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Bruno Contrada: per la prima volta a Palermo dopo 10 anni

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di Redazione

Era la sua prima uscita pubblica a Palermo, dopo la sua condanna a dieci anni di reclusione, e tanti palermitani lo aspettavano.

Bruno Contrada, infatti, dopo i suoi anni di carcere e dopo un processo durato 13 anni,  si è presentato martedì 27 novembre nella sala eventi del “Mondadori multicenter” di Palermo per rendere noto il libro scritto con la giornalista di Sky tg24, Letizia Leviti, “La mia prigione” edito da Marsilio. La gente lo applaudiva, lo abbracciava, lo cercava. Erano tutti lì per vedere lui e la presentazione del libro era solo un pretesto.

Felice Cavallaro, corrispondente del Corriere della Sera, che ha introdotto l’incontro, non ha nascosto la sua contrarietà alla vicenda giudiziaria di Contrada, parlando di “imputazione infamante” e di “onore infamato”. Anche l’avvocato Michele Costa, figlio del fu procuratore capo di Palermo Gaetano, critica duramente la conduzione del caso Contrada da parte dei magistrati di Palermo.

Dopo gli interventi di Cavallaro e Costa fu la volta di Bruno Contrada e la sala si ammutolì, visto l’interesse di ascoltarlo.

Un uomo che appare fragile e stanco, vista l’età, ma che si pone al pubblico in maniera imponente. “Sono qui per ricambiare i sentimenti di amicizia, solidarietà e affetto che avete mostrato nei miei confronti – dice – sentimenti fraterni dei miei collaboratori, tanto nella polizia di Stato quanto nei servizi, istituzioni che mi onoro di aver servito fedelmente. Uomini con cui abbiamo difeso la libertà, la democrazia e l’ordine di questa nazione”.

Non sono qui perché cerco giustizia – prosegue Contrada, mettendosi in piedi – ormai sul mio caso è stata messa una pietra tombale. Ma quella che chiamano Suprema corte, per me è solo la Cassazione, perché la vera Suprema corte non è di questa terra. Io sono qui – riprende- per una speranza di verità. Per far conoscere, a chi la vuole conoscere, perché sono molti a non volerla conoscere, la verità dei fatti. Nel libro non ho potuto narrare tutta la mia vicenda giudiziaria, perché altrimenti ci sarebbe voluta una nuova enciclopedia Treccani”.

Io ho rispettato la sentenza – conclude Contrada – ma da libero cittadino si ha anche il diritto di criticarla. Non si deve accettare come fosse il Vangelo”.
Felice Cavallaro riesce, poi a porgli una domanda: “Lei non crede che, in un certo senso, lei abbia pagato per tutti? Per un intero sistema che si rapportava con la mafia?” la domanda. “Sì – risponde Contrada – mi sono spesso trovato in questa posizione, ma la scaccio via subito. Non posso pensare che si emettano sentenze in nome del popolo italiano solo per mettere sul banco l’agnello sacrificale, che sarei io”.

Foto: Antonio Orlando

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