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Dedicato a mamma: una lettrice racconta – 3^ parte

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Ecco la terza parte della toccante testimonianza inviataci dalla nostra lettrice Rita: buona lettura e, soprattutto, buona riflessione.

(segue)

Per andare alle scuole elementari nonno mi comprò una borsa di cartone scozzese, verde, nera e blu, e prendendomi per mano mi accompagnò. Arrivati davanti alla maestra si tolse con deferenza il berretto e mi consegnò, come la cosa più preziosa che avesse, a lei e senza dire una parola tornò a casa vinto dalla commozione. A scuola, nel primo banco apprendevo bene e seguivo; quando non lo facevo, la maestra mi scriveva un appunto sul quaderno, da far leggere a casa. Quando disturbavo, o mi metteva dietro la lavagna inginocchiata o mi faceva mettere le dita sul banco e mi bacchettava. Il massimo lo raggiungeva quando ci appendeva un cartello con su scritto “sono un asino” dietro la schiena e, all’uscita dalla scuola, venivamo fatti oggetto di sberleffi e scherzi da tutti i compagni.

Da parte mia le punizioni corporali le sopportavo, ma le sgridate, le invettive, i rimproveri mi facevano molto male e piangevo sempre.

«Bambini, preparatevi che facciamo i pensierini! Scrivete 10 pensierini sulla vostra famiglia: dite quante persone la compongono, cosa fa vostro padre, quanti fratelli avete, come sono i vostri genitori». Appena sentivo parlare di padre, mi veniva un magone dentro e andavo in tilt. Avevo un nonno, questo sì, non un padre, anzi no, mio nonno faceva le veci di mio padre, ma allora perché lo chiamavo nonno e non padre? O forse nonno era come padre, e mi sentivo in colpa come se fossi io la causa di questo disastro.

Mi avevano detto che mio padre era quell’uomo col cappello, quello di cui avevo soggezione, quello che mi metteva le dita sotto il mento e mi faceva sollevare gli occhi per guardarlo. Ma allora perché non era a casa con noi? Perché di notte non veniva a dormire con noi? Perché non mi accompagnava a scuola? Perché non lo chiamavo babbo? Non era come il babbo di quel bambino che lavorava nelle miniere del Sulcis e quando tornava a casa aveva sempre la tosse. O, come scriveva quel bambino, che faceva le scarpe ai cavalli. O il babbo del bambino che faceva il contadino e la sera portava come dono, nella bisaccia, un uccellino. Ma cosa potevo scrivere io? Quando mi vedeva pensierosa, la maestra mi veniva vicino e mi esortava a scrivere di mio nonno, di mia madre che si sacrificava e mi voleva molto bene, di mia nonna, delle mie zie. Però a me sfuggiva qualche cosa e mi sentivo diversa dagli altri bambini. Mi sentivo divisa a metà, una parte di me era vuota, un vuoto che non riusciva a colmare in nessuna maniera, un buco nero dove mi sembrava di precipitare.

(continua)

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