Il Ministero della Pubblica Istruzione e del Merito, nella figura del Ministro Valditara, con la richiesta di contare gli alunni di origine palestinese presenti nelle scuole italiane senza un motivo apparentemente valido, fa tornare l’Italia indietro nel tempo. Penso a Fatima, entrata quest’anno nella nostra scuola primaria, lunga treccia e fossette nelle guance, solare e intelligente, ma soprattutto sempre pronta al sorriso .Fatima ora parla un italiano corretto, grazie all’insegnamento paziente dei miei colleghi e sta studiando con profitto. Fatima proviene da Gaza, quindi è un’alunna palestinese. Dovrà essere contata con gli altri. E io mi chiedo: PERCHE’? Non trovo la risposta, o meglio, non vorrei trovarla.
Infatti, la recente richiesta del Ministero dell’Istruzione di “rilevare” il numero di alunni palestinesi presenti nelle scuole italiane ha aperto una frattura profonda nel mio cuore oltre che nel dibattito pubblico. Una circolare asciutta, priva di spiegazioni sulle finalità, è bastata per evocare parole pesanti: schedatura, discriminazione, stigmatizzazione. E non è difficile capire perché.
La scuola italiana, per tradizione e per Costituzione, è uno spazio neutrale, un luogo in cui ogni minore entra come persona e non come appartenente a una categoria geopolitica. Chiedere alle istituzioni scolastiche di isolare un gruppo nazionale specifico — per di più in un momento di altissima tensione internazionale — significa introdurre un criterio identitario che nulla ha a che vedere con l’educazione, l’inclusione o la tutela dei minori.
Il Ministero ha difeso la richiesta parlando di una semplice “rilevazione numerica”, paragonabile a quella effettuata per gli studenti ucraini. Ma il paragone non regge: allora si trattava di un flusso migratorio straordinario, legato a un’emergenza umanitaria riconosciuta a livello europeo, con finalità esplicite di supporto. In questo caso, invece, la circolare non chiarisce alcun obiettivo pedagogico, amministrativo o sociale. E quando manca la trasparenza, cresce il sospetto.
La scuola non può diventare il luogo in cui si misurano le appartenenze politiche o le tensioni internazionali. Non può essere il laboratorio di classificazioni identitarie. Non può trasformarsi in un ufficio anagrafico parallelo, chiamato a distinguere tra studenti “di un tipo ” e studenti “di un altro”. Ogni volta che si introduce una categoria etnica o nazionale come criterio di rilevazione, si apre una crepa nella fiducia tra famiglie e istituzioni. La crepa che si apre è profonda e in breve può diventare una ferita non rimarginabile.
Il rischio più grave, oltre a quello culturale, è soprattutto umano: normalizzare l’idea che alcuni bambini debbano essere osservati, contati o separati dagli altri in base alla loro origine è inconcepibile. È un precedente che la scuola italiana non può permettersi.
In un Paese che ha conosciuto sulla propria pelle le conseguenze delle discriminazioni istituzionali, e conseguentemente razziali, come furono le leggi del 1938, la prudenza e l’attenzione a questi fatti non sono un optional: sono un dovere morale. E la scuola, più di ogni altro luogo, deve restare il presidio di questo dovere.