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L’angolo di Full: “Terapia d’amore”

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primo piano di Fulvio Musso

 

Vi proponiamo oggi un altro brano autobiografico del nostro Full. Questa volta, pur facendoci sempre sorridere, molto ci addolcisce e, come sempre, ci fa riflettere.

 

Prima di lasciarvi in compagnia di questo bel brano, vi ricordiamo che la nostra rubrica di racconti è aperta ai contributi di voi lettori.
Per partecipare è sufficiente seguire le poche indicazioni del regolamento di Raccontonweb.

 

 

Terapia d’amore

     Una sera, in un noto talk show televisivo, un simpatico medico svizzero sosteneva la validità di un’antica teoria sulle proprietà terapeutiche di un comunissimo fluido fisiologico: l’urina.
La garbatezza dell’esposizione e la serenità del personaggio non evitarono un villanesco dileggio da parte del pubblico più becero. A me, invece, il mite e forse ingenuo medico svizzero, regalò antiche, suggestive immagini che avevo dimenticato.

Ho rivissuto certe brevi vacanze estive fuori dal collegio, quando venivo ospitato da lontani parenti contadini. Credo siano stati gli ideatori dell’agriturismo venuto poi di moda. Difatti, come arrivavo, mi mettevano subito sotto a lavorare, anche perché, secondo un radicato principio educativo dell’epoca, un giovane non doveva mai restare in ozio. Devo dire che gli “zii” mi assegnavano solo compiti graditi, come il condurre al pascolo le mucche. Fortunatamente erano le mucche a condurre me perché, ignorando serenamente i miei comandi perentori, mi impedivano di sbagliare strada.
Oppure mi mandavano alla piana del prete a spostare il piolo cui era legato il cavallo Moro, perchè avesse sempre erba nuova da brucare.

Il padrone di casa, lontano parente materno che gratificavo del titolo onorifico di zio per riconoscenza e rispetto, non rinunciava al vecchio calesse pur disponendo di una nuova e polverosa Lancia Appia che conduceva con gli stessi criteri e identica impostazione di guida.
Con Moro c’era una simpatia reciproca. Quando gli spostavo il piolo, gli davo corda lasciandomi guidare verso i profumi che più gradiva. Poi mi sedevo a riprendere fiato perché il suo pascolo era lontano e scomodo e le mie risorse fisiche e atletiche erano evanescenti quanto i miei pasti collegiali. D’altra parte, se gli amministratori dei collegi si chiamano “economi”, una ragione ci sarà.
Quando me ne andavo, Moro sollevava la testa e restava a guardarmi, immobile, sin che non sparivo dietro la prima curva. Mi convinsi che soffriva di solitudine, così le mie visite al pascolo s’allungarono al punto che mi tolsero l’incarico, forse con il sospetto che fossi preda di quei segreti vizi solitari che la mia pallida gracilità poteva suggerire.

Quella breve parentesi estiva era, di gran lunga, il più bel periodo dell’anno e mi dava la forza di sopportarne il resto in un istituto per orfani che, in quanto a miseria, ci meritavamo a vicenda.
Era anche l’unica occasione per entrare in contatto con l’universo donna; in quelle provvidenziali vacanze scoprii infatti la “istituzione” della cuginanza femminile: una fondamentale, maliziosa parentela.

 Un giorno di quell’estate -avevo dodici o tredici anni- lavoravo in un campo con Lucia, una cugina di chissà quale grado.
Rastrellavamo il fieno e, non so come, finimmo con largo anticipo. «Andiamo a pescare», propose Lucia col tono perentorio tipico dei ragazzi più grandi. Inforcammo le bici. La ragazza davanti ed io dietro, a testa bassa, pigiando come un Bartali, felice e sudato.

disegno che ritrae due ragazzi in barca     In meno di dieci minuti raggiungemmo l’argine fluviale dove rimasi affascinato dalla diversità del paesaggio. Canalette d’acqua bassa e barene terrorizzate dal sole si susseguivano a perdita d’occhio.
«Ecco la cavana di Nando. Dovremo stare attenti a lasciare tutto com’è. Se si accorge che gli abbiamo usato la barca ci ammazza.»
Dopo un minuto navigavamo fra le barene con la naturalezza di due oche selvatiche e, in breve, Lucia individuò una zona di pesca.
M’aspettavo che preparasse lenza e ami, invece prese dal pagliolo una specie di rastrello metallico col quale cominciò a tirar su dal fondale alcune varietà di crostacei.
Io mi limitavo ad obbedire al mio comandante muovendo o frenando la barca. Ammiravo i movimenti sapienti della ragazza e riflettevo sui miei giorni monotoni fatti soltanto di parole: scritte, enunciate, lette, tradotte, impartite, studiate. I giorni di Lucia, invece, erano costituiti da fatti concreti; vivi, semplici, istruttivi, divertenti: meravigliosi.

Un’ ora dopo stavamo già rientrando quando una manovra incerta di Lucia fece ondeggiare l’imbarcazione e una pesante gabbia di ferro si sganciò dal suo attacco e rotolò sul fondo della barca procurandomi una brutta lacerazione a una caviglia. Il dolore era atroce e vedevo la gravità della ferita anche nello sguardo allarmato della ragazza:
«La pipì! La pipì!» strillava.
Già, la pipì, ma come? La guardavo imbambolato. Lei si voltò per non vedere. Poi mi sollecitò, mi esortò, m’insultò. Niente, non mi aprivo neanche i calzoni tanto sapevo che non sarei mai riuscito, con lei presente. Ad un tratto si voltò guardandomi in un modo diverso. Mi venne accanto e si chinò a levarmi la scarpa piena di sangue. Poi trafficò con la mano sotto il suo grembiule di cotone grezzo e avvertii il tepore del liquido che colava dalle sue dita sulla mia carne strappata.

Poco a poco, sentii che potevo sollevare i miei occhi nei suoi e scoprii, su quel visetto ancora di bambina, la dolce comprensione di uno sguardo adulto, di donna, che mi stupì. I miei anni di segregazione, i miei giorni mutilati di troppe cose elementari erano riflessi in quello sguardo di contadinella resuscitata, nei miei ricordi, dalla strana terapia di un medico svizzero. Una lontana cugina di cui non ricordo il grado, che non rividi, né rivedrò. Del resto, come potrei confessarle che mi sono convertito all’acqua ossigenata!

   Oltre al profondo sguardo di donna, negli occhi ancora di bambina, che mi entrò nell’anima, ciò che non potrò dimenticare è una di quelle sensazioni che compaiono improvvise, sorprendendoci e illuminando la parte più buia del nostro essere: quel sottile piacere che, vincendo l’istintiva repulsione e superando il sollievo terapeutico, emerse inatteso dal rivolo caldo che scorreva sulla mia carne.

Fulvio Musso

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4 Commenti su L’angolo di Full: “Terapia d’amore”

  1. Uno stralcio di vita Stupendo. C’è tutta l’emozione, la freschezza, l’ingenuità dell’adolescenza che si stupisce e, suo malgrado, si approccia a quel mondo sconosciuto, intrigante e sconvolgente della diversità tra uomo e donna.
    Il contorno, in campagna, è semplicemente fantastico vissuto da un’anima ricca di sentimenti che ha conosciuto “l’inferno e le privazioni” del collegio e altro.
    Mi ha toccato molto questo brano e ha fatto affiorare antichi ricordi, sensazioni, privazioni del “mio” vissuto in collegio…
    Ma forse proprio grazie a questo “scomodo” passato sgorga e si riversa un fluire così Stupendo come il brano che ci hai regalato. Grazie.

  2. Lucia Bonanni // 7 Dicembre 2014 a 20:32 //

    Anche a me ha fatto affiorare tanti ricordi questo racconto… e non poteva essere che così!
    Quando ci sbucciavamo le ginocchia e le palme delle mani per quell’arrampicarsi sugli alberi ovvero per i frequenti atterraggi sullo sterrato, per fermare i rivoli di sangue, usavamo la terra o addirittura “impacchi” di mota. Una soffiatina sulla parte dolorante e si ripartiva più vivaci di prima. Nella mia classe alla scuola elementare ero l’unica bambina ad avere un album con le figurine dei calciatori e a scambiarle con i maschi. Mangiavamo le pannocchie rubacchiate nei campi e poi arrostite sulla brace, i pomodori col verderame e le ciliegie bacate! Il nostro “centro di gravità permanente” eravamo noi stessi e lo stare insieme a tutti e non mancavano le scapacciate che ci rifilavano per i nostri capricci e le zuffe con i coetanei. La vita all’aria aperta in campagna era sana, altamente educativa e liberatoria, un tipo di educazione “naturale” che lasciava segni indelebili.
    Altri tempi… beati tempi… felici tempi… tempi in cui si usavamo anche prodotti a base di urea per la medicazione!
    Saluti e tanta simpatia.
    Lucia

  3. Lara, Lucia, lieto di esservi piaciuto e grazie,
    Su circa 250 brani, una trentina sono autobiografici, la metà dei quali dedicati all’infanzia e all’adolescenza. Molti di questi sono presenti su questo giornale e, nel caso, credo non sia difficile trovarli nella rubrica di Raccontonweb.
    Lascio alcuni titoli:
    La spannocchiata, La roggia, Tletlè, L’orologino, La tenda, Il cinema Pirelli, Come in una cartolina, Maria Grazia.
    Un caro saluto.
    Fulvio

  4. Lucia Bonanni // 12 Dicembre 2014 a 20:00 //

    Grazie a te! Vado a leggere!
    sereno wknd (l’ho scritto alla moda dei giovani… a volte mi mandano degli sms che ci vuole l’abaco per decifrarli)
    Ciao, Lucia

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