Caterina Gho: una testimone del nostro tempo

Caterina Gho: una testimone del nostro tempo

Storia di una sofferenza vissuta con grande dignitá e rassegnazione

 

Ogni qualvolta si apre un discorso sul dolore e sulla sofferenza si corre sempre un grosso rischio: quello di non essere compresi. Le nostre tesi sovente vengono respinte od eluse, senza il diritto di essere prese in considerazione o in qualche modo soppesate. Ma se decidessimo una volta tanto di guardarci negli occhi, ci accorgeremmo che è sparuta la schiera di persone con le quali siamo soliti condividere gli ideali di vita: la maggior parte delle persone considera una perdita di tempo qualsiasi pausa di riflessione e rinuncia a meditare sulle origini della vita, per cercare una risposta al come e al perché del dolore e della sofferenza del genere umano, del suo limite. Il nostro mondo si evolve dal caos, dalla violenza e dall’imperfezione verso una meta finale, e la sofferenza dei buoni è sempre stata un fattore determinante nel motivarne l’ascesa. Ammirevole e commovente è l’esempio di Caterina Gho (per tutti Tinin) scomparsa nel 1989 dopo oltre sessant’anni vissuti in un letto dell’allora Piccolo Cottolengo di Vinovo (Torino), con dignità e paziente rassegnazione. Ma anche con umiltà, che ha saputo trasmettere a quanti l’hanno conosciuta e avvicinata (compreso chi scrive, negli anni ’70), accogliendoli sempre con il sorriso sulle labbra e sottraendoli dall’imbarazzo di un incontro fuori dall’ordinario. Non credo che Tinin abbia mai avuto nostalgia della vita attiva, perché ha continuato a condurre un’intensa esistenza interiore, sostenuta da una sorprendente fede cristiana e una forza d’animo che l’ha resa padrona del destino e trionfante sulle avversità. Tutto ciò sfidando l’impossibile, come il lento evolversi della lunga malattia, che troppo precocemente le ha precluso il “diritto” di condurre un’esistenza “normale”, senza pretese o assurde ambizioni.

Caterina Gho apparteneva a quella schiera di cattolici piemontesi, nella quale ciascuno di noi può riconoscersi se possiede anche una sola piccola parte di spiritualità attiva, e soprattutto sincera. La sua storia è tanto breve quanto semplice, non ha mistero alcuno, non ha segni di peccato o malcelato orgoglio. Una donna semplice, mite e gentile, che ha offerto le piaghe della sofferenza a Dio e alla Madonna, ringraziando per aver avuto il grande dono della sopportazione. Sesta di nove fratelli (ai quali lei sola sopravviverà) Caterina nacque a Vinovo il 31 maggio 1906, da Lucia Rena, donna pia, esemplare e affezionata ai suoi figli, e da Giovanni, un onesto contadino, cattolico e praticante: in casa Gho ogni sera si recitava tutti insieme il Santo Rosario. Sin da piccola Tinin fu sempre stata vivace, piena di salute e di buon umore. I primi anni della sua vita li spese lavorando in campagna, poi, a 15 anni, comprendendo le necessità di una famiglia numerosa quale era la sua, entrò in fabbrica, nel reparto spedizioni della ditta vinovese di conserve alimentari di Giuseppe Martino. Alzava casse tutto il giorno, sovente molto pesanti. Un giorno, salendo su una scala con una cassa sulle spalle, perse l’equilibrio e, cadendo all’indietro, andò ad urtare violentemente la schiena su altre casse che si trovavano a terra. Da quel momento i dolori non l’abbandonarono più; ma nonostante le fitte, Tinin non si lamentò mai, anzi, continuò a lavorare per non venir meno ai suoi doveri di figlia e lavoratrice. Aveva 18 anni ed era particolarmente robusta: pesava 90 chili ed era alta 1 metro e novanta.

Purtroppo, con il passar del tempo, le sue condizioni non migliorarono a causa dei dolori sempre più frequenti e insopportabili: l’8 dicembre del 1926 Tinin si alzò per l’ultima volta, per andare a Carmagnola (Torino), alla processione della Madonna Immacolata, alla quale restò sempre molto devota. Dopo oltre due anni di ricoveri in ospedale e martorianti ingessature, il 22 maggio 1928 Tinin fu operata alla colonna vertebrale nell’ospedale della Piccola Casa della Divina Provvidenza (nosocomio dell’Istituto Cottolengo di Torino). La diagnosi risultò infausta: compressione del midollo spinale e conseguente interessamento del tronco e degli arti inferiori; una condizione irreversibile anche perché, nel contempo, era sopravvenuto il morbo di Pott, una malattia dal processo lentamente distruttivo del corpo vertebrale. Malgrado l’intervento chirurgico che servì a rimuovere il tratto vertebrale lesionato, Tinin restò paralizzata per sempre, ma nessuno ebbe il coraggio di dirle la verità, né i familiari né il dottor Veramondo Ferrando, il medico condotto del paese che la curò con amore per tanto tempo. Ma qualcuno doveva pur dirglielo. Fu monsignor Francesco Bottino, allora parroco di Vinovo, che le diede la triste notizia, in seguito alla quale, dopo sette anni vissuti in famiglia, decise di farsi ricoverare al Piccolo Cottolengo del paese, una succursale periferica della Casa Madre torinese, fondata da don Luigi Altina nel 1898, che ne fu anche il Rettore. L’ingresso di Tinin risale al 14 febbraio 1935, come risulta dagli atti del registro al n. 1211: la diciannovesima ricoverata in quell’anno. Un ricovero durato 54 anni (interrotto da otto pellegrinaggi a Lourdes), sempre in un letto, circondata dalle amorevoli cure delle suore, dei parenti e degli stessi ricoverati. Tra gli altri, la vicina di letto Angiolina Utello che, per diciassette anni, l’accudì con infinita bontà, instancabilmente e con grande spirito di carità cristiana. Così la ricordava Angiolina: «Mai un lamento o una smorfia trapelavano dalle sue rosee labbra; tutto le andava bene. Anche per il vitto non aveva particolari esigenze, era molto parca e non lesinava in complimenti. Era sempre serena e sorridente con tutti, ringraziava il buon Dio di averle dato il dono della rassegnazione». Un raro comportamento di vita quello di Tinin, avvalorato dal grande pregio dell’umiltà, come grandi erano la sua dolcezza e il suo altruismo.

Nel 1982, pochi anni prima di morire, in una intervista rilasciata ad un periodico locale, Tinin raccontava: «Nella mia giornata il tempo più lungo lo dedico alla preghiera, perché penso sia la cosa più importante; poi lavoro all’uncinetto, leggo, ascolto  la radio e sto volentieri a parlare con chi viene a trovarmi. Cerco di superare i momenti di sconforto pensando che ci sono persone molto più povere di me, in tutti i sensi: se provo a chiudere gli occhi e penso ai ciechi, ringrazio Dio di avermi dato la vista ad un occhio (una persiana aperta che vede tutto). Nei momenti di tristezza penso a Gesù Cristo, che è stato inchiodato sulla croce, mentre io, è vero che soffro, ma la mia non è una croce come quella di Gesù: io non sono inchiodata. Intorno a me ci sono diverse ricoverate, che per me sono il Cireneo e la Veronica. Mi aiutano, con i loro servizi, a sentire meno pesante la mia croce. Mi conforta il sapere che c’è tanta gente che mi vuole bene, in modo particolare le mie nipoti Gilda e Lucia, mia sorella Maria e tutti i miei parenti e amici: la gioia più grande è quando mi vengono a trovare e so che stanno bene. Provo altrettanta gioia anche quando prego. La pena più grande è sapere quanta indifferenza c’è nella nostra società per le persone handicappate, specialmente per quelle che non hanno memoria e lucidità mentale. Penso di rendermi utile agli altri soprattutto pregando; in particolar modo per i preti e poi per tutta l’umanità. Anche se sono in questo letto da cinquantaquattro anni, ho camminato molto; col pensiero mi trovo tante volte in Africa e in India a camminare con questa gente. Ringrazio Dio e gli amici di avermi fatto vedere fotografie e diapositive, che hanno portato sul mio letto un mondo che io non ho avuto la possibilità di vedere».

Ci vuole una Edith Cavell davanti al plotone di esecuzione, una Giovanna d’Arco sul rogo, una Anna Frank nei campi di sterminio; ci vogliono milioni di persone private della salute e della loro dignità per indurci a combattere veramente i nemici della vita con la nostra intelligenza e un pizzico di umiltà.

 

Ernesto Bodini

(giornalista scientifico)

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