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L’angolo di Full: “Il commando”

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Il commando

L’antica chiesa era quasi deserta e debolmente illuminata dalle candele votive. Il profumo d’incenso si mesceva a quello più discreto dei secoli. Il massiccio, prezioso portale chiudeva fuori la vita terrena col suo fracasso.
Mentre accendeva le lampade a olio con la lunga pertica, il sacrista notò la donna in attesa accanto al confessionale e andò a chiamare il frate di turno.

«Benedictus Iesus Christus.»
Il confessore ascoltò i soliti peccati e peccatucci di chi non sa amare il prossimo come dovrebbe.
«Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen. »
«Ho un altro peccato, Padre, che dirò fuori dalla confessione perché non voglio l’assoluzione».
Questa era una novità assoluta per il frate che, non sapendo che fare, uscì dal confessionale e invitò la donna a seguirlo in un banco un po’ defilato, davanti all’altarino di san Giovanni.

Era una donna giovane e bella. Il viso stanco e sciupato, non faceva che renderla più vera.
Il confessore aveva l’aspetto e il piglio di un baldo cappellano militare piuttosto che di un frate.
«Perché non vuoi l’assoluzione sorella?»
«Perché, oltre certi limiti, tratto col Padreterno senza intermediari».
Ohibò! Che  fior di carattere, sia pure blasfemo, si disse il frate che, sentendosi sfidato, volle obiettare:
«Tuttavia ti stai confidando con un… intermediario. Come mai?».
«È nella natura umana confidarsi e non ho altri a cui dirlo.»
Oltre che fascinosa, questa signora sembrava più spigliata e acuta del suo Priore e il frate si convinse a non interloquire troppo.

Dal suo canto, la donna aveva immaginato l’incontro con un vecchio confessore grande della sua umiltà di frate. Invece, questo pezzo di giovanotto non sapeva infonderle abbastanza fiducia da meritare la sua rivelazione.
Improvvisamente la donna cambiò atteggiamento e infilzò l’uomo con uno dei suoi sguardi letali che le erano valsi agi e ricchezze. E l’uomo-frate trasalì. Per la prima volta capì come si potesse perdere la testa per una bella sconosciuta. Anche a causa di una semplice occhiata, di quelle che sono un invito e una risposta, una lusinga e una rivelazione.
Stringendo i pugni e il cuore, il giovane confessore recuperò il controllo. Allora la donna parlò:
«Io uccido. Ogni giorno uccido, Padre. A tradimento e senza pietà ».
Questa volta non servirono propositi per ammutolire il frate.

«Siamo in guerra», proseguì la donna, «ed ero convinta di essere una combattente, non un’assassina. Ma fra le vittime designate c’è un uomo che mi ama alla follia e questo suo sentimento m’ha chiarito il concetto di omicidio. Guerra o non guerra».
«Ma…», l’interruppe il frate con qualche titubanza, «tu chi sei? Vorrei capire meglio».
«Ero quella che voi dite una cortigiana, una mantenuta o, se preferite, una puttana di lusso. La guerra ha travolto anche me e mi sono ritrovata una prostituta fra le tante. Ogni sera, un infiltrato ci carica su una carretta e ci conduce oltre le linee nemiche a fare la nostra strage quotidiana. Né possiamo sottrarci.»
Il confessore assunse un’espressione interrogativa.
«Veleno, Padre. Un veleno ad azione lenta che non dà sospetto».
La giovane donna s’interruppe come sopraffatta da un’emozione forte. Riprese poi con voce appena più bassa: «Un giovane cavalleggero prussiano s’era innamorato di me e, un po’ per caso, s’accorse del veleno, ma continuò a frequentarmi per amore scegliendo di morire per mano mia: meglio per amore che per odio, dice. Ed io morirò con lui».

Coinvolto e turbato, il confessore le prese la mano: «Non so se ho il diritto di entrare in questo tuo subbuglio di sentimenti, ma riguardo la volontà di morire, spero vorrai parlarne un po’ con me, sorella.»
La donna tacque indecisa se affondare del tutto il suo segreto. Infine lo sciolse al calore di quella mano:
«Non c’è molto da dire padre, il solo modo per indurre i nemici al veleno è berlo con loro. Per questo hanno scelto donne come me, comunque condannate al peggio».
«Tutte noi che veniamo costrette ogni sera su quella carretta, siamo sifilitiche», concluse in un soffio.

Fulvio Musso

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