
di Erika Bastogi*
Quando lo Stato italiano prova a riscrivere la propria immagine, trasformandosi in eroe mentre cancella le proprie responsabilità — e quelle di Israele.
C’è un’immagine che vale più di mille comunicati stampa. La copertina del dossier di presentazione di Linea di difesa – Gaza, ritrae un aereo militare a quattro eliche che sorvola un paesaggio di macerie. Sullo sfondo, quasi invisibili, tre figure civili: una donna con un bambino in braccio, un’altra con la mano sul volto, un uomo che spinge una bicicletta tra i detriti. Al centro, il titolo, con la parola “Gaza” colorata dal tricolore italiano — unico elemento cromatico in una composizione altrimenti grigia e spenta.
Questa non è una scelta estetica. È una dichiarazione di intenti politici.
Il progetto
Rai Cinema e MasiFilm, con la partecipazione di HBO Max, hanno annunciato Linea di difesa – Gaza, diretto da Alessandro Tonda: un film action ispirato a fatti reali che racconta le operazioni dell’intelligence italiana, delle forze speciali d’élite e dell’Unità di Crisi della Farnesina impegnate nell’evacuazione di bambini palestinesi feriti da un ospedale nella Striscia di Gaza.
Fin qui, sulla carta, potrebbe sembrare cinema civile d’azione. Il genere esiste, ha una tradizione. Ma ciò che rende Linea di difesa un caso politico — non cinematografico — è una frase del comunicato ufficiale che quasi nessuno ha analizzato davvero.
Il progetto è nato in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento Informazioni e Sicurezza, l’AISE, il Ministero della Difesa, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Nessun film italiano nella storia recente porta una simile lista di sponsor istituzionali. Non siamo davanti a un patrocinio simbolico. Siamo davanti a un’opera che lo Stato italiano ha contribuito a costruire — lo Stato che ha autorizzato forniture di armi a Israele, che ha votato contro le risoluzioni ONU per il cessate il fuoco, che ha mantenuto rapporti diplomatici e commerciali ininterrotti con Tel Aviv — per raccontare se stesso come protagonista eroico e umanitario in mezzo alle macerie di un genocidio.
I complici che si travestono da eroi. Questa è la storia che vale la pena raccontare.
Nella macchina narrativa: Israele non esiste
Il dossier interno del progetto — venticinque pagine, analizzate in anteprima da VD News — rivela l’architettura ideologica dell’operazione con una chiarezza quasi involontaria.
La narrazione si sviluppa su più livelli, dalla sala decisionale di Roma alla mediazione vaticana fino al perimetro operativo, costruendo una continuità tra decisione politica e intervento sul campo, dove “ogni parola è un atto, ogni atto lascia traccia”.
I protagonisti sono Alice Biasin, analista AISE ex Polizia di Stato (Sara Serraiocco), ed Ettore, ex incursore del Col Moschin passato all’intelligence esterna (Stefano Accorsi). Attorno a loro, un frate francescano egiziano come mediatore e un bambino palestinese tredicenne, orfano e mutilato, con il nome “Asif” — che nel dossier viene tradotto come “fiero”. Un orfano senza un braccio, senza famiglia: funzionale all’emozione, non alla comprensione. Un testimone muto del dolore, non un soggetto politico. Un oggetto narrativo al servizio dell’eroismo italiano.
Ma è ciò che il dossier non dice a rivelare tutto.
Nelle oltre venticinque pagine non emerge mai il ruolo di Israele e la sua responsabilità nella pulizia etnica della Striscia di Gaza. L’unico riferimento compare quando si legge che i “servizi israeliani pretendono garanzie, tempi, controllo” — una presenza marginale, confinata a un passaggio tecnico, che non incide mai sulla costruzione complessiva del racconto.
Come se le bombe cadessero da sole. Come se Gaza fosse uno sfondo naturale — una foresta pluviale, un deserto — e non il risultato documentato di una catena di decisioni politiche, diplomatiche e militari accertata dalla Corte Internazionale di Giustizia, dall’ICC, dalle Nazioni Unite.
Questo è il cuore del problema. Non solo l’Italia si autorappresenta come eroina. Lo fa senza mai nominare il carnefice. La cancellazione di Israele dalla narrazione non è un’omissione: è una scelta politica precisa. Significa assolvere chi ha prodotto quelle macerie, e farlo con i soldi pubblici degli italiani.
Il precedente: Il Nibbio e un flop da manuale
Questo non è un episodio isolato. È uno schema collaudato — e già fallito una prima volta.
Il Nibbio, precedente lavoro di MasiFilm con Alessandro Tonda, viene indicato nel dossier come “una case history di successo”. Un’affermazione che merita una verifica con i numeri reali.
Il Nibbio ha incassato poco più di un milione di euro — a fronte di un budget stimato intorno ai 7 milioni di dollari, secondo i dati disponibili nelle banche dati cinematografiche internazionali — con il finanziamento di Rai Cinema, Ministero della Cultura e Regione Lazio
Tarantula, Netflix, Eurimages, il patrocinio della Presidenza del Consiglio, il coinvolgimento dell’AISE, del Ministero degli Affari Esteri e, come sottolinea il dossier di Linea di difesa, della Fondazione Med-Or di Leonardo spa — il colosso industriale della difesa italiano. Un apparato istituzionale e finanziario enorme, per un film che gli spettatori hanno sostanzialmente ignorato.
Recensori internazionali lo hanno definito “un’esperienza cinematografica tiepida e del tutto dimenticabile”, che “soffre di una grave mancanza di tensione narrativa” e “si muove senza meta attraverso punti di trama prevedibili”.
Una “case history di successo”, dunque, solo nell’accezione propagandistica del termine: non il pubblico, ma le istituzioni erano soddisfatte. Il film aveva svolto la sua funzione simbolica — glorificare l’apparato — indipendentemente dagli incassi. Ora lo stesso schema viene replicato su una scala molto più ambiziosa: il budget stimato per il solo primo capitolo di Linea di difesa si aggira attorno ai sette milioni e mezzo di euro.
I soldi pubblici
Il 9 febbraio 2026 la Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura ha riconosciuto la nazionalità italiana in via provvisoria a Linea di difesa – Gaza, e il 31 marzo 2026 ha riconosciuto l’idoneità al tax credit — l’incentivo fiscale automatico previsto per il settore audiovisivo.
Sette milioni e mezzo di euro di produzione, con una quota significativa coperta da incentivi fiscali pubblici. E questo mentre, nello stesso periodo, il decreto di riparto del Ministero della Cultura ha tagliato 90 milioni al Fondo per il cinema e l’audiovisivo nel 2026, spostando le risorse verso il tax credit internazionale a scapito del sostegno alla produzione nazionale indipendente.
Il messaggio è chiaro: i soldi per il cinema indipendente non ci sono. I soldi per il cinema di regime, invece, si trovano sempre.
Cinema di regime: una pratica antica
La tentazione di usare il cinema come strumento di costruzione dell’identità nazionale e del consenso è vecchia quanto il cinema stesso. Ma è utile guardare ai casi contemporanei più noti per capire quanto l’Italia stia replicando — senza nemmeno la capacità critica che altrove ha accompagnato il fenomeno.
Il riferimento più immediato è quello americano. Come ha scritto il giornalista David Sirota, Top Gun è “una pietra miliare della collusione tra cinema ed esercito e una trionfalistica pubblicità di reclutamento di teenager”: il copione è stato modellato dai pezzi grossi del Pentagono, in cambio dell’accesso completo a ogni tipo di equipaggiamento. Un’operazione di soft power da manuale.
Ma la pratica è molto più antica. Il cinema sovietico degli anni Venti e Trenta fu costruito esplicitamente come strumento di propaganda di Stato — da Ejzenštejn a Pudovkin, i registi lavoravano con mandato ideologico esplicito. Il cinema fascista italiano degli anni Trenta fece lo stesso attraverso l’Istituto LUCE. Il cinema di guerra americano della Seconda Guerra Mondiale era prodotto con la supervisione diretta dell’Office of War Information. Il Pentagono ha un ufficio dedicato ai rapporti con Hollywood dal 1948 — e ha collaborato a oltre duemila produzioni, riscrivendo copioni in cambio di aerei, portaerei, basi militari.
La differenza è che negli Stati Uniti la voce critica è esistita ed esiste: giornalisti e opinionisti hanno pubblicamente definito Top Gun: Maverick “propaganda letterale”, denunciando che “in cambio dell’accesso agli aerei militari, i produttori hanno accettato che il Dipartimento della Difesa inserisse i propri messaggi chiave nella sceneggiatura”. Il dibattito è avvenuto. I giornali lo hanno ospitato. La critica cinematografica ne ha discusso apertamente.
In Italia, con Linea di difesa – Gaza, quasi nessuno ha alzato la voce. Qualche articolo su testate di nicchia, il silenzio del mainstream. Il film verrà prodotto, distribuito da 01 Distribution, e visto su HBO Max da un pubblico globale, con il tricolore cucito dentro le lettere del titolo e l’AISE tra i co-autori della storia.
La voce di chi si è rifiutato
Il quadro più illuminante non viene dai comunicati ufficiali. Viene dalla testimonianza di un giovane attore ventiquattrenne che ha partecipato a un provino per il secondo capitolo della trilogia — Linea di difesa – Luna Nera — e ha deciso di non rendersi complice.
Durante il provino, quando gli è stato chiesto se avesse domande, ha chiesto cosa volessero trasmettere con il film. La risposta è stata netta: “era solo intrattenimento”. Lui ha risposto che non gli sembrava affatto solo intrattenimento, ma che ci fosse una volontà chiara di raccontare una certa visione del ruolo dell’Italia in questo contesto. Il casting director ha citato Full Metal Jacket di Kubrick come esempio. “Ma è un esempio che non c’entra nulla”, ha osservato l’attore. “È un film che fa una critica durissima, non una celebrazione.”
Il provino si è concluso con un’espulsione. La porta aperta, un “fuori” senza appello.
Qualcuno, dunque, sa riconoscere la differenza tra raccontare una guerra e glorificare chi la gestisce da lontano. E sa dire no.
Conclusione
Linea di difesa – Gaza non è un film. È un documento politico con la grammatica del cinema d’intrattenimento. Prodotto con fondi pubblici, costruito con la collaborazione diretta di AISE, Ministero della Difesa e Presidenza del Consiglio, distribuito globalmente da HBO Max, racconta un’Italia eroica e umanitaria in una Striscia di Gaza dove le responsabilità — di Israele, ma anche dell’Italia stessa — non hanno nome né bandiera.
Il governo che ha autorizzato forniture di componenti militari a Tel Aviv. Il paese che si è rifiutato di sospendere le relazioni con Israele mentre la Corte Internazionale di Giustizia accertava il rischio plausibile di genocidio. Lo Stato che ha votato contro le risoluzioni ONU per il cessate il fuoco. Questi soggetti non compaiono nel dossier del film. Compaiono solo come eroi che salvano bambini.
È la struttura classica del cinema di regime: non mentire sui fatti, ma scegliere quali fatti esistono. Costruire un’identità eroica attorno al vuoto di ciò che non si dice.
La domanda che andrebbe posta non è: “è un bel film?”. È: “a chi serve questa storia, cosa e chi cancella, e a quale prezzo viene raccontata?”
* (fondatrice di @spin___killer)




