L’angolo di Full: “L’attracco”

dipinto raffigurante un porticciolo

Saper mutare senza rinnegar se stessi: è questo uno dei tratti distintivi dello Scrittore (la maiuscola non è un refuso). Fulvio Musso è profondamente se stesso quando punge e diverte con ironia e “sboccatezza” esattamente come lo è quando accarezza e ammalia con delicatezza e sobrietà.

Prima di lasciarvi alla lettura del suo bellissimo brano, vi ricordiamo che anche voi potete popolare questa rubrica dedicata ai racconti brevi: vi basta seguire le poche indicazioni del regolamento di Raccontonweb.

 

dipinto raffigurante un porticcioloL’attracco

La grossa barca scivolò silenziosa nel porticciolo; i potenti motori quasi muti. In plancia, un uomo solo, di mezza età. Lo scafo procedeva lento, alla ricerca di un improbabile spazio per l’ormeggio.
Subito qualcuno assunse a spettacolo la manovra come solitamente accade nei bacini piccoli e poco trafficati. L’uomo si adattò in uno spazio angusto presso l’imboccatura del porto e manovrò lentamente per volgere la poppa alla banchina. Poi il verricello gracchiò e l’ancora si infilò in acqua con un tonfo secco.

Allora, anche la donna notò la barca. Le apparve troppo ingombrante in un porticciolo così piccolo, ma ne apprezzò la linea filante e il candore delle vernici in sintonia con il nome, “Biancaluna”. Poi guardò l’uomo che aveva capelli folti, i tratti decisi, l’abbronzatura esaltata dal bianco della felpa.
«Altezza, mezza bellezza» recitò piano la donna. Non si riferiva alla statura, appena regolare, del nuovo arrivato, ma constatava come un uomo, ritto sulla plancia della propria barca, appaia anche un po’ più alto: è il padrone dei grandi spazi, il cavaliere che cavalca solitario il proprio sogno. Fa pensare a un essere libero, temprato.
L’uomo azionava i pulsanti del verricello filando lentamente la catena dell’ancora e lasciando che l’abbrivio avvicinasse docilmente la poppa alla banchina. Saltò poi dalla passerella con le cime di ormeggio sotto l’occhio più o meno attento dei presenti.
La donna richiuse un libro dalla rilegatura turchina. La sua attenzione era assorbita ormai da questo solitario approdato nell’ora un po’ misteriosa del crepuscolo. L’ora in cui le ombre allungano le loro braccia e i colori, e certe anime, si incupiscono.
Per fissare gli ormeggi, l’uomo dovette passare accanto alla donna che traversò con un’occhiata breve e intensa come sono spesso gli sguardi fra sconosciuti di sesso opposto; uno sguardo che si distese subito in un sorriso cui lei rispose. Non v’è miglior saluto: a differenza delle solite parole o cenni, il sorriso è un attestato di simpatia, è una piccola luce accesa per festeggiarti. Ē anche la posa migliore per il clic della foto immaginaria che resterà in te.

Mentre rassettava sottocoperta, l’uomo sbirciò dall’oblò nella direzione della donna che sedeva a pochi metri. Poteva avere dieci anni meno di lui, i capelli bruni e sciolti, gli occhi mansueti e assorti avevano uno strano colore grigio di alba marina. Una figura bella, serena, e insieme sensuale. Un buon approdo per un navigatore solitario.

Fedeli ai rigorosi orari dei riti domestici, gli uomini del porto si allontanavano frettolosi e in breve rimasero soltanto loro due, avvolti dallo sciabordio del mare. Di lì a poco, lui sarebbe sceso a terra e già immaginava l’incontro.
Ad un tratto non la rivide. La cercò inutilmente con lo sguardo oltre lo spiazzo del porto, stringendo gli occhi per penetrare l’oscurità incombente. Sembrava scomparsa; soffiata via da una folata o risucchiata nei vortici lievi che vedeva serpeggiare in banchina. Forse l’aveva allontanata il timore di un luogo ormai buio e deserto o il vento sempre più pungente.
L’uomo scese in paese e, un po’ inconsciamente, la cercò ancora. Nel fugace sguardo di lei, gli era sembrato di cogliere qualcosa: un sogno, forse. O un’attesa. Un segreto che avrebbe voluto scoprire.

Il vento, ormai molesto, penetrava la felpa dell’uomo spingendolo al rientro e nel confortevole tepore della cabina si ravvide: la bella sconosciuta si trovava chissà dove, immersa nei propri affetti, nella propria vita: una donna così non è mai sola. L’immagine di lei, tradotta in dolce malinconia, si sarebbe assopita col dondolio della barca.

     Si vive anche, o soprattutto, delle cose che non accadono. E i solitari, a volte, coltivano sogni tanto dolci ch’è quasi un peccato ucciderli realizzandoli.

primo piano di Fulvio Musso     La mattina dopo, di buon’ora, la “Biancaluna” lasciò l’ormeggio.
In paese le prime finestre si schiudevano sonnacchiose o si spalancavano con vigore al nuovo giorno svelando la diversa indole dei loro abitanti.
Su di un vetro s’era condensato l’alito di qualcuno che assisteva alla manovra. Forse le labbra trattennero il respiro, perché l’alone pian piano evaporò rivelando una chioma bruna e due occhi di alba marina fissi sull’uomo ritto in plancia, il padrone dei grandi spazi, il cavaliere che cavalcava libero il suo sogno. Spiavano i suoi capelli agitati dal vento, l’espressione decisa che lei aveva sperato di ritrovare al porto, l’abbronzatura esaltata dal candore degli indumenti, ormai confuso col candore della scia che man mano s’allontanava diventando sempre più piccola. Sempre più piccola nei pensieri.
E nei pensieri, sorridevano due piccoli sogni che s’erano appena salvata la vita.

Fulvio Musso

 

Fonte: Nautica n.396 (Nautica Editrice)

2 thoughts on “L’angolo di Full: “L’attracco”

  1. …Sembrava scomparsa; soffiata via da una folata o risucchiata nei vortici lievi che vedeva serpeggiare in banchina…

    un piacere leggere anche questo brano, pennellate sapienti per descrivere “sogni”.
    complimenti.

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