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L’angolo di Full: “La roggia”

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La roggia

 

Finalmente luglio. L’afa. Il ronzio dei tafani. L’odore buono della stalla, il puzzo acre del pollaio, quello di merda secca del cesso di assi. Il profumo delle susine mature e della coppa appena tagliata.
Odori amici a sostituire quelli di ammoniaca, incenso e pasta scotta del collegio.
Di nuovo insieme noi cuginetti di chissà quale grado, nei nostri vestiti troppo larghi o troppo stretti.
Vecchi di tutti i nostri undici, dodici anni.
Il sole a picco, il caldo, il sudore, il pomeriggio da conquistare.
«Si va a fare i siluri» sbotta Antonia, la più maschio di tutti.
Prendiamo le bici delle donne che lavorano nei campi. Sulle bici da uomo non arriviamo a pedalare.

Via verso la roggia.
L’acqua, alta un metro, corre veloce e fresca. Il siluro lo so fare bene, con le braccia allungate a fendere l’acqua. Una goduria. Si passa veloci nei brevi tunnel sotto le stradine, la testa bassa dentro l’acqua prendendo il fiato prima, gli occhi bene aperti per scansare le rive in curva.
Sono il signorino di città e, ogni volta, devono mostrarmi quanto sono più bravi: «Passiamo sotto lo spiazzo della trebbia», dice Antonia che è già in mutande, neanche un filo di tette.
Un tunnel di almeno trenta metri. Sono matti! Ma io sono un pesce, che si credono ‘sti stronzetti?
Si tuffa Anguilla in ricognizione. Passano venti secondi lunghi venti minuti, poi lo vediamo dall’altra parte che cerca di fermarsi afferrandosi agli sterpi della riva e alla fine si mette in piedi sul fondo. Fa segno che va tutto bene, di buttarci.
Urliamo tutti di tutto come matti.
Si butta Antonia in modo goffo, ma s’allunga subito bene e sparisce nel tunnel. Folco le va dietro con un tuffo perfetto. Mi butto io: è buio pesto là sotto, poi il tunnel si stringe e c’è solo acqua, niente aria. Non me l’hanno detto quegli stronzi. Tengo il fiato. Esco sparato come il tappo da una bottiglia. Non so come fermarmi e finisco contro le gambe degli altri, fermi a fare da diga.
Arriva il siluro Tommasino sparatissimo, allarga gambe e braccia per frenare, ma mi finisce addosso rovesciandomi in acqua. Tutti a ridere, a gridare.
La felicità!
Arresi il caldo, la noia, il pomeriggio.

«E Andrea?»
«Andrea?»
«Andrea! Andrea!»

Guardiamo oltre il selciato rovente dello spiazzo dove l’aria trema rarefatta. Intorno, soltanto i pioppi e il casino delle cicale.
«E Andrea?», questa volta lo chiediamo a Folco.
Folco, il più bravo. Il più buono, il più bello. Quasi fidanzato con Mariarosa. E con Norma. Il capo.
Tiene gli occhi fissi sulla bocca del tunnel che spara acqua.
«Bisogna andare là sotto», decide.
Silenzio.
«Vado io»: Anguilla è già sullo spiazzo. L’aria tremolante lo fa apparire ancora più fermo e deciso. Arriva dall’altra parte e si tuffa subito. Questa volta i venti secondi durano pari pari e lo vediamo arrivare frenato, a braccia larghe, pieno di alghe. Si mette subito in piedi, ha il fiatone: «Non c’è niente là sotto», dice.
«Sarà uscito sparato mentre facevamo gli scemi… chissà dov’è finito», faccio io.
«Sarà sulla grata», dice Tommasino.
Duecento metri più a valle, una grata di ferro sbarra un altro tunnel. Serve a evitare ostruzioni e a fermare gli animali che cadono nella roggia. Animali come noi.
Usciamo dall’acqua e corriamo verso la grata. Troviamo solo della ramaglia e le rane che si tuffano.
Guardiamo Folco. Il più bravo, il più buono, il più bello. Il capo.
«La roggia si divide prima della grata», spiega Folco, «se è finito da quella parte non lo troviamo più di sicuro: là è tutto cintato. Dobbiamo andare subito dalla zia Irene. Ci parlo io».

Interdetti, ci vestiamo. Non si pensa a niente. Arriviamo al groviglio di bici appoggiate una all’altra e montiamo.
«Dov’è la bici della zia Agostina?», chiede qualcuno.
«Ce l’aveva Andrea.»
«Andrea?… Andrea! Brutto stronzo di un fifone!», strilla Antonia.
«Era scappato il cagasotto… che bastardo!». Ognuno spara la sua.
«Stavolta gli rompo il culo» sbotta Anguilla che, anche a parolacce, è un anno avanti.

Il sentiero si fa sempre meno ghiaioso, il fondo più compatto.
Qualcuno comincia a pigiare sui pedali.
E tutti gli altri dietro vocianti. Felici e sudati come tanti Bartali.

Fulvio Musso

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