Conclusa la XXX edizione del Salone del libro di Torino

Conclusa la XXX edizione del Salone del libro di Torino

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Salone del libro Torino 2017Il timore era che le frontiere si dissolvessero, una sorta di “spartiacque” dal punto di vista culturale e sociale, e invece il tema “Oltre il confine”, ha ben rafforzato (almeno questa è stata la convinzione degli organizzatori) l’unione delle diverse culture all’interno della XXX edizione del Salone internazionale del libro di Torino. Organizzato dalla Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, presieduta da Massimo Bray, è risultato essere la più grande Fiera editoriale dell’area culturale del Mediterraneo ed oltre, tanto da consolidare il concetto di comunità: da quella torinese in primis a quella politica, contribuendo a far incontrare intellettuali e semplici cittadini, ma anche scolaresche (di ogni ordine e grado) e tante associazioni culturali e di volontariato. Un obiettivo che Milano, come è noto, avrebbe voluto per sé, ma che di fatto la caparbietà subalpina ha saputo far suo respingendo, a mio avviso, ogni tentativo di appropriazione… indebita. L’appuntamento di quest’anno è stato sottolineato dall’ottimismo puntando sul possibile incremento di lettori (in parte giovani e giovanissimi), quasi a “contrastare” la fatidica statistica che il 60% degli italiani non legge un libro all’anno. Un ottimismo ben ripagato dall’adesione di 310 editori (noti e meno) e dalla numerosa affluenza di pubblico (oltre 165 mila presenze) che ha visitato gli stand ricchi di moltissimi titoli. Trent’anni di esposizioni, proposte e divulgazioni è un corpus imprenditoriale lungimirante e, per certi versi, coraggioso tanto che i risultati hanno in qualche modo appagato il nostro Paese e i tanti esteri aderenti. Si è così e formata nel tempo una “comunità di autori e lettori”, che ogni anno cresce di nuovi adepti, ma anche di nuove Case editrici per cimentarsi con “coraggio” nell’intraprendere il lungo viaggio da percorrere assieme ai loro lettori. Fra queste ultime abbiamo avvicinato e intervistato la neonata PM Edizioni di Marco Petrini (con sede a Varazze – SV), salita sul palco dell’imprenditoria con l’obiettivo di imporsi sul mercato nazionale e internazionale.

Dottor Petrini, anche lei oggi alla XXX edizione della Fiera Internazionale del Libro?

“Sono presente per l’opportunità che mi è stata offerta dall’Università Telematica Pegaso di Torino, un’occasione per presentare la nostra Collana editoriale “Il Grande Albero”, dedicata in particolare ai temi delle disabilità e, a questo riguardo, a mio avviso c’é ancora molto da far sapere e quindi da divulgare”

A parte questo specifico argomento, di quali altri temi si occupa la PM Edizioni?

“Anche di altri problemi sociali, per certi versi ritenuti “scomodi”, come appunto la disabilità, ma anche la devianza, l’omosessualità, la criminalità e la sessualità; quest’ultima ritenuta ancora un tabù. Temi sociali affrontati per lo più in chiave scientifica ma nello stesso tempo narrativa”

Quando nasce la PM Edizioni?

Nel settembre 2015, con l’ambizioso obiettivo di diventare una Casa editrice anche sul mercato internazionale, ed essere di riferimento in ambito scientifico soprattutto per le tematiche citate. Quindi, non una Casa editrice “generalista” con particolare attenzione per i temi di rilevanza sociale, ai quali non tutti vi si dedicano”

Quanti invece i Collaboratori?

Oltre a me, un direttore editoriale e due impaginatori, quasi sempre a tempo pieno”

Qual è il target dei suoi lettori?

“Sono professionisti, docenti universitari e comunque specialisti in diverse discipline, sia per titolo che per esperienza personale”

Bodini intervista PetriniQuali i primi risultati a poco più di due anni dall’inizio della sua attività editoriale?

“Non vorrei peccare di presunzione (o di retorica) ma posso dire che sono soddisfatto: sino ad oggi abbiamo pubblicato 50 Titoli, aperto tre Collane editoriali (una quarta è in fase di creazione), due riviste scientifiche, una delle quali dovrebbe rientrare nella cosiddetta “Fascia A” (ossia di particolare rilevanza); un’altra è aperta in collaborazione con la Società Italiana Esperti di Diritto delle Arti e dello Spettacolo (SIEDAS). Attualmente le pubblicazioni in corso sono 20 e decine gli autori”

Quanti i vostri lettori, o potenzialmente tali?

“In ambito nazionale credo che possano essere alcune migliaia per tutte le tematiche trattate”

Come considera la piazza di Torino per i lettori dei suoi Titoli?

“Direi ottima. Mi piacerebbe però poter presenziare a più eventi per una più allargata diffusione delle tematiche che trattiamo, e ciò richiede più risorse e quindi un’operazione di marketing sempre più appropriata ed estesa nel tempo”

 

ORIZZONTI SENZA CONFINI… PER UN INCONTRO CON LA LINGUA DEI SEGNI ITALIANA

Tra gli eventi pubblici in programma all’interno del Salone del Libro, l’Associazione Nazionale Scuola Italiana (ANSI TO2), del Polo Didattico di Torino, di cui è responsabile la professoressa Claudia Pintus, è stato presentato il testo degli Atti di una Giornata di Studio sul tema “Educazione, Comunicazione e Lingua dei Segni Italiana” (PM Edizioni) che si è tenuta a Torino nel febbraio scorso presso la sede dell’Università Telematica Pegaso di Torino. All’incontro, moderato dalla Pintus, vi hanno partecipato le curatrici degli atti Loredana Scursatone e Elena Cauda, Enrico Dolza dell’Università di Torino, l’editore Marco Petrini e chi scrive in qualità di divulgatore. I vari contributi hanno messo in luce alcuni concetti che meriterebbero essere rivisti, come ad esempio il fatto che della lingua italiana dei segni (LIS) si sa ancora troppo poco, e che la stessa ha funzione riabilitativa sul piano educativo e culturale, e le famiglie sono le prime ad interfacciarsi con questa realtà… Inoltre, l’estrema frammentazione lessicale va superata volgendo ad una maggiore omogeneità, etc. Per un ulteriore approfondimento ritengo utile evidenziare alcuni aspetti di questi lavori, primo fra tutti il fatto che il nostro Paese è l’ultimo in Europa a non aver provveduto al relativo riconoscimento giuridico. È alquanto costruttiva e di buon auspicio la sinergia tra ambito medico, educativo, psico-pedagogico, sociologico e dell’interpretariato, una summa progettuale che lascia ad intendere determinati sviluppi affinché la lingua dei segni diventi omogenea e fruibile da tutti gli insegnanti sul territorio, in grado di “contrastare” gli avversatori della Lis. Tra gli ostacoli evidenziati bisogna tener conto dei pregiudizi e delle frammentazioni ideologiche, che fanno da barriera all’accettazione delle persone sorde e ipoudenti; ostacoli che fanno riferimento a quella concezione culturale ancora molto frammentaria e alquanto discutibile, tanto che anche le famiglie di queste persone vivono (e soffrono) talvolta per situazioni di disagio avendo come primo ostacolo la difficoltà nel comunicare.

Opportuna e realistica la precisazione di Claudia Pintus (tutor accademico Unipegaso) nell’affermare il superamento del termine “inserimento” (in voga sino agli anni ’70) sostituito in “integrazione” e nel 2007 con il termine “inclusione” intendendo l’estensione interpretativa dal punto di vista etimologico. Quindi, così intesi, questi ultimi termini inducono nel contempo a possibili rimedi per rimuovere gli ostacoli che impediscono ai disabili di essere accettati nel tessuto sociale; quindi ben venga ogni strategia volta a rimuovere ogni forma di esclusione, e va da sé che ciò deve avvenire anche nell’ambit0 scolastico, attraverso l’impegno degli insegnanti. E a questo proposito la crescita sociale, culturale e professionale per sordi e non sordi può essere facilitata se la Lis viene attuata anche in ambito universitario, e un esempio concreto, come informa Anna Cardinaletti (universitaria), è dato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove la Lis è insegnata alla stessa stregua delle altre 16 lingue di specializzazione. E ciò rientra in un progetto scientifico-didattico più ampio sulla sordità e sui disturbi del linguaggio. L’autrice precisa che «la Lis non è la lingua dei sordi, ma una lingua presente nel repertorio della comunità italiana, ed è l’unica lingua che i sordi possono acquisire in modo spontaneo e naturale; e permette al bambino sordo di sviluppare una comunicazione efficace anche nei primi anni di vita». Ma affrontare il tema della sordità significa anche narrazione, un capitolo che le autrici Cauda e Scursatone affrontano avvalendosi dello spunto cinematografico (quale spunto più… convincente?) che, unitamente alla letteratura narrativo-divulgativa, contribuisce ad “avvicinare” meglio e di più il mondo dei sordi e ipoudenti al resto della collettività… Le autrici puntano il dito su una realtà che non si può sottacere: la disabilità non è quasi mai sola poiché la persona disabile ha pregi e difetti e, proprio per questo, a mio avviso, deve essere considerata al pari di tutti. Gli interventi richiamano inoltre l’importanza dell’educazione di un bambino sordo la quale richiede continue integrazioni delle competenze, proprio perché come in tutti i campi dell’assistenza non ci si può improvvisare basandosi sulle proprie emozioni e sulla propria buona volontà dell’agire.

Bodini al Salone del libro di Torino 2017In questo contesto le assistenti alla comunicazione scolastica Susanna Moruzzi e Chiara Morlini ben sottolineano il fatto che l’integrazione e il bilinguismo devono essere affidati a figure professionali all’interno delle istituzioni scolastiche, previ incontri formativi in contatto con lo studente sordo. E, a tal riguardo, precisano: «La lingua dei segni è la lingua naturale dei sordi, ma non è una lingua madre, in quanto i bambini sordi figli di genitori sordi sono solo una minima percentuale e non sempre segnanti…». Il tema del ruolo delle famiglie nel rapporto con la società è trattato da Riziero Zucchi (genitore, e già docente), un capitolo per certi versi particolarmente delicato cui va posta una certa attenzione, e mi sembra alquanto significativo il citato esempio della vicenda narrata nel film “L’olio di Lorenzo”, il cui protagonista genitore in una intervista, nel ribadire che non avrebbe ripetuto l’odissea della ricerca, concludeva: «… io non voglio sostituirmi agli esperti; è già tanto che io faccia il mestiere di genitore. Gli esperti devono fare il loro mestiere». Il percorso dell’integrazione è ripreso da Augusta Moletto (genitore, e già docente) la quale ci ricorda che «l’esercizio del diritto all’educazione e all’istruzione non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all’handicap» (il riferimento è all’art. 12, comma 4 della Legge 104/92); un diritto che, se non rispettato, invocherebbe l’applicazione della Legge n. 67 dell’1/3/2006 sulle “Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni”. La Moletto invoca, inoltre, l’alleanza tra medici e genitori, proprio perché le narrazioni di questi ultimi rivolte al personale medico, rappresentano un valido contributo tracciando il percorso di vita del loro figlio disabile, dal quale l’operatore sanitario può attingere gli spunti più significativi dello sviluppo della persona, della sua storia. Anche questo rientrerebbe in un fatto culturale, mettendo al bando ogni sorta di timore e/o vergogna e individuando nel sanitario una figura amica, volta alla comprensione, partecipazione e collaborazione per un crescere… insieme. La pubblicazione offre altri spunti di riflessione e di apprendimento che gli interessati possono fruire appieno divenendone lettori, non avidi, ma semplicemente desiderosi di sapere rifuggendo da ogni tentativo di ignoranza… attiva: fortunato il Paese che ha raggiunto il massimo grado di progresso e civiltà!

 

Le foto dell’intervista e della tavola rotonda sono di Massimo Di Matteo

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