Dedicato a mamma: una lettrice racconta – 1^ parte

Dedicato a mamma: una lettrice racconta – 1^ parte

Oggi è la Festa della mamma e noi abbiamo trovato un modo per celebrare questa ricorrenza rispettandone il senso profondo. Fiori, profumi, cioccolatini e quant’altro non bastano, infatti, ad onorare le nostre mamme, se non ci fermiamo a riflettere su quanti sacrifici facciano per noi e se non sappiamo essere davvero riconoscenti nei loro confronti. Per questo abbiamo scelto di pubblicare oggi la prima parte di un racconto inviatoci da una lettrice di nome Rita in cui narra la sua infanzia, ma soprattutto il suo rapporto con la madre, una donna coraggiosa che per amore di sua figlia affrontò innumerevoli sacrifici. È una storia forte e toccante che, pur riguardando fatti avvenuti decine di anni fa, ha il grande pregio di affrontare con delicatezza temi purtroppo ancora di grande attualità, obbligandoci a soffermare su di essi – almeno per un momento – la nostra attenzione.

Pubblicheremo il seguito di questa testimonianza nelle prossime domeniche: sarà un modo per ricordare a tutti noi che le mamme devono essere rispettate ed amate sempre, non solo il giorno della loro festa.

Dedicato a mamma

per l’eredità d’amore che mi ha lasciato

La sorpresa.

Sono nata in una splendida domenica di maggio, in una stanza anonima dell’ospedale civile della capitale. «Ha gli occhi come il mare e la testa come un campo di grano» dissero a mia madre. Mi battezzò subito la stessa anonima ostetrica che mi aiutò a nascere, per la paura che da un momento all’altro dovessi morire; ma fin da allora non ne avevo intenzione.

Non ero prevista, non fui desiderata, non ero attesa, non c’erano fiocchi rosa, non c’erano culle. Niente di niente. Tutto doveva passare inosservato e nel più assoluto silenzio. E non poteva che essere così: fui un grosso sbaglio di mia madre. Contro tutte le previsioni, le leggi scritte e non, nonostante le fasce strette in vita per la vergogna di mostrare una gravidanza indesiderata e peccaminosa, nonostante gli intrugli e le lavande, contro il perbenismo dell’epoca, molto prepotentemente venni alla luce. Non mi portò dalle suore della carità, come qualcuno opportunamente dovette consigliarle, per sbarazzarsi di una presenza ingombrante, né mi buttò nel cassonetto dell’immondizia (anche perché non ce n’erano): mia madre molto semplicemente decise di tenermi.

Avevo solo 2 mesi, ero un batuffolo tenero e morbido, quando mi trovò zia, appena tornata dalla Penisola. Mia madre mi teneva al buio, non mi portava fuori, per non dover affrontare gli sguardi indiscreti della gente e per la vergogna di dover dare spiegazioni.

«Allichididda sa pippia ca andausu a cresia» (“Prepara la bambina che andiamo in chiesa”). Feci il mio ingresso nel mondo così, entrando in chiesa per la prima volta dopo 2 mesi che ero nata. Mi fecero un bel vestitino di seta bianco, utilizzando la stoffa di un paracadute di zio Mario, che zia Clara aveva recuperato e portato dentro un baule assieme a poche altre cose; mi fecero i boccoli e mi mostrarono a tutti, convinti in questo modo di mettere a tacere il chiacchiericcio. Ero belloccia e i vicini di casa spesso mi rubavano a mia madre per portarmi in giro per il paese e coccolarmi.

La grande casa piena di sole di nonno Antonio mi accolse e mi avvolse assieme al suo grande cuore: dovetti conquistarlo da subito perché veniva a guardarmi estasiato mentre dormivo e quatto quatto, di nascosto, incapace di accarezzarmi, tornava indietro con i lucciconi agli occhi. Non so se si rendesse conto della realtà: sua figlia ragazza madre, con un fardello che avrebbe condizionato per sempre la sua esistenza e quella di chi le stava intorno. Ma forse allontanava quel pensiero, anche perché la realtà non la conosceva ancora o aveva paura di conoscerla. Mamma non si era confidata con nessuno, lo fece più avanti con zia, perché messa alle strette, e zia quando seppe mi strinse al cuore e pianse. Ci volle molto, molto, molto tempo perché avesse il coraggio di dirlo ai genitori. Dalle foto in bianco e nero di allora, mamma era molto graziosa, aveva due fossette nelle guance, sempre di colorito roseo, il collo lungo e bianco, la fronte alta e spaziosa e tanti corteggiatori, ma nessuno che le interessasse in modo particolare. La sua vita trascorreva come prima, con la differenza che, oltre agli altri compiti assai gravosi, doveva prendersi cura di me: addio alle corse e ai salti nei campi! Mamma si portò dentro il suo segreto, nemmeno con me da grande parlò mai, e sì che l’avrei capita! Io sapevo tutto. Ma da lei neanche un accenno, una parola. Per questo gliene volli e i miei rapporti con lei furono per lungo tempo conflittuali. Non so se le cose sarebbero cambiate, ma avrei condiviso con lei la sua pena e la sua angoscia e avrei alleviato il suo dolore.

(continua)

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