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“Collusi”, un libro per combattere la mafia

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La lotta alla mafia riparte dai giovani, e in particolare dal Forum nazionale contro la mafia, tenutosi il 20 ottobre presso il Polo di Novoli, Firenze. L’apertura di questa manifestazione organizzata da studenti e associazioni studentesche universitarie , giunta ormai all’XI edizione, è stata dedicata alla presentazione del libro di Salvo Palazzolo, giornalista e scrittore, e Nino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo. “Collusi” è il titolo del libro, e collusione è stata una delle parole più utilizzate e condannate nel dibattito. Come ha fatto notare l’avvocato penalista Danilo Ammannato, etimologicamente parlando, collusione deriva dal latino cum laudere, ovvero giocare di nascosto a fini fraudolenti. E nella attualità italiana, i “giocatori” che decidono di dare linfa vitale alle mafie sono svariati: politici, di cui 22 sono già stati dichiarati colpevoli in reati a sfondo mafioso, amministratori locali, imprenditori, fino alle forze dell’ordine e ai professionisti. La collusione l’ha condannata aspramente anche la presidente dell’Associazione delle vittime di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, che ha apportato al dibattito una forza e una commozione che solo chi ha perso una persona cara in una strage mafiosa, della quale il mandante non è ancora stato catturato, può avere. Di Matteo si è dimostrato un eccelso magistrato, così come il suo intervento, che ha dato la possibilità di mostrare come un incarico di responsabilità come il suo possa essere da esempio per la comunità. Quando lo scrittore Palazzolo ha proposto il libro, ha raccontato Di Matteo, era dubbioso, ma in lui ha prevalso la necessità di dare un nome e un volto ai colpevoli delle stragi e dei reati mafiosi. La memoria è la fondamentale arma del cittadino consapevole, che deve muoversi tra l’oscurantismo e la paura. Il libro si articola tra sentenze, eventi, passaggi giudiziari, e mostra un quadro disarmante dello Stato italiano, di cui gli italiani spesso non conoscono neanche l’esistenza. Perchè il mafioso dell’ideale comune non corrisponde più al mafioso che plasma e distrugge la società attuale. Il mafioso ricerca una pacifica convivenza con lo Stato, e addirittura lo piega sotto il suo potere e da lui si fa aiutare. Di Matteo ha sottolineato che quella che abbiamo non è altro che una “verità parziale”, un’effimera sensazione di apparente giustizia. Dei progressi ci sono stati nella lotta alla mafia, ma non sono minimamente sufficienti. C’è bisogno di un vero e proprio salto di qualità: leggi più dure e aspre sullo scambio politico ed elettorale mafioso, sulla corruzione stessa, che non è altro che l’altra faccia della mafia, e una riforma della prescrizione del reato, che ad oggi rimane la valvola di garanzia dell’impunità del potere. E ai giovani presenti alla conferenza, Di Matteo ha voluto dire un’altra cosa: “vanno estirpate le radici della mafia che risiedono nella mentalità del favore, della raccomandazione, che regnano sovrane in Italia”. Perchè libertà e democrazia non possono esistere, se non come vuote parole, senza l’applicazione giusta della legge e il trionfo della verità. Un incontro toccante, terminato con un lungo applauso diretto ai relatori, ma soprattutto al magistrato Di Matteo che, citando una frase del libro, “é rimasto al suo posto”.

Matilde Tognaccini

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