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Camaldoli nel segno dell’amicizia ebraico cristiana

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Camaldoli è una palestra qualificata di grande spessore simbolico e costruttivo per la conoscenza ed amicizia fra Ebrei e cristiani.

Un evento annuale che è, al contempo, culmine di una riflessione teologica ed apertura ad una ulteriore e solida tappa nel cammino dialogico intrapreso. Una magnifica opportunità di mutuo ed appassionato arricchimento a due voci, sulle tracce di consonanze perdute.

E diventa anche, necessariamente, un osservatorio di tutto rispetto per monitorare vitalità ed incisività del processo di autopurificazione della fede all’interno sia del dibattito teologico cristiano e sia, più in generale, delle risonanze sul variegato mondo delle comunità ecclesiali di appartenenza.

Una verifica, appunto.

Il tema proposto all’attenzione nella recente XXXIII giornata di Camaldoli, è stato una prosecuzione sulla traccia triennale concernente il rapporto tra Sacra Scrittura e popolo di Dio all’interno del Patto.  L’ottica riflessiva è stata centrata sulla teologia della sostituzione e sulle sue declinazioni in ambito teologico ed ecclesiologico cristiano attraverso i tempi.

Si tratta di un assunto che tematizza e professa, su base scritturistica, la compiuta sostituzione dell’Israele secondo la carne da parte dell’Israele secondo la fede (cristiani) avvenuta nell’evento Gesù di Nazareth, unica economia di salvezza per le genti.

Un tema impegnativo e complesso, questo della teologia della sostituzione, dalle molteplici radicazioni  in campo biblico, storico-culturale, immaginativo, filologico, teologico, apologetico e che, in maniera ultimale, rivela la sua radicale ambiguità proprio a partire dalla stessa logica che presiede alla selezione ed utilizzo dei testi scritturistici in funzione legittimale, al punto da reclamare oggi, e responsabilmente, la sua correzione e superamento.

La ricaduta emotivo-culturale di questa teologia, la sua incisività e radicalità nella formazione cristiana (e non solo), la sia avverte anche qui, a Camaldoli, dove è dato percepire sottili e preclusive resistenze o automatismi difensivi che scattano anche di fronte a neutre suggestioni interpretative da parte ebraica.

E non sfuggono nemmeno comprensibili e contenute fughe di animosità ebraica a denuncia, sostengo, del bruciante conto aperto sulla prassi credente dei cristiani.

In proposito non si può ignorare, anzi, il fenomeno di anestetizzazione in corso nell’occidente cristiano, come tentativo di bypassare l’indicibile ed insostenibile sospeso storico, percorrendo il modulo indifferenza-rimozione.

La genetica antigiudaica cristiana che ha concepito la divaricante teologia della sostituzione, vanta un retroterra storico-culturale vasto e composito, come è intuibile e documentato, oggettivamente impegnativo da esplorare o riassumere.

Ma c’è un elemento, in particolare, che la contraddistingue e qualifica.

Per quanto sia scomodo riconoscerlo, esso è rappresentato dalla diffusa ed inveterata diastasi tra esperienza religiosa individuale e comunitaria, e la diretta e personale consuetudine ai testi scritturistici. Da qui anche l’assenza di una pedagogia religiosa finalizzata alla maturazione attraverso il confronto critico e propositivo.

Quest’assenza nella formazione di fede ha avuto il suo enorme peso, sia  perché ha tracciato la vulnerabilità di una identità evangelica cristiana, e sia perché ha significato, sovente, vasta e strumentale decontestualità di citazioni del testo in chiave polemica.

Il nostro mondo occidentale cristiano, ne siamo consci, è attraversato da una radicale crisi interna di identità e credibilità.

È una crisi di incertezza epocale profonda e diffusa. Alla base, la lacerante esperienza di spaesamento e di vuoto conseguita alla frantumazione del contesto valoriale referenziale antropologico-religioso che finora l’ha sostenuto e coeso. Sono diventati precari e fragili sia la capacità di un linguaggio ulteriore condiviso, sia la speranza per le umane realtà.

Una crisi con la quale dobbiamo convivere ed attraversare, accettando il fatto che nulla può essere più come prima. La velocità ed ampiezza dello stravolgimento epocale non riguarda solo, e direttamente, la generazione che si va esaurendo. È un’ipoteca sul futuro delle generazioni venienti le quali ne hanno metabolizzato il crollo pur senza individuarne appieno del che cosa.

Ci è richiesto un surplus di responsabilità nell’uso sapiente della memoria ai fini della costruzione della condivisa sostenibilità ed abitabilità della terra. 

E di non sottovalutare al contempo il fatto che, nel nostro contesto umano e civile occidentale, convivono, emblematicamente, antigiudaismo di matrice religiosa cristiana ed antisemitismo laico e ideologico. I due aspetti, quello religioso e quello laico, mutuamente etero- lievitanti, perpetuano arcaici stereotipi antiebraici con e nonostante il laicismo, il liberalismo e i diritti umani.

È sufficiente affacciarsi nel web per scoprire un oscuro ed impressionante sottobosco di esplicito e missionario antisemitismo, spesso sostenuto da eminenti prelati,  in siti come: pontifex, araldi del Vangelo, Legionari di Cristo …..

La purificazione della memoria in chiave storica, teologica, relazionale, è rimasta sullo sfondo della vita della chiesa, come abbozzo incompiuto, premessa congelata.

Conseguentemente, interrogativi e ferite rimaste aperte, come:  liceità della teologia sostitutiva; persistenza omiletica dell’insegnamento del disprezzo;  pertinenza di esemplarità di santi, dottori e papi istigatori  e sostenitori, nel nome di Cristo, di odio e massacri di cristiani dissidenti ed ebrei … ebbene questi interrogativi, come altri, sono silenziosi.

Eppure la purificazione della memoria passa anche da qui, da questa dolorosa e doverosa assunzione di responsabilità storica. Il non detto ed il non fatto pesano, ed è presumibile pensare, peseranno, sulla vita della chiesa, così come pesano nell’esperienza comune di ciascuno di noi.

Provvidenzialmente, questi temi rimangono accesi in nicchie di sensibilità religiosa cristiana ed ebraica, che intendono recuperare, o tentare di recuperare, la bellezza e veridicità di una fratellanza troppo a lungo contestata.

E Camaldoli ne è la prova.

Nel caso specifico della teologia della sostituzione, che a suo modo è cardine e sintesi dell’antigiudaismo cristiano, il problema sembra legato alla granitica struttura di coerenza logica e consequenzialità interna che lo rende quasi inattaccabile. Sicuramente convincente.

Ma è altrettanto vero che la maturità ed obiettività cui è pervenuta la riflessione critica attuale, è un grado di verificare ed argomentare come questa costruzione logica poggi, in gran parte, su un territorio esegetico-culturale altrettanto fragile ed ambiguo, a partire dal contesto storico che l’ha avviata, preparata e sancita.

Nella storia, infatti, il consenso culturale e teologico che l’ha concepita, non solo è segnato da estrema animosità antigiudaica, ma invoca sovente, a legittimazione, elementi filologici parziali, traduzioni fuorvianti, stereotipi desunti da aggressività apologetica garantiti da esimi Dottori della chiesa, insieme a motivazioni di convenienza politica ecclesiastica ed equilibri di potere.

Senza dimenticare la completa estraneità del lemma Nuovo Israele,  allo spirito, ed alla lettera, del Secondo testamento.

È paradossale come la dimensione  profetica di categorie bibliche fondamentali, come Patto e Popolo di Dio vincolate dalla fedeltà garantita ad Israele per sempre, siano state poi traslocate, tout court, dall’ebraismo biblico alla categoria di Nuovo Israele, con un processo esemplificativo di cancellazione sia della profezia che delle esplicite attestazioni paoline. Sosteniamo, in sostanza, che il popolo ebraico, scelto tra i più piccoli, e che ha creduto, esaltato, lodato, benedetto la fedeltà sponsale di Dio al Patto per le genti, sarebbe stato, poi, deluso ed ibernato a ruolo di comparsa;  svuotato, quindi, di spessore vitale e coerenza storico-teologica a beneficio della nostra distorta e riduttiva lettura tipologica.

È un problema reale. E non da poco.

Come spesso accade, la grossa difficoltà sta nel dimostrare, in parte, verità ovvie o date per scontate per il semplice fatto che esse, recepite già come insindacabili e perciò al sicuro da adulterazioni, siano invece le prime a scivolare, inavvedutamente, nella logica di parte.

E c’è un altro aspetto che ha sostantivamente concorso alla teologia della sostituzione.

Il contesto di riferimento che conosciamo, presenta una chiesa che si avvia alla rottura definitiva con il giudaismo. Essa è nel pieno di un fisiologico e necessario processo di discernimento circa i presupposti culturali e teologici condivisi con Israele. Tende, in sostanza, alla comprensione della sua identità come altra dalla generante radice giudaica.

E nel corso di questo processo la chiesa ha presente al suo sguardo, un giudaismo atterrato dall’esperienza della fine del Tempio.  

Il crogiolo gestazionale cattolico, allora, convive e si rafforza con quella che appare, anche profeticamente, come la fine del Vecchio (ed inutile) Israele.

Nella congerie di eventi, sappiamo, scendono in campo apologeti autorevoli ed esaltazione collettiva religiosa ed iconoclasta, che fanno uso lecito di astio polemico ed aggressione fisica, insieme a fervore epurativo dell’universo simbolico ebraico e dell’ebraicità stessa di Cristo.

È qui che si affinano i presupposti decisivi per il futuro dei rapporti chiesa-sinagoga.

È qui che l’universalismo cattolico si esperimenta come unico orizzonte da perseguire.

Il sintagma Nuovo Israele si consolida, figurativamente, passando attraverso l’Israele morente (o servo sofferente?).

Si  direbbe che le circostanze storiche abbiano sostenuto e comprovato l’equivoco della sostituzione. Il mondo occidentale lo ha inglobato e tenuto vivo lungo tutto il corso della sua progressiva coesione identitaria umanistico e religiosa, grazie anche alla tutela ecclesiastica violentemente totalizzante, che ne ha dettato forme e condizioni di appartenenza. Tutela in perpetua contesa con gli imperi e rigorosamente intollerante per i refrattari alla sua autorità, al punto da ingenerare seri dubbi sulla tracciabilità di una coerente fondazione e fecondazione evangelica dell’occidente cristiano.

Ma oggi abbiamo un problema.

E il problema consiste nel fatto che, al di là delle splendide dichiarazioni di principio maturate dal e con il Concilio, o di sporadiche iconografie di amicizia, e anche contrasti su questioni che toccano direttamente la sensibilità ebraica, l’attuale situazione dei rapporti del governo della chiesa e dei cristiani con il mondo ebraico, è asfittico.

Detto altrimenti, i cristiani hanno liceità di continuare ad ignorare i problemi insoluti e le contraddizioni teologiche aperte attorno alla Scrittura:  funzione storica e vicaria di Israele per le genti; complessità teologiche di categorie come promessa  e compimento; accuse pregiudiziali e divaricanti estranee alla logica di fede (deicidio), la stessa teologia della sostituzione ..….

E possono continuare, consapevolmente o non, con gli stereotipi rozzi e le trappole omiletiche di sempre, magari trasferiti o camuffati ad altri livelli di pensiero o di licitazioni politiche.  

L’assenza di vitalità purificatrice ed auto-chiarificatrice nella prassi quotidiana della vita della chiesa, infatti, si traduce inevitabilmente anche in tutto questo.

E, d’altra parte, il ritardo nella comprensione del disegno provvidenziale di Dio che convoca i popoli nell’unico Patto attraverso la Porta Gesù Ebreo, non ci autorizza a sedere sugli equivoci occorsi.

E Camaldoli?

Camaldoli potrebbe continuare a volare alto per la gioia di pochi eletti, intellettuali attenti e cristiani sensibilizzati.

È il rischio reale.

Il problema, allora, è inventare moduli capaci di esportare questo patrimonio di esperienza biblica e ricchezza relazionale maturata, all’interno del più vasto universo dei cristiani della domenica, dei riti sociali, dell’indifferenza alla Scrittura, dei cristiani impegnati, dei religiosi impantanati, dei giovani, dei movimenti ecclesiali entusiasti, dei responsabili del governo della chiesa …

E perché no? Una corale richiesta propositiva diretta a CEI, dicastero dottrina della fede, mondo teologico in generale. ..

Cristiani ed ebrei che, insieme, esprimono il desiderio di riaprire riflessioni comuni alla stessa genealogia di fede, chiedendo e proponendo attenzione su temi  ancora distorti da equivoci teologici insoluti, e che sono di fondamentale interesse ed arricchimento.

Un mutuo dono ed un segnale di senso e di bellezza in un mondo avviato al non senso e al collasso di orizzonti sul futuro.

Uno stimolo, in sostanza, che nel mentre risvegli nei cristiani la cura e la preziosità della propria fede e il dovere della speranza, oggi, nel mondo, corrobori  anche il passo per una conoscenza ebraico- cristiana rinnovata e duratura.

Siamo nell’anno della fede. È il contesto appropriato per iniziare un nuovo cammino di riscoperta e recupero della ricchezza delle proprie alterità propositive e feconde.

Potrebbe essere questo il tempo propizio.

          Emanuela  Verderosa                 

 

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