Brasile, primi del ‘900: la storia vera di Elisabete, la piccola indiana

Indios Amazzonia

di Francesca Lippi

Era una bambina di appena 5 anni Elisabete e giocava sempre con una bambolina di stracci che aveva realizzato da sola, recuperando degli avanzi di stoffa qua e là per la casa, quando sua madre, per la prima volta, le chiese di portare il pranzo ai suoi fratelli che lavoravano in un cantiere a 5 km di distanza. Così quel giorno Elisabete, senza neanche accorgersene, entrò nel mondo dei grandi. Infilò nella tasca del suo grembiulino la sua compagna fidata, la bambolina di stracci che aveva chiamato Florencia, e si incamminò verso i cantieri: 5 km di strada all’andata con in mano il fagotto del cibo, “o pacote con comida” 5 km al ritorno da compiere a piccoli passi, a volte correndo, avanti e indietro tutti i giorni, per mesi. La brandina, la sera, dove si rifugiava stanca, accoglieva la bambolina e il bacio frettoloso di sua madre distrutta dalla fatica con quei 10 figli da mandare avanti, i pasti da mettere insieme come grani di un rosario che non finiva mai di sgranare e che restava a metà, come spesso la cena che non riempiva mai lo stomaco di nessuno. Il padre lavorava lontano in un posto che Elisabete non sapeva pronunciare e di lui il ricordo era sfumato come un segno di matita in un disegno non finito. C’era, poi, un piccolo sgabello tutto per lei messo davanti all’acquaio per farle lavare meglio le scodelle e le pentole annerite di fumo. Fino a quando, come se fosse un privilegio, o meglio un insperato prodigio, la mamma la chiamò per comunicarle che sarebbe partita per la città, sarebbe andata a stare in una vera casa, avrebbe avuto una stanza tutta per sé e qualche soldo da mettere da parte per quando sarebbe stata più grande. Elisabete non capiva, a lei andava bene il suo angolino con la brandina sbilenca e il muro annerito, non voleva andare in città, lontano dalla mamma. Provò a protestare, ma nessuno la ascoltò. Non i fratelli più grandi, non le sorelle che prestavano servizio in giro e che tornavano stanche la sera, né tantomeno la mamma. Anzi, proprio lei, continuava a ripeterle come una litania: “Sei stata fortunata, Benedita ti prenderà e avrai un futuro migliore del nostro, noi siamo indiani, capisci, non ci vuole nessuno perché non contiamo niente, vedrai magari potrai andare a scuola!”

E così Elisabete si trovò, nel giro di pochi giorni, su un autobus scassato, in mano un biglietto per la donna che l’avrebbe accolta e che non era indiana come lei e nel pacote due camicie e la sua bambolina. Il viaggio fu molto lungo e quando arrivò a ….* Elisabete era stanchissima. Benedita, un donnone alto e grosso che sembrava un uomo non fu gentile con lei. La portò a casa, le dette un angolo in cucina dove stava un sacco riempito di paglia e una coperta. E subito le chiese di aiutarla nelle faccende. Quel giorno Elisabete compiva sei anni.

Benedita soffriva di epilessia. Una malattia che a quei tempi era davvero una brutta bestia. Una malattia che relegava chi ne soffriva negli angoli più nascosti e impronunciabili, quelli che appartengono, nell’immaginario collettivo dell’ignoranza al demonio, perciò Benedita teneva tutti all’oscuro sulla sua patologia e non potendo contare sull’aiuto di nessuno affrontava tutto da sola. Ma senza cure, né farmaci adeguati, aveva spesso delle crisi epilettiche che la mettevano di fronte a enormi rischi per la sua salute. Per questo aveva preso con sé quella bambina indiana, non certo per toglierla da una vita miserrima e discriminata, ma per farsi aiutare durante le sue numerose crisi comiziali. Un giorno, ormai erano trascorsi sei mesi dall’arrivo di Elisabete in quella casa, Benedita cadde nel fuoco sul quale aveva posto la pentola per il pranzo, in preda ad una crisi epilettica molto forte. Elisabete, con le sue manine e attingendo a tutte le sue forze, provò a tirare a sé la donna, ma quella era molto robusta ed alta e la piccola dovette compiere molti sforzi per trarla in salvo. Alla fine ci riuscì. Esausta si mise a sedere nel suo sacco, in attesa che Benedita si riprendesse. E questa, finalmente, si svegliò. Non ricordava nulla, ma sentiva un forte dolore per le ustioni che si era provocata e, quindi, cominciò ad urlare e ad inveire contro Elisabete per non aver svolto bene il suo lavoro che era quello di proteggerla ed aiutarla quando stava male. Elisabete provò a difendersi, ma quella prese il bastone e cominciò a picchiarla, smise solo quando la piccola si accasciò svenuta sotto la stufa.

Elisabete, la piccola indiana, nella casa di Benedita crebbe a suon di botte, poco cibo, molto lavoro e niente istruzione. A otto anni capì che non aveva alcun senso piangere e smise di farlo. Anche i sogni non le appartenevano più. Elisabete subì fino a 18 anni. Poi se ne andò. Rivide sua madre, i suoi fratelli e le sorelle, ma ormai aveva imparato a vivere in città e lì tornò. Andò a servizio e il suo padrone, un uomo anziano, la sottomise a tal punto che lei gli si concesse, senza rendersi conto di quello che stava facendo. Elisabete non ebbe mai la forza di ribellarsi, subì, fino a che la moglie di quell’uomo morì. Lui aveva già due figli, ma a Elisabete ne fece partorire altri otto. Non la prese in casa, perché era un’indiana ma la mise in una casetta poco distante dalla sua e lei campava i suoi figli cucinando focacce e pane per tutto il quartiere. Una delle sue figlie, Maria, conobbe un italiano, figlio di immigrati originari del Veneto. Si innamorarono e si sposarono. Maria ebbe otto figli, gli ultimi nacquero in Italia dove si era trasferita con il marito. Cristina, la terz’ultima degli otto figli, ci ha raccontato questa storia rigorosamente vera e alla quale abbiamo dovuto, per rispetto della privacy, modificare i nomi dei protagonisti.

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