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Dal libro al film non perde bellezza il volo delle Bellas mariposas

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di Marcella Onnis

Non ricordo quanti anni avessi quando ho letto Bellas mariposas: abbastanza da restare ammaliata da queste belle farfalle (appresi allora il significato di “mariposa”) e dalla scrittura di Sergio Atzeni, ma forse non abbastanza per capire il “peso” di questo breve ma intenso romanzo.

Il ricordo di questo titolo elegante mi ha seguito intatto negli anni, mentre sempre più sbiadito è diventato il ricordo della narrazione. Per questo, quando ho saputo che Salvatore Mereu ne aveva tratto un film, da un lato ho provato un motto di entusiasmo, mentre dall’altro mi ha assalito l’amarezza che ogni volta mi prende quando mi rendo conto di aver “trattenuto” troppo poco di una lettura a suo tempo tanto amata. Da qui, dunque, la decisione di rileggere il romanzo prima di andare a vedere il film.

Nel bellissimo commento pubblicato sul suo sito personale, Gianni Zanata raccomanda a chi ancora non sia andato a vedere Bellas Mariposas: “E poi, regola numero uno: è meglio scordarsi del racconto di Sergio Atzeni, una volta seduti al cinema. Niente paragoni o sovrapposizioni. Non servono. Qui contano solo le carezze. Ruvide e genuine.” Pur stimando molto lui e pur essendo propensa a credere che il suo sia un ottimo consiglio, purtroppo non ce l’ho fatta a non ragionare “in parallello” durante la proiezione, né riesco  ora a parlarvi solo del film senza citare il romanzo. Non ci riesco soprattutto perché, nonostante le inevitabili differenze, questa pellicola è riuscita laddove molte altre trasposizioni cinematografiche falliscono: conservare intatta l’essenza dell’opera letteraria.

Nel film di Mereu lo spirito del libro di Atzeni c’è tutto.

C’è lo stesso linguaggio, per lo più estremamente scurrile, ma in entrambi i casi è evidente come l’uso del turpiloquio non sia figlio del desiderio egocentrico di scandalizzare, ma piuttosto della volontà di riportare la “verità del personaggio”. E che questa modalità espressiva – unita al miscuglio linguistico di sardo e italiano – fosse necessaria per rappresentare in modo vero l’ambiente sociale in cui si muovono e pensano le due protagoniste (Cate e Luna) può confermarlo chiunque conosca, anche superficialmente,  la periferia di Cagliari … o forse la periferia di qualunque altra città del mondo. Se così non fosse, se cioè l’uso di termini volgari non fosse strettamente funzionale ad una narrazione realistica, non ci potrebbe essere posto in queste pagine e in queste scene per quella che non può essere definita altrimenti che poesia.

E poesia comunica soprattutto il passaggio che – più o meno esplicitamente – pressoché tutti individuano come il momento più alto tanto del romanzo che del film. Anzi, se possibile,  quest’ultimo vi aggiunge, grazie alle immagini, ulteriore bellezza. Sto parlando del momento in cui Cate, voce narrante della storia, nuota e intanto pensa:

«[…] quando nuoto dimentico casa quartiere futuro mio babbo il mondo

e mi dimentico

dovevo nascere pesce

mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso

Mi piace giocare con le onde allungarmi perché mi portino in alto e mi buttino in un gorgo

Scivolargli sotto combattendo il risucchio

Passargli in mezzo spaccandole a volte sono dure come schiaffi

E quando il mare è come ieri piatto (il maestrale è andato via il levante arriverà più tardi) mi piace ascoltare nell’acqua il rumore del mio respiro che esce e entra ogni tre bracciate

Mi piace sentire i piedi che si allargano come mani per spingermi e il movimento a rane delle gambe […]»

In entrambe le rappresentazioni artistiche, Cate e Luna sono irriverenti, sboccate, magari pure un po’ ignoranti, ma sono pulite: due diamanti grezzi in mezzo ad una sterpaglia di nullafacenti, tossici, puttane, pedofili, coniugi fedifraghi … Qualcuno si stupisce della leggerezza con cui queste due ragazzine reagiscono a ciò che accade intorno a loro, ma chiunque sia entrato a contatto, anche occasionalmente, con simili realtà, pure di questo non si stupirà. Riterrà, anzi, che questo contrasto sia uno dei punti di maggior verosimiglianza – e dunque di forza- tanto del libro quanto del film. Perché ciò che alle “persone perbene” fa storcere il naso se non gridare allo scandalo, in quartieri come questi è ordinaria amministrazione.

Dicevo prima che Cate e Luna sono pulite e di questa purezza è simbolo la loro risata (nel film uno degli elementi di maggior spontaneità e verità). Un riso che esplode di continuo, a volte senza ragione, proprio come accade a chi vive ancora un’età spensierata … o alle persone che si vogliono bene e che vogliono bene alla vita.

Ed è per questa loro spontaneità e purezza che il loro bacio (nel film proposto solo nel finale, nel romanzo invece anche in un momento precedente) non ha nulla di scandaloso e appare, invece, pienamente innocente:

«[…] ho detto a Luna Ho voglia di baciarti

e Luna ha detto Anch’io

ci siamo baciate con labbra leggere

e Luna ha detto Le nostre labbra sembrano farfalle

ho risposto Anche noi sembriamo farfalle

Luna ha detto Bellas mariposas

E ci siamo addormentate»

(La citazione è tratta dal libro, ma questo frammento di dialogo è riportato quasi fedelmente anche nel film.)

Infine, la trasposizione cinematografica condivide con il romanzo anche quello che – a mio personalissimo e dunque discutibilissimo parere – è l’unica stonatura: l’arrivo della strega (coga) Aleni. Nel romanzo, questo episodio sembra inizialmente una parentesi onirica ma, avendo poi conseguenze concrete nelle vicende dei personaggi, finisce con l’apparire piuttosto un passaggio surreale che – essendo inserito in un contesto del tutto realistico – fatico a considerare coerente e dunque convincente. Nel film l’elemento surreale fortunatamente non c’è, tuttavia, in questa scena io trovo un altro difetto: Micaela Ramazzotti nei panni della strega. Mi si perdoni ma – forse perché non riesco a percepirne la bravura – non ho gradito né intonazione né accento ibrido. Bella è bella, non c’è che dire, ma il resto del cast, composto per lo più da attori di teatro e da non-attori dimostra che bravura e bellezza si possono trovare anche fuori dall’album dei volti noti del cinema.

 

 

 

 

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1 Commento su Dal libro al film non perde bellezza il volo delle Bellas mariposas

  1. non condivido pienamente il pezzo scriito da Marcella Onnis,e preciso ho visto il film anch’io, ma credo di poter dire senza ombra di smentita, che l’autrice ha scritto e recensito il film in maniera egregia.Complimenti a Marcella Onnis e al miogiornale.org

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