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Capolavoro o flop? The Tree of Life divide al cinema

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“Intriso di farneticazioni misticheggianti”; “un polpettone new age che fa il verso a Kubrick”; “una riflessione sul creato un po’ troppo ripiegata sull’America”; “inutilmente magniloquente”. Sono questi, una volta usciti fuori dalla sala, i commenti di alcuni spettatori visibilmente provati dalla visione di The Tree of Life, il film con Brad Pitt e Sean Penn che ha trionfato all’ultimo Festival di Cannes.

Simonetta Pacetta di Ondacinema.it, invece, l’ha definito “il più audace, sfacciato e visionario film uscito da una grande produzione americana dopo l’odissea spaziale di Kubrick”, e anche tra il pubblico di sala c’è chi ha trovato il film diretto da Terrence Malick profondo, atipico e originale. Io lo definirei meditativo, aggiungendo che è fondamentale lo stato d’animo con cui si va a vedere questo film. Non sedetevi accanto ad amici chiacchieroni, insomma, e non pretendete di individuare immediatamente la trama, ma lasciatevi cullare, piuttosto, dalla innumerovole presenza di immagini ben costruite.

 

Certo, l’inizio del film è ubriacante, con le cineprese che girano intorno a Brad Pitt (padre un po’ troppo duro di tre bambini e marito dell’ennesima ‘donna ideale’ del cinema di Malick) o a Sean Penn (che interpreta il figlio più grande della coppia, una volta adulto), ma anche se il rigoglioso codice visivo domina sui dialoghi e tutto il resto, è possibile rintracciare un fragile racconto degli eventi. Un racconto di meditazioni polifoniche intorno alla perdita di un figlio (e di un fratello), reso aggraziato dalla raffinata e purissima fotografia di Emmanuel Lubezki, che immortala il candore di culle, lenzuola, tende e pose materne.

 

Le scene di impatto si susseguono come un torrente in piena, animate spesso da una luce abbagliante, mentre nella banda del sonoro scorrono sinfonie e preghiere, frammenti di litigi coniugali ed echi d’infanzia che col passare dei minuti possono anche procurare una sana nostalgia per un dialogo tra personaggi più lungo e strutturato.

 

Poi, il mistero: la morte del bambino viene messa in relazione ad immagini di nebulose, geyser, tempeste marziane ed evaporazioni che illuminano il buio profondo dello schermo e dell’universo. È la nascita del nostro pianeta, con le glaciazioni e la comparsa dei suoi primitivi abitanti. Lo spettatore può godersi un viaggio di venti minuti al centro di un cinema zen di grandi suggestioni, per poi tornare al racconto di questa famiglia tutta American way of life degli anni Cinquanta, alle villette residenziali, ai metodi educativi ferrei, a uno spaccato che potrebbe benissimo essere la traduzione cinematografica di Le Correzioni di J. Franzen.

 

Metodi educativi che porteranno il bambino protagonista, da adulto (Sean Penn), al successo ma non alla felicità, anche se il suo girovagare tra i grattacieli-non luoghi di una Wall Street simbolo dell’imperialismo finanziario contemporaneo, è la parte più retorica del film. Ci è piaciuto, invece, il tentativo di affrontare il tema della perdita in un modo nuovo e delicato, filosofico, forse un po’ troppo impressionista (si capisce cosa i personaggi provano, nonostante i mutismi i salti temporali), ma anche vicino al nostro modo più intimo di ricordare.

Andrea Anastasi

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