“Che la festa cominci” di N. Ammaniti: siamo tutti parte del circo

“Che la festa cominci” di N. Ammaniti: siamo tutti parte del circo

La società di oggi non conosce più il significato della parola “vergogna”: ebbene sì, è così. Lo hanno affermato personaggi illustri come Gianrico Carofiglio, nel suo saggio La manomissione delle parole, o il Prof. Claudio Magris, nell’intervista rilasciata a Fabio Fazio nell’ultima puntata domenicale di Che tempo che fa, ma lo sostengono anche molti di noi, “gente comune”, nei discorsi quotidiani.

Del resto, come si può non ammettere che ormai tendiamo a non scandalizzarci più di niente e che chi osa parlare di “decenza” viene subito etichettato come “bacchettone”? Il concetto di “moralità” è diventato così vago che è diventato quasi impossibile qualificare un comportamento come oggettivamente  amorale o anche semplicemente discutibile, inopportuno.

Ammettere di avere un problema, però, è il primo passo utile per risolverlo, per cui bisogna innanzitutto continuare a parlare di questo fenomeno finché tutte le persone di buon senso non ne avranno preso coscienza. E c’è un autore che ha dato un importante contributo in questo senso:  Niccolò Ammaniti, con il suo romanzo “Che la festa cominci”.

Il libro non ha sicuramente bisogno di pubblicità, visto il grande numero di copie vendute (e si spera lette), ma forse non è ancora stato letto da tutti quelli che potrebbero farne tesoro. Dietro questa storia grottesca e inverosimile, infatti, è impossibile non ritrovare la deriva verso la quale sta andando (o forse è già approdato) il nostro Paese. C’è un passaggio, in particolare, che vi voglio proporre e che è molto più eloquente di qualunque giudizio o recensione. Sono le parole di uno dei personaggi più squallidi del romanzo e che ci riguarda tutti perché, che ne siamo consapevoli o meno, siamo tutti parte del circo:

«[…] Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. […] Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio. […] Io mi sono specializzato a Lione […], ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale […] Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza. »

Tuttavia, fintantoché saremo in grado di renderci conto di aver toccato il fondo, saremo ancora in tempo per risollevarci.

Marcella Onnis – redattrice

marcella.onnis@ilmiogiornale.org

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