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Diritto e dignità del lavoratore disabile

Legiferare a tutela delle “fasce deboli” non deve mai essere un “alibi”, ma un orientamento per ricondurre privato e P.A. al senso civico e all’uguaglianza.

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disabili lavoratoriÈ inutile: parlare di senso civico e di responsabilità nel nostro Paese continua ad essere un miraggio. Concetti, questi, che spesso non fanno parte (almeno come si dovrebbe convenire) dell’imprenditoria privata ed anche della Pubblica Amministrazione (P.A), quando si tratta di avere alle proprie dipendenze persone disabili… qualunque sia il tipo della loro disabilità, fatta eccezione per i casi particolarmente gravi. Tali prerogative etiche sono rimaste costanti anche quando una sorta di progresso in fatto di diritto al lavoro per queste “fasce deboli” ha visto la luce con la prima legge a riguardo, ovvero la  n. 482 del 2/4/1968 per la “Disciplina generale delle assunzioni obbligatorie presso le pubbliche amministrazioni e le aziende private”, oggi superata con la legge n. 68 del 2/3/1999. Da gennaio anche le aziende dai 15 ai 35 dipendenti devono avere in organico una quota di lavoratori disabili, il cui numero varia a seconda del numero dei lavoratori già occupati. In caso di diniego è prevista una sanzione per il datore di lavoro che corrisponde a 153,20 euro per ogni giornata di assunzione mancata; ma è prevista anche l’esenzione da tale obbligo e riguarda le imprese nel settore edile, minerario e del trasporto aereo, marittimo e terrestre, come pure le imprese in stato di crisi (che si auspica dimostrabile). Va da sè che un obbligo dettato per legge, come in questo caso, nella maggior parte dei casi è visto come un’imposizione nella mentalità imprenditoriale privata italiana (oltre che pubblica), quindi l’assunzione obbligatoria di un disabile è vista e “sofferta” come una coercizione che si vuole contestare e respingere rifiutando l’assunzione, sia pur con lo scotto della sanzione pecuniaria. «Il lavoro – dice Gigi Petteni della segreteria nazionale Cisl, come riporta La Stampa del 19 gennaio – è la più alta forma di inclusione ma sarebbe bello che le aziende sentissero la loro responsabilità sociale più forte della legge». Ora, se perdura lo stato di crisi occupazionale in generale, a maggior ragione riguarda i disabili futuri candidati ad un posto di lavoro. Un fatto del tutto degno delle più assurde realtà “kafkiane”, come mi fu confidato anni fa, quando la P.A. di una certa città italiana assunse una persona sordo-muta (definizione dell’epoca, oggi impropria) collocandola allo sportello per informazioni al pubblico… Uno scandalo che durò pochi giorni ma che toccò i massimi vertici dell’assurdità e della lesione alla dignità umana.

Ma non basta. Alcuni miei ex compagni di collegio, mutilatini del collegio don Gnocchi di Torino, una volta dimessi per aver raggiunto i 18-20 anni di età, dovettero supplicare alcune aziende private per essere assunti (con scarsi risultati), pur avendo acquisito un diploma di scuola media superiore o una qualifica professionale, e nonostante il proprio handicap riguardasse l’amputazione di un arto superiore o inferiore, ma comunque in condizioni di perfetta autonomia.  Di questi, solo alcuni furono in seguito assunti in qualche P.A., anche se non si intravedeva ancora la legge n. 482.  Si era infatti tra la fine degli anni ’50 e inizi anni ’60. Ciò dimostra che deve essere sempre il buon senso a determinare un’azione di una persona verso un’altra, e tale se poggia le basi sulla concezione di civismo e razionalità; e pur progredendo con proposte legislative non si potrà mai vedere la luce dell’uguaglianza proprio perché, a mio avviso, non sarà certo una legge a mutare la mentalità di un imprenditore privato o di un pubblico amministratore… alquanto prevenuti. Inoltre, qualora tale legge venisse rispettata, in taluni casi per “reazione” si potrebbero manifestare situazioni di mobbing, come se la disabilità del lavoratore neo assunto non fosse di per sè già “penalizzante”, nella maggior parte dei casi superabile proprio ottenendo il rispetto di un diritto che deve essere garantito più dal buon senso civico che dalla Costituzione… e leggi al seguito. Personalmente per anni ho vissuto anch’io questa “realtà-capestro” nella veste di lavoratore dipendente (non gradito per assunzione “coercitiva”), e posso garantire che è stato un lungo percorso a dir poco umiliante sino al termine di tale rapporto. Per tutte queste ragioni e per “superare” la mia realtà di subordinato, ho dato libero “sfogo” a tutte le mie reminescenze e capacità di intraprendenza, sino ad acquisire un certo spazio nell’attività giornalistica che, da oltre sei lustri, credo di poter esercitare con maturata professionalità ed etica, conscio di essere un po’ più utile alla collettività… senza alcuna legge o azione subordinata da parte di chichessia. Del resto è giusto affermare che la necessità non ha legge. Ma se la Genesi (3,14- 19) mantiene la sua valenza con l’affermazione «mangerai il pane con il sudore del tuo volto», non per questo il dover lavorare per vivere deve essere aggravato da ulteriori umiliazioni.
E.B.

 

Foto Il Sole 24 Ore

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