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L’angolo di Full: Tletlè

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Dietro la maschera dell’irriverenza e dell’ironia, sappiamo ormai che Fulvio Musso nasconde un animo sensibile. Lo rivelano,in particolare, brani autobiografici come questo che vi proponiamo oggi.

Prima di lasciarvi in compagnia di Full, vi ricordiamo che anche voi potete inviarci i vostri racconti: è sufficiente seguire quanto previsto dal regolamento di Raccontonweb.

 

bambino in divisaTletlè

Era, negli anni cinquanta, un collegio religioso omologato misericordioso dal   quale si usciva solitamente in divisa, con facce e stendardi da cerimonia, per seguire i funerali di munifici e malconci benefattori le cui benemerenze venivano classificate mediante la diversa consistenza della rappresentanza collegiale: da un minimo di cinque ragazzini in divisa ordinaria e stendardo, per i piccoli lasciti a favore del pio istituto, sino a trenta in uniforme d’onore, facce contrite e bandiere mosce, per le esequie di patroni e patronesse.

Sui vessilli, solitamente messaggeri di onori e glorie, il pio collegio dava bando ad ogni eufemismo: ricamata in  fili d’oro dalle reverende suore, luccicava la scritta “I Piccoli Derelitti di…” che aveva, in pratica, la stessa funzione del cartello appeso al collo del mendicante.
La partecipazione ai funerali era volontaria, ma veniva incentivata con un “condono” sui cattivi voti in condotta. Per evitarsi le punizioni, i più indisciplinati avevano l’opportunità di azzerare il loro infamante punteggio prendendo parte alla prima sepoltura messa in calendario dal padreterno.

Secondo i suoi precettori, Tlètlè era un bambino molto, molto indisciplinato, ma i benemeriti benefattori erano alquanto malandati così, al ragazzino, non mancava mai l’opportunità di evitarsi castighi più antipatici. In pratica, non si perdeva un solo funerale, dal centro cittadino alle periferie più remote.
Era diventato un esperto della toponomastica milanese. Prima di partire per la funerea missione, l’assistente accompagnatore lo consultava:
«Tlètlè, per il quartiere Bicocca?»
«L’autobus fino a piazza Castello, poi il ventidue ».

Per quanto decrepiti, i benemeriti benefattori riuscivano spesso a superare le miti stagioni di mezzo durante le quali Tlètlè incappava, conseguentemente, nella sanzione di secondo livello consistente nella rapata a zero. Punizione esemplare e perfida sul piano psicologico, l’avvilente rapata colpiva il naturale narcisismo adolescenziale dei ragazzi e li esponeva a un feroce dileggio.

Ovviamente, Tlètlè non era il suo nome vero. L’istituto lo identificava col cognome e col numero di matricola “332” che, ad ogni appello, lui doveva scandire in “tre-tre-due”. Quella breve recita dalla erre infantile, (certi orfani imparano tardi) faceva pensare a un nome cinese, così i compagni presero a chiamarlo Tle-Tle-Due  poi accorciato in Tletlè.
A vederlo, appariva riservato. I suoi occhi erano infossati come volessero evitare un contatto troppo diretto con il mondo. Non si sarebbe detto che combinasse tante birbonerie.
Col ritorno dei rigori invernali o delle boccheggianti canicole estive, riprendevano le stragi senili, così, sulle nere mantelle di lana grezza, o sui camiciotti di tela blu che aprivano i cortei funebri, tornava a spiccare, fulgida come un’aureola, l’immancabile pelata di Tlètlè, ormai beatificato da tante opere pie e dal martirio dello stendardo. Quella dello stendardo era, infatti, un’incombenza che toccava ai recidivi, cioè a lui che arrancava piegato all’indietro come una donna gravida, praticamente infilzato dall’asta di lucido metallo ficcata nel supporto del cinturone.

In chiesa, inteneriva la sua espressione di serafico misticismo accentuata da quei suoi occhi infossati e che dipendeva, in massima parte, dal sollievo per aver scaricato a terra la maledetta asta. Le sue preghiere, recitate piano per via della erre infantile, erano le sole monete di cui disponesse.
Dopo la messa funebre, col rapato in posizione arretrata per ragioni estetiche riguardanti la sua divisa da cerimonia ormai esausta, la rappresentanza collegiale veniva allineata davanti al feretro e ognuno doveva declamare, in armoniosa sintonia di coro:
«Ora pro nobis»
«Ora pro nobis»
«Ora pro nobis»

primo piano di Fulvio MussoE nessun’altra invocazione riuscì mai più appropriata… per quel che può valere la preghiera, una moneta cosmica estremamente inflazionata e, a volte, persino contraffatta, come l’ola plo nobis di Tle-tle.

Fulvio Musso

 

NDA: Questa storia si riferisce a un mio compagno di collegio, ma potrebbe essere quella di ognuno di loro, tanto poco ne differiscono i dettagli.

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