L’angolo di Full: “Il casino di caccia”

L’angolo di Full: “Il casino di caccia”

dipinto raffigurante una casa immersa nel verde davanti a un lagoIl casino di caccia

Non ricordo quale istinto o sentimento mi condusse, fra sterpi e sassi, a quella dimora diroccata. Era un antico casino di caccia dei Conti Arconati, mi dicevano. Del villino non restava granché, ma quel poco m’affascinava, così vi tornai a più riprese, feci degli schizzi, ne valutai il restauro, la spesa. Ma passarono altri anni prima che risolvessi l’acquisto dell’area e il recupero della casa.
Mi decisi dopo averla vista nell’incanto primaverile, tra il verde tenue spruzzato fra i rami di giovani salici che piangevano interi laghetti di viole e di margherite.  Il villino m’apparve come rinato e… rinacque.
Andai infine ad abitarvi, novello “conte” o piuttosto… “conte Dracula”, per quanto ero solo e isolato in quella brughiera.
Alle mie notti solitarie e caste, destinai quella che fu la stanza da letto del nobile proprietario, dove i toni severi e cupi degli arredi si stemperavano negli incendi colorati che avevo scelto per i tessuti.

Una notte, ormai m’è arduo stabilire quando, mi svegliai d’improvviso percependo, ai piedi del letto, qualcosa come un alone gelido, circoscritto e fermo. Qualcosa di ben diverso da quelli che definiamo spifferi. Rimasi per un po’ col fiato trattenuto e le membra immobili, poi cominciai a… parlare,  per sdrammatizzare la situazione, per farmi compagnia con la mia voce. M’accorsi che mi rivolgevo all’ex padrone di casa, conte Anselmo Arconati, formulandogli, col dovuto riguardo, i miei apprezzamenti per i dettagli costruttivi del suo villino e spiegando i problemi tecnici che avevo affrontato per conservare alla dimora le sue caratteristiche peculiari. Parlai, parlai sino ad… addormentarmi, esausto e fors’anche annoiato dalle mie stesse parole.

La cosa si ripeté a distanza di una settimana, nel cuore della notte e sul finire d’un rabbioso temporale che m’aveva tenuto sveglio. Questa volta l’alone gelido ondeggiava ai piedi del letto e pensai che il conte stesse passeggiando nervosamente avanti e indietro. Per calmarlo… o per calmarmi, riproposi il mio soliloquio facendo attenzione a non ripetere cose già dette. L’alone si dissolse dopo un periodo abbastanza breve che, tuttavia, non saprei quantificare a causa della tensione che mi dominava.

Intanto le stagioni s’inanellavano accudendosi l’un l’altra come brave sorelle. Colorati autunni spogliavano delle fronde le torride estati e gli inverni rimboccavano spesse coltri di neve dalle quali sbucavano improvvise le primavere cinte di primule e narcisi.

I fenomeni notturni non avevano cadenze definite; capitavano a distanza di poche settimane o di vari mesi e si manifestavano sempre allo stesso modo. Se provavo a subirli in silenzio, m’assaliva una strana ansia, così parlavo raccontando le cose che mi sembravano pertinenti e stando sempre attento a non porre domande nel timore che si manifestassero inquietanti forme di risposta.
Ma, invariabilmente, non appena la “cosa” si dissolveva, mi ritrovavo a ragionare realisticamente, da scrupoloso ingegnere, su quale canna fumaria, aeratore o strano capriccio climatico inducesse quel gelido alone e il suo muovere intorno al mio letto.

Nel frattempo ero diventato il permissivo padrone di una simpatica cagnolina la cui razza ne comprendeva almeno quattro. Di notte la lasciavo dormire sul mio scendiletto avendo scoperto che il suo discreto russare mi dava serenità conciliandomi il sonno.
Era ormai una cucciolona di almeno un anno quando, una notte, la sentii ringhiare tanto furiosamente da pensare subito a qualche intrusione animale o umana. Con la mano cercai nel buio il suo muso per calmarla, ma sentii lo scatto secco dei suoi denti sfiorarmi le dita, tanto era terrorizzata. In quell’istante avvertii l’alone glaciale. Era un po’ più lontano del solito, come se si fosse ritratto, e un attimo dopo era scomparso. Quando feci luce, la cagnolina era preda d’un tremore incontrollato e dovetti farla accucciare sul letto per il resto della notte.
Da quella volta non mi persi più in congetture sulle possibili cause tecniche del fenomeno che peraltro… si concluse.

Da tempo, ormai, l’amico e quieto russare non accompagna più le mie notti solitarie. Molte stagioni si sono succedute al villino alternando i colori, gli aliti, i profumi e i suoni. Hanno scandito la mia vita e quella della mia piccola e fedele compagna che ora riposa sotto un castagno dietro casa con i grilli per guardiani.

primo piano di Fulvio Musso    E, come le stagioni, anche lui è tornato.
Questa di stanotte è la terza visita dopo la prolungata assenza. Anche a causa dei miei anni percepisco più diaccio l’alone che sosta sempre più a lungo, mentre non sento più la strana necessità di parlare. Mi lascio invadere dal suo silenzio e insieme navighiamo in pensierosi oceani dove spalanchiamo vele e recuperiamo relitti insieme a qualche verità sul nulla e sull’immenso dentro di noi.

Nel buio, percepisco il conte seduto sulla scranna spagnola di fronte al letto. Per la prima volta, stanotte, lo “vedo” col cappello in grembo, come fosse al capezzale di un infermo.
Ho notato infatti che l’alone, sempre più gelido, comincia ad abbracciare anche me.

Fulvio Musso

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