CONCORSI PER ENTRARE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

È auspicabile che inefficienze e infedeltà si possano evitare se i candidati che hanno vinto un concorso venissero periodicamente valutati dal punto di vista etico, della predisposizione e delle competenze

di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

Sembra impossibile che uno Stato di diritto, con una Costituzione moderna e (garantista?), con una pletora di Leggi e con un esercito di titolati nelle varie Discipline non riesca a contenere il fenomeno di quella che io definisco  “infedeltà istituzionale”. Mi riferisco ai dipendenti pubblici (tuteliamo ovviamente quelli rigorosamente corretti e fedeli) che, in qualunque comparto della P.A. essi lavorino, dopo un certo periodo di tempo dall’assunzione vengono meno ai propri doveri sino a commettere illeciti di varia natura. Quindi, c’è da chiedersi se siamo un popolo per volontà culturalmente “incivile”, oppure se sta nella genesi delle Repubblica che chi opta per un posto nella P.A. premediti di “sfruttare” tale ruolo per determinati scopi come oziare, commettere peculato, prevaricare competenze che non gli appartengono, creare illeciti favoristismi e compiacenze; per non parlare poi della propria ineffcienza nonostante abbia vinto il concorso pubblico e ottenuto il posto… tanto agognato. Altri casi, ancor più contestabili, riguardano i dipendenti che indossano la divisa e quindi deputati alla tutela della collettività, ma purtroppo anche fra questi vi sono gli infedeli e coloro che abusano del potere loro conferito, e insieme agli altri, costituiscono quel piccolo ma “pericoloso” esercito che crea danni alla comunità. Sugli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici questi ultimi per fortuna sono una netta minoranza, ma tanto basta per “sovvertire” un sistema (peraltro già di per sé discutibile per le inevitabili varianti gestioni politiche), e questo pone almeno un interrogativo. Con quali criteri viene dato seguito alle assunzioni di dipendenti della P.A. dopo un determinato concorso? A mio avviso, che sto analizzando (quale opinionista) questo problema sociale ormai da molto tempo, ritengo che al candidato che ha vinto il concorso solitamente non viene valutata la predisposizione per esercitare la mansione per la quale è stato designato, e va da sé che per tale carenza viene mandato “allo sbaraglio” con la conseguenza che la sua (non) mansione creerà disservizi (e magari anche danni) ai cittadini fruitori di determinate prestazioni. A mio parere credo che sia utile, se non addirittura necessario, sottoporre i dipendenti della P.A. ad una valutazione psico-attitudinale (anche dal punto di visto etico e culturale) almeno ogni sei mesi, soprattutto coloro che occupano un posto di particolare rilievo come le Forze dell’Ordine, gli insegnanti, determinati operatori sanitari,  tutti quelli che sono a stretto contatto con il pubblico, etc. (Non è certo solo un titolo di laurea a determinare un competente ed ineccepibile dipendente della P.A.).

Certamente ciò comporterebbe una task force di esperti psicologi, psicoanalisti, sociologi, etc. e, a quanto pare, ce ne sarebbero più che a sufficienza. Ma anche se questo “provvedimento” venisse intrapreso, bisognerebbe fare i conti con eventuali casi di compiacenza e favoritismi fra le parti (“furbetti del cartellino”, e “falsi invalidi” docet!) e, se ciò si verificasse, si dovrebbe intervenire drasticamente con severe azioni disciplinari se non anche dal punto di vista legale. Purtroppo, probabilmente, questa presa d’atto non verrà mai applicata, sia perché non è mai stata considerata (diversamente lo si sarebbe saputo) sia perché deve passare al vaglio dei politici al potere in quel momento. Dunque, a ben riflettere, questo obiettivo resta un miraggio se non una mera utopia, e ciò in virtù del fatto che il nostro popolo (considerando anche quello immigrato) non ha ancora raggiunto quel grado di cultura e soprattutto di civiltà necessario dal punto di vista della responsabilità tanto che, per colpa di alcuni, incompetenti e infedeli, talvolta si vanifica il corretto lavoro svolto da altri più diligenti, oltre e creare disagi e danni alla collettvità nel suo insieme. A coronamento di tutto ciò vi è la famelica e deleteria burocrazia, un sistema attuato dagli stessi dipendenti della P.A., e non solo per una cattiva interpretazione di leggi e normative, ma anche per mantenere quello status quo a garanzia di privilegi e benefit vari che, non a caso, sono prodotti nei vari comparti della P.A. con una pletora di gradutati, al cui interno vige quel perpetuo concetto che per comandare bisogna riuscire a trovare chi è disposto a ubbidire ed è noto che sono molti i comandanti (spesso despoti) ed ancor più gli asserviti. Un quadro a dir poco desolante la cui onta colloca il nostro Paese tra i più negativi gironi danteschi.

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