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L’angolo di Full: “La ragazza dell’orchestra”

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Oggi vi proponiamo un racconto del maestro Full che lui stesso ci avvisa essere romantico e noir. Buona lettura!

sagoma di una donna che canta al microfono La ragazza dell’orchestra

Cantava e sognava in un’orchestrina: vent’anni, cento canzoni, un solo sogno, tante illusioni. Tre giorni, l’orchestra si fermava. Tre giorni, come una rosa, duravano i suoi amori.
Gli aveva dedicato tutte le canzoni del repertorio. Così diverso dagli altri, il biondino pallido conosciuto poche sere prima nel dancing. E tre giorni aveva vibrato quell’ultimo idillio perché la ragazza dell’orchestra, che arriva e riparte, è la donna di tutti. E lo pensano anche i biondini pallidi.

Nella camera scalcinata dell’ennesimo alberghetto scalcinato, un cameriere scalcinato le portò un triplo whisky… scalcinato.
«Grazie» recitò lei guardando il ragazzo senza vederlo –nessuno lo vedeva mai quello– e, un po’ a tentoni, gli allungò la mancia.
«No», si schermì lui, «grazie, no.»
Lei stupì: «Ah… è poca per te?»
Il ragazzo ci rimase male, ma anche quel sentimento si perdeva nell’insignificanza del suo aspetto.
«Non è poca, ma… per favore mi lasci il piacere di servirla» azzardò stupendosi del suo ardire. Era la prima volta che vedeva una ragazza tanto bella in quell’alberghetto del cazzo.
Lei disarmò: «Va bene», sorrise, «grazie».
Mai, il ragazzo, era rimasto tanto avvinto da un sorriso. S’accomiatò annuendo goffamente col capo. Si capiva che la vita non gli aveva mai voluto un granché bene.

***

        Stava sonnecchiando dietro il bancone dell’ingresso, ma quella maledetta sirena non taceva… un antifurto, forse. Sollevò una palpebra, greve come una saracinesca… le due di notte, diceva l’orologio dell’Oransoda. Nessuna sirena… il citofono, ecco cosa l’aveva svegliato, la camera “15”. La quindici… Lei! Le aveva portato il triplo whisky due ore prima. Di botto arzillo, si precipitò. Bussò due, quattro volte, «Signorina!», niente. Infine si decise col passepartout.

Una ragnatela dorata di capelli era sparsa sul pavimento, lei riversa con le gambe in alto e i piedi impigliati nel lenzuolo sul bordo del letto. La sottoveste, scivolata sul ventre, le scopriva il pube. Il citofono penzolava da chissà quanto.
Restò sulla porta attonito, con l’espressione più stupida che stupita, infine si scosse e, prima ancora di tentare un soccorso, capì che lei non c’era più.
Il capo le si rovesciò e ciondolò inerte mentre la sollevava e la posava sul letto. Come a ripararla da un’offesa, le copri il pube, poi la ricompose con cura e le accomodò i capelli con gesti lenti e dolci. Era bellissima… bellissima! A lungo la contemplò accarezzandole il viso ormai disteso in un dolce commiato.
Infine vide le confezioni vuote dei due potenti farmaci e il bicchierone di whisky svuotato a metà.

Il pensiero l’assalì lucido e improvviso, quale percezione di un’estrema, fantastica rivalsa nei confronti di tutto e di tutti. Verso una vita che lo rifiutava e che non valeva altra spesa da parte sua. Intravide una specie di riscatto finale… alla grande!
Senza riflettere oltre, sedette allo scrittoio, trovò un foglio di carta e scrisse poche righe con la data di una settimana prima: “Ti aspetto amore mio. Grazie per aver deciso di venire. Penso continuamente a tutte le nostre notti d’amore. Ti amo tanto! A presto mia cara.” Firmò col solo nome e mise il foglio ben piegato nella borsetta di lei. Tutti si sarebbero ricreduti su di lui! Eccome! Avrebbe fatto strabuzzare le loro animacce! Se ne sarebbe andato in pompa magna garantendosi l’immortalità nei pensieri di quanti l’avevano sempre ignorato e bistrattato: si, l’immortalità in terra! Sganciò il cartoncino con le regole dell’albergo e sul retro vergò poche parole. “Abbiamo deciso di andarcene tutti insieme, noi e il nostro amore: la vita non ci ha mai voluto bene”.
Trangugiò la metà della mistura rimasta nel bicchiere e che pareva serbata apposta per lui, quasi un segno del destino. Anche perché astemio, tossì con violenza e venne invaso da un intenso torpore; si spogliò in parte e si stese accanto al corpo di lei. Per la prima volta, il viso del ragazzo non era affatto insignificante… bello persino.
Prima di abbandonarsi la baciò lieve sulle labbra e, come il poeta, delle sue labbra si comunicò.

***

primo piano di Fulvio Musso     Al terzo strattone, il cameriere aprì gli occhi. Aveva la bocca ancora impastata per il pessimo whisky che aveva ingollato puro (nessuna miscela). Sentì, nella propria mano, quella fredda e quasi rigida del cadavere mentre incombevano su di lui i volti di due uomini in divisa.
«Dovrai spiegarci un bel po’ di cose giovanotto» avvertì uno di loro mentre il ragazzo sgranava gli occhi.
La vita non gli aveva mai voluto un granché bene.

Fulvio Musso

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