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L’angolo della poesia: “Come un muro a secco” di Fabio Martini

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Cari amici, come vi avevamo preannunciato, oggi torniamo agli appuntamenti “ordinari” di questa rubrica. Routine, però, non significa necessariamente “piattume” e, infatti, la poesia che vi proponiamo oggi è stata scritta da un artista molto originale: Fabio Martini.

Poeta genovese, classe 1959, vive tra Italia e Spagna. Si  definisce uomo parsimonioso nelle parole, nelle tristezze e nelle allegrie. Inizia a divulgare le sue poesie attraverso siti internet e case editrici.
Laureato in Filosofia ed ingegneria, anche se, a suo parere, i titoli di studio non fanno un poeta, occorrono sentimento, pulizia del verso ed un percorso  proprio che non sia mai sempre monocorde, monoritmico e monotematico. I suoi versi, spesso, si richiamano al mondo, sono racconti, messi in forma di poesia, delle proprie esperienze accumulate vivendo.

Ecco la sua Come un muro a secco:

Vorrei scriver di te.
Del sogno mio: “L’avverato”.
Pantocratore il tuo sorriso.
Aristocratico tuo …il camminare.
Mi raggiungi sempre
in quest’estemporaneo e lento
esserci costante.
La mano tesa, la tua
…Poi la mia a raggiungerla.
Oppure al contrario
…La mia.

L’incantato mio osservarti.
Eppur tuttavia,
l’antica sindrome
di uno Stendhal
riconosco
nel trambusto osceno
della vita intorno.
Ma quanto resta
di quella scalinata
che storta,
dritto porta al mare?

Mattone di taglio e intorno pietre
e poi il gradino. Oppure,
lo striscio di una lumaca,
la parietaria al muro
ed io che penso:
“Non sono… se non sei”.
Come uno spancio
di muro a secco
che di lui parrei soltanto
il corrimano rugginoso
delle mancate carezze
degli amanti la sera.

Ma ch’eppur lì appeso
ugualmente sta…

La nota critica – che ci aiuta a comprendere appieno questi interessanti versi – ce la fornisce il nostro prezioso e fedele lettore-poeta Luigi Violano: tema della lirica è l’amore per una donna, destinataria di questa”lettera in versi”. La figura femminile, qui, è un sogno avverato da condividere col lettore,  non solo un “archetipo” poetico  angelicato (che, in qualche modo ci riporta alla Laura petrarchesca del “Canzoniere” e alla poesia stilnovista) ma una presenza viva e costante nella vita del poeta: gli cammina accanto e dentro. Il componimento è divisibile  in tre parti: la prima descrive la donna e ne loda le sue fattezze: “Pantocratore il tuo sorriso. Aristocratico tuo …il camminare.”, il tutto abbellito da un gioco di mani che si cercano nel tentativo ipotetico di raggiungersi. La seconda  parte, invece, si apre con  un estasi amorosa del Martini, topos poetico proprio del poetare stilnovista: “L’incantato mio osservarti.”. C’è un clima di silenzio a cui fa da contraltare il caos cosmico, il trambusto tipico del vivere umano quotidiano. Qui, la vita e l’amore, sono concepiti entrambi come viaggio tortuoso finalizzato, dopo un percorso impervio, al raggiungimento di una meta scandito da una domanda: “Ma quanto resta di quella scalinata che storta, dritto porta al mare?” La terza parte inscrive questi versi in un paesaggio, di cui se ne descrivono le peculiarità, prima di lasciar posto alla concezione dell’amore come l’essere uno nell’altro e per l’altro: “Non sono… se non sei”. Marini, in questi versi, è un essere pensante, vuole esserci comunque, anche se si sente – lo dice con una metafora forte – “soltanto il corrimano rugginoso delle mancate carezze degli amanti la sera”.

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