

di Ernesto Bodini (giornalista ed esperto di tematiche sociali)
Affrontare il problema della comunicazione nel nostro Paese implica una serie di osservazioni, sia che si comunichi tra Parlamentari, sia tra opinionisti e conduttori — giornalisti e non — dei talk show televisivi. Ogni volta che si verifica un evento di qualunque natura, una schiera di assatanati opinionisti e commentatori fa la fila per comparire, con la bramosia di esporre ciò che meglio crede.
Premesso che condurre un programma, commentare e intervistare richiede non solo professionalità, ma anche equilibrio e rispetto per gli ospiti e per il pubblico — a cominciare da un linguaggio corretto e non volgare — va rilevato che spesso ciò non avviene. Alcuni conduttori televisivi, infatti, mostrano un portamento non adeguato e una dizione poco gradevole, per non parlare dell’uso di vocaboli ai limiti della liceità: termini scurrili e toni di voce elevati, come se gridare garantisse maggiore attenzione e autorevolezza.
A ciò si aggiunge il vezzo degli applausi, più o meno spontanei o richiesti, che accompagnano e “rinforzano” le affermazioni di ospiti e conduttori. Questo modo di condurre, a mio avviso, ha preso piede soprattutto negli ultimi vent’anni, e oggi — con la diffusione dei mass media e dei social — il turpiloquio e l’urlato incontrollato non fanno certo parte dell’etica della comunicazione, né del buon giornalismo. Il pubblico meno colto ne è la prima vittima: se in televisione tutto è lecito, anche il telespettatore si sentirà autorizzato a fare altrettanto.
Inoltre, nei telegiornali si assiste spesso all’uso eccessivo di inglesismi, politichese e termini poco comprensibili alla massa. Eppure la nostra Lingua è ricca di sinonimi e vocaboli più immediati. Non a caso, le notizie più facilmente comprese sono quelle di cronaca nera, rosa, mondana o sportiva; mentre quando si parla di politica o cultura, la percentuale di comprensione si riduce sensibilmente.
Tornando alle esposizioni in pubblico, specie in televisione, gli applausi si sprecano: nei quiz, ad esempio, ogni battuta del conduttore e ogni risposta del concorrente — giusta o sbagliata — scatena una raffica di applausi. A fine programma, c’è da scommettere che il pubblico avrebbe bisogno di un dermatologo.
Ciò che intendo sottolineare è il superamento del “bon ton” della comunicazione, senza riguardo per chi deve recepire e comprendere. Se poi si vuole chiamare in causa anche l’abolizione della censura cinematografica, ci sarebbe da stendere un velo pietoso.
Un’ulteriore osservazione riguarda le didascalie dei programmi culturali: scorrono troppo velocemente, impedendo di leggere nomi, ruoli e competenze. Quanto agli spot pubblicitari, molte recitazioni appaiono eccessivamente tendenziose, prive di stile e di realismo, talvolta persino fantascientifiche: una “voluta esposizione artefatta” per ammaliare il consumatore e indurlo ad acquisti costanti.
Essere professionali nella comunicazione è una dote personale, così come nell’insegnamento: non basta un titolo accademico né la padronanza di un microfono. Se si scrivesse come si comunica verbalmente in pubblico, la crisi dell’editoria cartacea sarebbe iniziata molto prima: una concorrenza spietata fino all’ultima performance e all’ultima parola.
Esistono ancora le scuole di dizione? Ci ricordiamo della trasmissione Non è mai troppo tardi, condotta negli anni ’60 dal maestro Alberto Manzi, che con garbo e umiltà insegnò a scrivere a molti italiani? Oggi servirebbe un “replay” anche per alcuni professionisti della comunicazione. Non basta avere una tessera da giornalista o un titolo accademico: saper scrivere e saper parlare è una dote che, se ben coltivata, può renderci piccoli eredi del sommo Dante e professionisti con un minimo di signorilità.




