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Cinema, Palermo: Due ore in trincea con “Uomini Contro”

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-Si crepa per niente.

-Io la mia vita a questi qua non gliela voglio dare.

-Non è arrivata né cioccolata né Cognac.

Questo dialogo tra i soldati in trincea tratto da “Uomini Contro” di Francesco Rosi, fa ben comprendere quanto poco retorica sia la visione storica di questo regista. Se il Risorgimento di Senso era apparso scarsamente patriottico, la prima guerra mondiale di Uomini Contro, proiettato in occasione del terzo appuntamento con Storia d’Italia sul grande schermo – Momenti di storia nazionale attraverso il cinema, non è certo l’elogio a soldati che rincorrono ideali astratti.

Liberamente ispirato al romanzo Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, un diario piuttosto arioso e ricco di personaggi e avvenimenti, il film di Rosi è quasi integralmente ambientato in una trincea lungo il confine austriaco, e più che un film sulla guerra, è un film sull’ammutinamento. Le interpretazioni di Volontè (Che Rosi utilizzerà con maggior successo in altri film) e Frechette danno vita ai personaggi degli ufficiali Sassu e Ottolenghi, che si ribelleranno agli ordini spregiudicati del Generale Leone (Cuny), tratteggiato forse con un’eccessiva dose di fanatismo.

Sassu e Ottolenghi sono gli interpreti del malessere di soldati di estrazione contadina che vivono il conflitto come una calamità naturale, e per questo non sono in grado di accettarla. Una guerra che non viene sentita come necessaria e che comporta disertori deferiti al tribunale militare o spietatamente fucilati. In un’opera dove non si vede quasi mai il nemico austriaco, la vera guerriglia si compie tra i generali, che studiano i manuali e ordinano ai soldati manovre incoscienti, e gli ufficiali e i soldati, che devono scegliere se applicare gli ordini o disertare.

Una visione della guerra che, come si evince dai materiali curati dalla dott.ssa Adele Rampulla, è più vicina alle meditazioni di Benedetto XV sulla “inutile strage” che non all’ideologia della “Bella Morte” di D’Annunzio’.

Non volendo pronunciarci sulle accuse di eccessivo pacifismo piovute addosso a Rosi per quasi mezzo secolo, preferiamo registrare come la produzione italo-jugoslava (in Italia nessuno voleva un film simile, racconta Rosi nei contenuti speciali) abbia influenzato inevitabilmente lo stile dell’opera: jugoslavo il set montano; jugoslavo l’esercito usato come comparsa, che ha consentito di mostrare i movimenti reali e giusti di una guerra di posizione; jugoslavi gli artificieri, per riprodurre spari ed esplosioni identici a un conflitto bellico.

L’impianto realista del film è dunque costruito elemento dopo elemento, sequenza dopo sequenza, per una coerenza stilistica che fa poche concessioni al caso. Ecco perché le scene delle ‘corazze Farina’ e della fessura nella guardiola attraverso cui il cecchino austriaco non sbaglia mai tranne quando potrebbe colpire il cattivissimo generale nemico, risultano quasi surreali e suscitano qualche sorriso.

 

Andrea Anastasi

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