un difetto ma che – almeno in questo caso – per me è un pregio. Lo stile sobrio e abbastanza distaccato ha fatto sì che la storia mi interessasse subito, ma non mi catturasse completamente sin dalle prime pagine. Proseguendo nella lettura, però, non solo la trama mi ha intrigato sempre di più, ma con crescente nitidezza ne ho percepito la carica umana, particolarmente forte nel finale. È anche questo, infatti, un “giallo con l’anima”, seppure a modo suo: qui non ci sono melodrammi né passioni ed emozioni che strabordano dalle pagine; c’è, invece, una scrittura razionale e attenta che riporta con lucidità i turbamenti dei personaggi, consentendo al lettore di analizzarli con altrettanta lucidità. Anche perché a richiedere una riflessione non sono solo i sentimenti tirati in ballo, ma anche questioni e temi di maggior peso, in parte connessi all’ambientazione storica, in parte di portata universale. E questi ultimi, purtroppo, ci ricordano che le cose da allora sono cambiate più all’apparenza che nei fatti.

Ultimo ma non certo meno importante pregio da annotare è l’accurato lavoro di ricerca storico-geografica su cui si basa questa avvincente storia di pura invenzione.

La mia speranza come lettrice è, quindi, che “Due risini e un caffè” sia solo il primo di una bella serie di romanzi firmati da Patrizia Sabatini.

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