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L’angolo di Full: “L’astronauta amoroso”

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L'austronauta Alexei Leonov mentre cammina nello spazioL’astronauta amoroso

    Era l’unico che potesse farcela: da solo, per cinquecentoventi giorni, a fare la trottola nello spazio per simulare il viaggio su Marte.
Altri astronauti lo stavano eseguendo, in gruppo, all’interno di appositi moduli riprodotti a terra. Ma, nel loro ambiente, si sapeva perfettamente che soltanto una piccola capsula con un solo uomo avrebbe consentito di realizzare il “progetto Marte” entro tempi e costi ragionevoli. E lui era l’astronauta adatto. L’uomo di ghiaccio, l’uomo robot.
Eppure –chi l’avrebbe detto?– era un sentimentale! Di quelli che sfogliano gli occhi: storie d’amore che durano il lampo, azzurro o bruno, di uno sguardo incrociato per caso, libricini di sogni per chi sa spremere gioia dal nulla.

     Poi, un giorno, uno di quegli sguardi gli rimase dentro. Era d’un velluto che accarezzava l’anima e d’una profondità che penetrava i suoi abissi.
Era successo durante un seminario a Porto Venere. Lei era una cameriera del ristorante che li ospitava ed erano bastate poche, insistite occhiate a simulare l’eternità.
Era questo il piccolo, grande segreto dell’astronauta. Con quello sguardo sigillato per sempre negli occhi e nel cuore, “l’uomo robot” avrebbe sopportato qualsiasi isolamento, qualsiasi missione.

primo piano di Fulvio Musso     Insieme, la tecnologia americana e l’astronauta italiano, non temevano rivali.
Giapponesi e cinesi avevano i mezzi tecnici, ma non l’uomo. La Russia, invece, disponeva di un astronauta adeguato, ma non aveva i mezzi.
Come l’italiano, anche l’astronauta russo sembrava possedere un suo segreto. E come lui, veniva dalla gavetta. Era un austronauta donna e per mantenersi agli studi aveva fatto persino la cameriera stagionale in un ristorante di Porto Venere.

Fulvio Musso

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