Foto by Armin Lihic
di Francesca Lippi
Cresciuto in un piccolo orfanotrofio di Sarajevo, Armin Lihic è stato segnato dalla perdita precoce della madre e da una lunga ricerca di identità. Oggi è un giovane fotografo e autore di cortometraggi che porta nelle sue immagini la profondità delle emozioni che lo hanno accompagnato fin dall’infanzia. La sua storia è un viaggio che attraversa solitudine, creatività, resilienza e un legame indissolubile con Sarajevo e con l’Italia.
Di seguito l’intervista integrale.
A quale età è entrato nella casa famiglia?
Era un orfanotrofio, ma molto piccolo: c’erano quattro o cinque bambini e una signora che per me è stata una seconda mamma. Avevo 15 mesi. Ho perso mia madre a 11 mesi e gli assistenti sociali mi hanno portato lì. Durante la vita ho avuto una crisi di identità perché ero solo.
Com’è stata la sua infanzia alla casa famiglia?
Bella, ma anche un’esperienza un po’ difficile. Avevo momenti di solitudine e domande senza risposte. Questa esperienza però mi ha insegnato a capire le emozioni, a osservare le persone e a non dare per scontato ciò che si ha. Fin da piccolo mi piaceva disegnare: ero chiuso, introverso, per il mio passato mi rifugiavo nel mio mondo. Immaginavo la mia vita da grande e a 16 anni ho deciso di fare questo lavoro. È stato il mio modo di parlare, di raccontare la solidarietà e la violenza.
Qual è stata la sua prima foto?
La prima foto l’ho scattata a un vecchietto che vendeva fazzoletti, a Sarajevo. Avevo 16 anni. In lui vedevo la tristezza e la solitudine nei suoi occhi, ma anche una grande bontà, un cuore buono.
Come ha acquistato i materiali necessari per la fotografia?
Ho lavorato in un bar per comprarmi il materiale e ho lavorato tutta l’estate. Ricordo che la mia prima macchina era una Sony digitale.
E poi cosa è successo?
Facevo poche foto, poi l’anno dopo ho comprato una nuova macchinetta e ho cominciato la scuola di fotografia. Ho lavorato come fotografo ufficiale in un festival in Bosnia fino al Covid, poi ho partecipato a dei concorsi.
Ha vinto dei premi: cosa ha provato quando ha ricevuto il primo premio?
È stato un momento molto emozionante. Sapendo da dove sono partito, il fatto che qualcuno riconoscesse il mio lavoro e il mio talento è stato davvero forte. Facevano il tifo per me gli amici della casa famiglia, anche se non sapevano niente, ma se lo aspettavano da me, che sono stato sempre un po’ chiuso e un po’ misterioso.
Perché ha scelto di fare foto in bianco e nero?
Le foto in bianco e nero danno un’emozione più forte rispetto a quelle a colori. E poi scelgo di scattare momenti realistici.
Cosa sta facendo adesso?
Sto frequentando l’università di Lettere e ho fatto una scuola di recitazione a Roma, all’Accademia Artisti. Tre anni fa ho realizzato un cortometraggio sulla salute mentale per il festival di Sarajevo e ho vinto il secondo posto. Adesso sto lavorando a un cortometraggio sull’identità: parlerà di me, di due situazioni della mia vita. Quando ero piccolo mi dicevano che avevo un bel sorriso, e poi mi chiedevano perché ero triste. Queste due domande mi hanno spinto a scrivere questo cortometraggio.
Ha una ragazza?
Al momento no, sono innamorato del mio lavoro. Finirò il cortometraggio a fine settembre e lo manderò ai festival: ho una lista cher comprende tutta l’Europa.
Quanto costa un cortometraggio?
Il primo niente, perché l’ho fatto con amici. Il secondo con l’Accademia. Il cameraman è per me come un secondo padre, è il mio mentore e mi aiuta molto. Ma ancora devo ancora decidere il titolo.

Quanto è grande per lei l’amore per Sarajevo?
L’amo tanto. Abbiamo una cosa in comune: nonostante tutta la sofferenza vissuta, non abbiamo perso la nostra identità. Sono nato a Sarajevo ma sono legato anche all’Italia, perché grazie a una collaborazione tra la casa famiglia in cui vivevo e un’associazione italiana sono stato ospite in Molise, a Pietracatella, da una famiglia. Ci stavo tutta l’estate e mi trovavo benissimo: lì ho avuto il calore, la famiglia, l’amore. Avevo 5 anni la prima volta che sono stato ospite da loro e questo mi ha permesso di imparare l’italiano. Sono molto affezionato a queste persone ed anche quest’anno andrò a trovarli per qualche giorno.
Lei ha conosciuto suo padre?
Sì, l’ho conosciuto quando avevo 8 anni, ma lui non stava tanto bene. Aveva perso mia madre per una malattia e aveva subito la guerra: un trauma da cui non si è più ripreso.
La storia di Armin è un intreccio di ferite e rinascite, di solitudine e creatività, di radici bosniache e affetti italiani. Le sue fotografie e i suoi cortometraggi sono il riflesso di un percorso complesso, che oggi si traduce in un linguaggio artistico maturo, capace di trasformare il dolore in visione. A settembre il suo nuovo lavoro sarà pronto per i festival europei: un altro passo in un cammino che, partito da un orfanotrofio, continua a cercare luce attraverso l’arte. In bocca al lupo Armin, te lo auguriamo con tutto il cuore.
Armin Lihic – dalla casa famiglia alla fotografia internazionale: un giovane artista che trasforma il dolore in messaggio di speranza
Negli anni, il giovane autore ha ottenuto numerosi riconoscimenti nel campo della fotografia. Tra questi figurano il Premio Speciale al concorso “La mia Sarajevo e l’epoca del Covid”, la selezione tra i 100 migliori fotografi in un concorso internazionale e il piazzamento tra i 20 migliori autori nel contest dedicato ai monumenti nazionali della Bosnia ed Erzegovina, dove due sue fotografie sono state esposte al Museo di Žitomislić.
Ha inoltre conquistato il terzo premio al concorso “L’Italia nell’obiettivo”, organizzato dall’Ambasciata d’Italia in Bosnia ed Erzegovina e dall’Associazione Dante Alighieri. Anche il suo impegno nel linguaggio audiovisivo è stato riconosciuto: un suo cortometraggio dedicato alla salute mentale ha ottenuto il secondo premio in un festival tematico.
Il suo percorso artistico lo ha poi condotto in Italia, Paese che rappresenta per lui una nuova fase di crescita personale e professionale. Qui ha proseguito la sua attività fotografica, ottenendo il primo premio al concorso Premio Laudato Si’. Una sua immagine è stata selezionata tra i finalisti del prestigioso Premio Gianni Borgna ed è stata successivamente esposta al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Il suo lavoro è stato inoltre scelto per il progetto Sguardi Plurali, che prevede la pubblicazione in catalogo e una serie di mostre a Carbonia, Bologna e Torino.
Parallelamente alla fotografia, sta sviluppando un percorso nella recitazione. Ha completato la formazione presso Accademia Artisti di Roma, convinto che fotografia e recitazione siano due forme complementari di narrazione, entrambe capaci di raccontare l’essere umano e le sue emozioni.
Nonostante i premi ricevuti, per lui il valore più grande non risiede nei riconoscimenti. Ogni risultato rappresenta un messaggio rivolto ai bambini e ai giovani che hanno vissuto momenti difficili e temono che il proprio passato possa limitare il futuro. Il suo obiettivo è dimostrare che chi cresce senza una famiglia non deve essere definito dalla propria storia, ma dal talento, dall’impegno, dal coraggio e dalla capacità di costruire qualcosa di bello.
La sua speranza più profonda è testimoniare che, anche dopo i periodi più bui, può esistere una nuova possibilità. Lui l’ha trovata nell’arte. In ogni fotografia cerca una luce che può nascere anche dalle esperienze più dure, e prova a condividerla con chi osserva il suo lavoro.






