Chi è il critico d’arte?

In attesa di una definizione univoca… non può essere che un professionista dall’animo sensibile e partecipativo

di Ernesto Bodini
(giornalista scientifico)

Potrei cominciare citando un simpatico aforisma: «Il critico è colui che trova un po’ di male in tutte le cose migliori». Più semplicemente un amico, un collega, rivale, antagonista, nemico, consigliere, confessore, etc.; forse di tutto un po’… La sua funzione di attento e sensibile descrittore consiste essenzialmente nello sviscerare, penetrare a fondo l’opera d’arte, analizzarla sotto i diversi profili, evidenziarne gli aspetti più significativi e risaltarne i valori, affinché il profano (desideroso di capire) possa essere sufficientemente “illuminato”. Per fare un po’ di storia, può essere utile ricordare che Denis Diderot (scrittore e critico d’arte francese 1713-1784), prima, Oscar Wilde (1854-1900), poi, hanno intelligentemente espresso cosa si debba intendere per critica d’arte: entrambi sostengono che “criticare equivale quasi a ricrearla”. Wilde affermava che si devono criticare soltanto le cose belle; per le brutte non vale la pena di sprecare tempo e parole: si distruggono da sé. In questo caso, a parte le eccezioni, personalmente non sono d’accordo in quanto ritengo che anche l’autore più “modesto” meriti un minimo di considerazione (giudizio), non fosse altro perché si è espresso, o perlomeno ci ha provato (buona volontà) e quindi, tale doveroso giudizio (critica) va dato con altrettanta obiettività e senza discriminazione.

È evidente che in questi casi (se si escludono i presuntuosi e gli ignoranti… attivi) non si troverà di fronte a quella che potremmo definire un’opera d’arte, ma il tentativo di manifestarla in pubblico è di per sé lodevole; inoltre, significa che la si è dovuta osservare e, pertanto, va giudicata al “pari” di qualsiasi altra manifestazione artistica. Del resto, c’è da tener presente che è l’incoraggiamento a tenerci in vita, senza di esso moriamo lentamente, fra la tristezza e la rabbia e, a volte, con il rischio di farsi travolgere dall’angoscia… Un primo saggio su “l’arte del criticare” in fatto di pittura, ad esempio, è inserito nel “Trattato della pittura” di J. Richardson, del 1719. Secondo questo autore, antiquario e collezionista inglese, «… il giudizio del critico d’arte si basa sulla scienza medesima del conoscitore, in grado di stabilire l’autenticità e la qualità di un dipinto, disegno o stampa, in riferimento alla teoria della pittura e allo studio ed esperienza individuale dirette sulle opere». Tuttavia, il problema della critica d’arte resta quello della capacità di un certo tipo di giudizio: il giudizio di gusto, ossia l’apprezzamento del modo di sentire l’opera d’arte e gli artisti (in relazione al loro tempo). Ma anche in rapporto con il gusto soggettivo del critico, il quale formula il giudizio in una particolare situazione culturale, rispetto all’opera d’arte.

È comunque necessario scomporre anzitutto l’immagine nei suoi segni e tentare di tradurne il significato verbalmente, per riconoscere “come” i segni o schemi visivi sono stati realizzati dal’autore nella creazione dell’opera: quali ha esaltato, quali ha subordinato ad altri, quali ha tralasciato e perché. Quel “come” significa porre l’esigenza a risalire dall’analisi alla sintesi, risalire dagli elementi alla personalità dell’artista (ecco che il critico diventa una sorta di psicologo) che li ha intuiti e fusi nella realizzazione dell’opera. Rimane ovviamente la consapevolezza che il giudizio del critico è relativo, soggettivo e mutevole nel tempo. Poiché a tutt’oggi non sussiste una definizione valida (ed univoca) per l’Arte cui il critico possa riferirsi per orientarsi nel giudizio di gusto, è possibile parlare solamente del perché delle Arti, in rapporto all’uomo, alla vita, alla società. Di conseguenza manca un metodo infallibile sui procedimenti della “critica d’arte”. Essa si muove nella consapevolezza del significato relativo e soggettivo che l’atto critico assume, per cui il comportamento può e deve essere ispirato ad un estremo impegno di concretezza, di ricerca, di comprensione e, insieme, di coscienza del rispetto storico e di sforzo di imparzialità e umiltà, di fronte all’opera che si vuole interpretare. La distinzione sta tra ciò che è l’Arte (comprensiva di individualità, poeticità, apporto personale dell’artista nell’opera) e ciò che è cultura (influssi, scuola, gusto, civiltà propri dell’artista e che le sue opere rispecchiano), in quanto fondamentale.

Uno dei cultori e maestri della critica d’arte (che forse non ha avuto eguali) è stato Bernard Berenson, originario della Lituania (1865-1959), storico d’Arte e critico statunitense. Fu definito in vari modi: “Un umanista nel senso classico”, “un uomo di cultura inarrivabile”, “la suprema autorità tra gli intenditori d’arte”. Egli sosteneva che «saper vedere è un’arte delle più difficili». Ed ancora. «La funzione principale dell’arte è quella di darci una coscienza più vivida della realtà, di scuoterci da quella specie di torpore nel quale molti passano le loro giornate». In sostanza l’arte ci fa consapevoli di ciò che significa essere vivi nell’universo: “l’esaltazione della vita” è il suo scopo precipuo. Nella pittura ciò si ottiene rivolgendosi non soltanto agli occhi, al senso del tatto e del moto. In un grande dipinto abbiamo la sensazione tattile della struttura, del peso, del movimento delle cose o delle persone ritratte; e con tali mezzi noi le percepiamo anche più intensamente di quanto non avvenga per le cose reali, magari sino ad amarle… Al più alto grado la grande arte figurativa, esalta in noi quello che può dirsi uno stato di grazia. Berenson osservava: «Quando passeggio nel mio giardino, guardo i fiori, gli alberi, i cespugli e vi scopro una squisitezza di contorno, un’intensità di spicco, un’infinita varietà di colore che nessun artifizio che io abbia mai veduto può eguagliare». Poiché fin dall’infanzia ha avuto il sogno di una vita vissuta come un sacramento, con gli anni questo sogno di Berenson si è fuso con il desiderio di poter vivere la vita con lo stesso significato di un’opera d’arte: indipendente, come dovrebbero esserlo tutte le forme d’arte e, come quelle, effusa da un’unica sorgente nello spirito dell’uomo. Io credo che capire l’Arte sia l’atto più arduo cui un critico è chiamato a compiere di fronte ad un’opera, sia essa importante o modesta. Sono molti coloro che si dedicano all’arte e che della stessa non ne capiscono nulla o poco; ma pochi, forse, sono quelli che se ne innamorano.

Va però rilevato che se sappiamo riconoscere un artista in colui che, con profonda coscienza affila i ferri del proprio mestiere, non per vanto ma per essere più libero e preciso nell’attuare l’opera che gli freme nell’animo, e che attraverso l’aspetto esteriore sa intravedere l’intimo delle cose operando nel contempo l’eccezionalità della sintesi (emozione, concezione, tecnica e amore), allora possiamo affermare di saperci avvicinare ad un’opera d’arte e, con buone probabilità di capirla, giudicarla e… farla nostra! «La vita dell’Arte – è quanto sosteneva Giulio Vito Musitelli (1901-1990) noto artista milanese, scomparso anni fa – è uno spesso roveto attraverso il quale bisogna passare: sulle sue spine, brano a brano, bisogna spogliare il nostro spirito di tutto ciò che è men che puro. Solo non rifiutando i triboli si può giungere all’Arte. E questo dovrebbe bastare». A questo proposito mi sovviene quanto mi dicevano due pittori di provata esperienza, con i quali commentavo i loro sempre più concreti risultati: «Noi non siamo Artisti, o almeno non ci consideriamo tali; ci vuole ben altro per diventare veri Artisti». A distanza di tempo mi ripetono ancora la loro convinzione che, suona come grande umiltà; un’umiltà che, a mio parere, li ha fatti diventare veri Artisti!

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