Cinema Palermo: “Ladri di Biciclette”, il Dopoguerra visto dal dopo crisi

Nel suo approfondito excursus lungo la Storia d’Italia sul Grande Schermo, il corso tra cinema e storia curato dal prof. La Russa e dalla dr.sa Rampulla ha trattato giovedì scorso il tema del Dopoguerra, con Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica.
La scelta della pellicola è stata utile anche per introdurre il Neorealismo, movimento cinematografico che si fece largo nel Dopoguerra proprio per far fronte all’assenza, in Italia, di capitali, personale, attrezzature e teatri di posa. Un contesto produttivo dove i registi non avevano come sviluppare le pellicole in laboratorio e non facevano proiezioni di prova prima della fine della lavorazione, dava vita a un’estetica in cui gli attori e i set di strada, l’improvvisazione, i piani di lavoro provvisori e i tempi di ripresa ridotti restituivano esiti sperimentali, alternativi.
Accanto all’estetica, si faceva largo una nuova forma etica del film: una generazione di registi e autori era cresciuta lavorando ai documentari di propaganda, divenendo degli abili tecnici, e adesso sentiva l’esigenza di dimenticare la dottrina fascista e aderire a un cinema di impegno, che raccontasse compiutamente la verità e i tentativi di far ripartire una vita democratica.
Senza mai rinunciare a un lavoro certosino di scrittura e drammatizzazione dell’opera, la città in ricostruzione veniva però intesa come una «finestra aperta sul mondo», che le cineprese dovevano registrare senza manipolazioni. Si dovevano «pedinare» i personaggi, rivelarne le abitudini e gli slanci di umanità.
La tecnica del pedinamento di Cesare Zavattini è, infatti, alla base di Ladri di Biciclette: ne caratterizza trama e stile. Lo spettatore segue il girovagare per le strade di Roma (vera protagonista aggiunta) di Antonio, neoassunto attacchino comunale, in compagnia del figlioletto Bruno. Una esile trama quella della bici rubata senza la quale Antonio non può più lavorare, hanno notato i critici, resa grande dagli incontri fatti dal protagonista, la caratterizzazione dei personaggi, la scenografia di una città sventrata eppure in fermento, la pietas e commozione che scaturiscono dal contrasto bisogno-impotenza.
Vedere Ladri di Biciclette nel 2011 ha senso non solo per avere uno spaccato sufficientemente attendibile su come eravamo, ma anche per renderci conto della speranza, della solidarietà e dei dispositivi presenti nel Dopoguerra per ricominciare a condurre un’esistenza dignitosa. L’ufficio di collocamento (funzionante), il Monte di pietà, i compagni di partito che aiutano nelle ricerche della bici rubata, le mense della pia borghesia romana e la polizia che pattuglia e seda sul nascere gli scontri di strada, sono forme di governo cittadino confortanti e non scontate per chi vede il film vivendo in questi anni di post-crisi economica. Oggi che i partiti sono sterili meccanismi di autoconservazione, le agenzie di credito al consumo strangolano i risparmiatori e la polizia non presidia il territorio, il malgoverno del Paese fa rimpiangere quegli anni di ricostruzione in cui si poteva almeno dire che il peggio era alle spalle, e che una seppur minima presenza dello Stato c’era per davvero. Di più, l’intesa tra Antonio, sua moglie Maria e il figlioletto in condizioni così terribilmente disagiate, emoziona: fa meditare sulle odierne pareti digitali (console giochi, social network, tv) che si ergono tra i membri delle attuali, ‘benestanti’ famiglie. Riflessioni forse scontate, ma automatiche nel momento in cui si vedono scene così toccanti. Non siamo al “si stava meglio quando si stava peggio”, ma i parallelismi con la società attuale vengono spontanei quando si parla di «buco della serratura» non più per richiamare le teorie neorealiste di Zavattini (che voleva studiare i personaggi, come spiandoli, per carpirne la loro vera essenza) ma presunti golpe giudiziari, e rischiano di diventare ancor più necessari e pressanti martedì 12 aprile, con la proiezione di Cristo si è fermato a Eboli di F. Rosi sulla questione meridionale, sempre presso l’Aula Magna del Liceo Cannizzaro.
Andrea Anastasi

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